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15:22 venerdì 15 maggio 2026
Israele vuole fare causa al New York Times per un’inchiesta che racconta le violenze sessuali dei soldati dell’IDF sui prigionieri palestinesi L'inchiesta l'ha firmata il giornalista premio Pulitzer Nicholas Kristof e il giornale ha definito tutto ciò che racconta come «ampiamente verificato».
Sono bastati i primi tre mesi dell’anno perché quasi tutte le città della Pianura Padana superassero i livelli annui di inquinamento da polveri sottili Praticamente tutti i centri urbani della Val Padana, a marzo, hanno già violato le raccomandazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.
L’ultima assurdità in fatto di cibo uscita da internet è il biblical eating, cioè mangiare come si mangia nella Bibbia Una dieta basata solo sugli ingredienti, le preparazioni e le ricette menzionate nella Bibbia. Serve a tenersi in forma e a scacciare il Diavolo, dicono i sostenitori.
A giugno arriveranno in streaming i primi quattro film di Sean Baker, mai distribuiti fino a ora in Italia Sono Four Letter Words, Take Out, Prince of Broadway, Starlet e saranno disponibili a partire da giugno, in lingua originale con sottotitoli.
C’è una copia di Wikipedia in cui tutti gli articoli sono deliri sconnessi e sconclusionati scritti da una AI Si chiama Halupedia e contiene tutte le informazioni su eventi storici come il Grande Censimento dei Piccioni del 1887 e approfondimenti sul mandato gnomico del ragionamento circolare.
Un’operazione segreta dell’Onu ha salvato dalle macerie di Gaza milioni di documenti che ricostruiscono la storia del popolo palestinese dalla Nakba a oggi In 10 mesi, gli operatori hanno salvato milioni di documenti che permetteranno di ricostruire gli alberi genealogici dei palestinesi e di raccontare il loro legame con quella terra.
La lunghissima, tesissima, imbarazzatissima stretta di mano tra Donald Trump e Xi Jinping È durata 14 secondi, nessuno sembrava voler mollare la presa per primo, ovviamente su internet si sono fatte scommesse e meme a riguardo.
Helen Mirren ha esordito come testimonial di Stella McCartney facendo una “cover” di Come Together dei Beatles In realtà si tratta di un bis: Mirren quel testo lo aveva già enunciato alla sfilata di Stella McCartney per la primavera/estate 2026.

Il tentativo di un Sanremo diverso è fallito con la vittoria dei Måneskin

Nell'anno in cui c'erano moltissimi rappresentanti della scena indie italiana, vince il gruppo rock che piace alle mamme.

07 Marzo 2021

Forse in un anno come questo era meglio limitare le novità, andare sul sicuro. Alcuni hanno detto che gli ascolti erano più bassi anche per i tanti cantanti poco conosciuti, perché mancavano le vecchie guardie. Forse anche per questo, per equilibrare, al posto dei mega ospiti internazionali con le interviste imbarazzanti di una volta, si è preferito farcire la gara con Umberto Tozzi, Laura Pausini, Emma e Alessandra Amoroso, Ornella Vanoni e Fausto Leali. Dare sprazzi di facce note, medley di canzoni da cantare o da utilizzare come sveglia, visti gli orari debordanti che ci siamo ritrovati a gestire. Dopotutto in questo Festival dell’indie con Fulminacci, Coma_Cose, Madame, La Rappresentante di Lista, Willie Peyote, Colapesce e Dimartino, l’unica vera vecchia guardia era Orietta Berti, chioccia di quasi tutti gli altri più o meno abituati a un palco come quello dell’Ariston, più o meno pronti a calcarlo.

Erano anni che si diceva che la musica di Sanremo non rappresentava il Paese, che al Festival era tutto fermo mentre invece in Italia la musica si muoveva e altri riempivano i palazzetti, tutta gente che se ne fregava di partecipare alla gara musicale più famosa d’Italia. Invece quest’anno – in un anno dove è cambiato tutto – il Festival è stato quello dei Millennial. Quasi tutti gli artisti in gara erano alla loro prima volta a Sanremo, spesso con una gavetta “indie” alle spalle, con i festival – quelli estivi – e i club come palchi. Una scelta fin troppo coraggiosa e con il classico rischio di mescolare troppo le carte per farle poi cadere poco più lontane da dove sono sempre state.

Forse non era l’anno giusto e infatti già lo si era visto con il vincitore delle Nuove Proposte, il più “sanremese” dei quattro andati in finale: Gaudiano. C’è bisogno di normalità, di un vincitore di Sanremo che abbia la faccia nota e che suoni da sveglia, perché insomma stare sul divano per cinque sere di fila non è più un esotismo. Nessuno ci aveva pensato, ma erano i Maneskin ad avere l’identikit perfetto: sono arrivati secondi a X Factor, piacciono alle mamme (ai loro concerti ci vanno soprattutto loro, spesso per il frontman), in più hanno l’attitude rock, ma senza esagerare. Un po’ come quelli che sono convinti di fare le rivoluzioni perché usano l’hashtag giusto. Un epilogo perfettamente sorprendente per quella che è stata di certo l’edizione del Festival più insolita di sempre. Senza pubblico, con serate lunghissime, con un’effervescenza tutta da costruire sul palco, visto che attorno c’era il coprifuoco.

C’è da dire però che eravamo partiti tutti con le migliori intenzioni. Martedì mattina avevamo quasi una strana luce negli occhi, un inspiegabile motivo per aspettare la sera. Era la settimana di Sanremo, quella che mentre fuori cavalca l’epidemia poteva metterci tutti d’accordo, avere un argomento comune per parlare con gli altri, ma diverso dalle mascherine, dai vaccini e dalle classi in quarantena. Non ce lo aspettavamo, ma poco alla volta abbiamo capito: Sanremo non ci avrebbe fatto tornare indietro nel tempo. In realtà, anche le serate di Sanremo si sono man mano inserite nella ruota quotidiana dello smart working, degli schermi dei computer e delle video call, degli studioli arrangiati sul tavolo da pranzo. L’effetto evasione non ha funzionato. Perché avrebbe dovuto funzionare, poi? Forse banalmente lo speravamo soltanto, che fosse per noi quello che era per “gli amici vicini e lontani” di Nunzio Filogamo, quando il varietà serviva proprio a questo, a evadere. E invece forse questo anno passato in questo modo così strano ci ha davvero cambiati e forse davvero non sarà più come prima, anche la tv. Siamo sempre più abituati a scegliere, a skippare, a passare a una nuova serie se quella che stiamo vedendo non ci sta piacendo, a guardare il telefono mentre leggiamo un libro, a non concentrarci.

Anche se potrebbe sembrare che abbiamo tutto il tempo del mondo, in realtà non riusciamo più ad aspettare, non abbiamo tempo (o voglia) di ascoltare 26 canzoni più quelle degli ospiti, ancora di più se non ci piacciono, subire i siparietti e i tempi morti, l’ennesimo monologo che offenderà qualcuno o l’ospite che dipingerà le donne come un quadretto stinto e sempre troppo retorico. Vogliamo sapere chi vince, vogliamo passare alla canzone successiva, guardare il telefono mentre c’è la pubblicità. Uno spettacolo così lungo e così ricco, sicuramente costruito per ridurre il comprensibile horror vacui ha forse avuto l’effetto opposto: quello dell’eccesso per chi lo seguiva da casa. Tutto troppo. Anche i Måneskin che vincono. Per fortuna che abbiamo un anno per disintossicarci e attendere sempre con la stessa sotto sotto piacevole ansia la settimana di Sanremo 2022.

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