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19:01 giovedì 23 luglio 2026
Una delle candidate al titolo di borsa dell’estate è una falsa Birkin fatta di plastica ma che sembra fatta di gelatina Si chiama Firkin, contrazione di Fake e di Birkin, appunto. Non costa neanche pochissimo: si va dai 30 ai 100 euro.
È in corso un boom delle vendite di cd, ma la maggior parte di chi li compra non possiede un lettore cd E allora perché li compra? Non certo per ascoltare musica ma per collezionare un oggetto. Ed esibirlo sui social, ovviamente.
Il film più strano della prossima Mostra del Cinema di Venezia è senza dubbio Joie de vivre di Luca Guadagnino, un documentario su Bernardo Bertolucci lungo più di 7 ore Nel presentarlo, il direttore della Mostra Alberto Barbera ha assicurato che «si rimane inchiodati allo schermo per sette ore, noi abbiamo fatto questa esperienza senza riuscire a staccare un attimo lo sguardo».
In Spagna è stata costruita una nuova “superciclabile”: è lunga 2180 km e attraversa 168 Comuni Oltre che due parchi nazionali, sette parchi naturali, due geoparchi riconosciuti dall’Unesco, tutti nella regione di Castilla-La Mancha.
Uno scultore italiano ha speso 100 mila dollari per scolpire una statua di Charlie Kirk che però nessuno gli ha chiesto e nessuno vuole Sergio Furnari ha lanciato un crowdfunding per coprire i costi dell'opera (che vuole esporre a Times Square). Finora ha raccolto 8 mila dollari. Su 150 mila richiesti.
Il presidente dei Marvel Studios ha detto che Adam Driver lo chiama spesso per dirgli che non ha nessuna intenzione di fare un film Marvel Lo ha detto Kevin Feige in persona: lui e Driver si sentono regolarmente su Zoom e Driver gli dà sempre la stessa risposta, cioè no.
Ad aumentare il rischio di incendi adesso c’è anche il fatto che sui “mercati predittivi” si può scommettere sugli incendi Quanti acri consumeranno le fiamme, quali quartieri verranno raggiunti, quando gli incendi saranno domati: ci sono piattaforme sulle quali si può scommettere su tutto questo.
Barry Jenkins si unisce all’ormai lunghissima lista di grandi registi che hanno firmato una campagna per Prada La campagna si intitola Simple Stories e tra i protagonisti ci sono Hunter Schafer, Kelvin Harrison Jr, Troye Sivan e Chen Haoyu.

Il tentativo di un Sanremo diverso è fallito con la vittoria dei Måneskin

Nell'anno in cui c'erano moltissimi rappresentanti della scena indie italiana, vince il gruppo rock che piace alle mamme.

07 Marzo 2021

Forse in un anno come questo era meglio limitare le novità, andare sul sicuro. Alcuni hanno detto che gli ascolti erano più bassi anche per i tanti cantanti poco conosciuti, perché mancavano le vecchie guardie. Forse anche per questo, per equilibrare, al posto dei mega ospiti internazionali con le interviste imbarazzanti di una volta, si è preferito farcire la gara con Umberto Tozzi, Laura Pausini, Emma e Alessandra Amoroso, Ornella Vanoni e Fausto Leali. Dare sprazzi di facce note, medley di canzoni da cantare o da utilizzare come sveglia, visti gli orari debordanti che ci siamo ritrovati a gestire. Dopotutto in questo Festival dell’indie con Fulminacci, Coma_Cose, Madame, La Rappresentante di Lista, Willie Peyote, Colapesce e Dimartino, l’unica vera vecchia guardia era Orietta Berti, chioccia di quasi tutti gli altri più o meno abituati a un palco come quello dell’Ariston, più o meno pronti a calcarlo.

Erano anni che si diceva che la musica di Sanremo non rappresentava il Paese, che al Festival era tutto fermo mentre invece in Italia la musica si muoveva e altri riempivano i palazzetti, tutta gente che se ne fregava di partecipare alla gara musicale più famosa d’Italia. Invece quest’anno – in un anno dove è cambiato tutto – il Festival è stato quello dei Millennial. Quasi tutti gli artisti in gara erano alla loro prima volta a Sanremo, spesso con una gavetta “indie” alle spalle, con i festival – quelli estivi – e i club come palchi. Una scelta fin troppo coraggiosa e con il classico rischio di mescolare troppo le carte per farle poi cadere poco più lontane da dove sono sempre state.

Forse non era l’anno giusto e infatti già lo si era visto con il vincitore delle Nuove Proposte, il più “sanremese” dei quattro andati in finale: Gaudiano. C’è bisogno di normalità, di un vincitore di Sanremo che abbia la faccia nota e che suoni da sveglia, perché insomma stare sul divano per cinque sere di fila non è più un esotismo. Nessuno ci aveva pensato, ma erano i Maneskin ad avere l’identikit perfetto: sono arrivati secondi a X Factor, piacciono alle mamme (ai loro concerti ci vanno soprattutto loro, spesso per il frontman), in più hanno l’attitude rock, ma senza esagerare. Un po’ come quelli che sono convinti di fare le rivoluzioni perché usano l’hashtag giusto. Un epilogo perfettamente sorprendente per quella che è stata di certo l’edizione del Festival più insolita di sempre. Senza pubblico, con serate lunghissime, con un’effervescenza tutta da costruire sul palco, visto che attorno c’era il coprifuoco.

C’è da dire però che eravamo partiti tutti con le migliori intenzioni. Martedì mattina avevamo quasi una strana luce negli occhi, un inspiegabile motivo per aspettare la sera. Era la settimana di Sanremo, quella che mentre fuori cavalca l’epidemia poteva metterci tutti d’accordo, avere un argomento comune per parlare con gli altri, ma diverso dalle mascherine, dai vaccini e dalle classi in quarantena. Non ce lo aspettavamo, ma poco alla volta abbiamo capito: Sanremo non ci avrebbe fatto tornare indietro nel tempo. In realtà, anche le serate di Sanremo si sono man mano inserite nella ruota quotidiana dello smart working, degli schermi dei computer e delle video call, degli studioli arrangiati sul tavolo da pranzo. L’effetto evasione non ha funzionato. Perché avrebbe dovuto funzionare, poi? Forse banalmente lo speravamo soltanto, che fosse per noi quello che era per “gli amici vicini e lontani” di Nunzio Filogamo, quando il varietà serviva proprio a questo, a evadere. E invece forse questo anno passato in questo modo così strano ci ha davvero cambiati e forse davvero non sarà più come prima, anche la tv. Siamo sempre più abituati a scegliere, a skippare, a passare a una nuova serie se quella che stiamo vedendo non ci sta piacendo, a guardare il telefono mentre leggiamo un libro, a non concentrarci.

Anche se potrebbe sembrare che abbiamo tutto il tempo del mondo, in realtà non riusciamo più ad aspettare, non abbiamo tempo (o voglia) di ascoltare 26 canzoni più quelle degli ospiti, ancora di più se non ci piacciono, subire i siparietti e i tempi morti, l’ennesimo monologo che offenderà qualcuno o l’ospite che dipingerà le donne come un quadretto stinto e sempre troppo retorico. Vogliamo sapere chi vince, vogliamo passare alla canzone successiva, guardare il telefono mentre c’è la pubblicità. Uno spettacolo così lungo e così ricco, sicuramente costruito per ridurre il comprensibile horror vacui ha forse avuto l’effetto opposto: quello dell’eccesso per chi lo seguiva da casa. Tutto troppo. Anche i Måneskin che vincono. Per fortuna che abbiamo un anno per disintossicarci e attendere sempre con la stessa sotto sotto piacevole ansia la settimana di Sanremo 2022.

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