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09:43 domenica 25 gennaio 2026
Kim Jong-un che fissa le persone mentre fanno il bagno alle terme è già il miglior meme del 2026 Il leader supremo della Corea della Nord ha festeggiato l'inaugurazione di un nuovo Centro vacanze fissando le persone che facevano il bagno e la sauna.
Un giornale portoghese ha scambiato Dario Ballantini, l’imitatore di Valentino, per il vero Valentino Lo ha fatto Jornal Expresso, che ha poi rimosso il post, anche se lo stesso Ballantini ha ammesso che «la nostra somiglianza in passato ha confuso pure Calvin Klein».
Il trasferimento del Leoncavallo in via San Dionigi è saltato e adesso non si sa che ne sarà del centro sociale A cinque mesi dallo sgombero di via Watteau, l'ipotesi via San Dionigi è definitivamente tramontata e ora non si sa come procedere.
Oltre 800 artisti hanno lanciato un appello per chiedere che la repressione delle proteste in Iran sia trattata come un crimine contro l’umanità Tra i firmatari ci sono anche Shirin Neshat, Jafar Panahi Juliette Binoche, Marion Cotillard e Yorgos Lanthimos.
Arctic Monkeys, Pulp, Blur, Fontaines D.C., Depeche Mode, Cameron Winter, King Krule, Wet Leg, Anna Calvi: l’album Help 2 è il sogno realizzato degli amanti dell’indie E questi sono solo alcuni degli artisti e delle band riuniti dalla War Child Records per questo album di beneficenza che uscirà il 6 marzo.
Jeremy Strong è talmente fan di Karl Ove Knausgård che lo ha anche intervistato per Interview I due hanno parlato del nuovo romanzo di Knausgård ma soprattutto di quanto entrambi odino essere famosi.
A Davos gli Stati Uniti hanno presentato il piano per la costruzione di “New Gaza” ed è peggio delle peggiori aspettative Si è parlato molto di grattacieli e appartamenti di lusso affacciati sulla costa, molto poco, quasi per niente del futuro di istituzioni e popolo palestinese.
Cameron Winter dei Geese ha tenuto un concerto a sorpresa a un minuscolo evento di beneficenza per Gaza Si è esibito per 250 fortunati e ignari spettatori al Tv Eye di New York, presentandosi pure con un nome falso, Chet Chomsky.

Dal Papeete al Papocchio

Il leader leghista ha mandato in confusione l'intera stampa italiana e il suo stesso partito: psicoanalisi della crisi più pazza del mondo.

26 Agosto 2019

La crisi di Ferragosto avrà forse dimostrato, come ha sostenuto con il consueto acume Giuseppe Conte, che a Matteo Salvini manchi il senso delle istituzioni, di sicuro non il senso dello spettacolo. La Seconda Repubblica ci aveva abituato a voltafaccia improvvisi e bruschi colpi di scena, ma era niente in confronto al passaggio dall’ora delle decisioni irrevocabili, invocata da Salvini sulla spiaggia di Milano Marittima in cui ha deciso di staccare la spina, alla settimana delle dichiarazioni reversibili, quando il leader leghista ha più volte maldestramente tentato di riattaccarla. Rimanendoci fulminato, evidentemente. Solo così si può spiegare, infatti, il repentino passaggio dal Papeete al Papocchio, dalla crisi di governo alla crisi di nervi, dall’inarrestabile corsa verso le elezioni all’interminabile serie di giravolte, veroniche, doppi e tripli avvitamenti con cui il leader leghista ha mandato in confusione l’intera stampa italiana, e il suo stesso partito.

Nello spazio di una settimana, Salvini ha prima presentato una mozione di sfiducia al governo di cui faceva parte, e al quale nel frattempo chiedeva “compattezza”, per poi ritirarla giusto un minuto dopo avere dichiarato orgogliosamente in aula: “Rifarei tutto quello che ho fatto”. Lasciando così i suoi stessi sostenitori nel dubbio se intendesse dire che avrebbe ripresentato la mozione di sfiducia o che l’avrebbe ri-ritirata, o che magari avrebbe orgogliosamente rifatto entrambe le cose. Ipotesi quest’ultima che, pur essendo manifestamente la più insensata, o forse proprio per questo, appare anche come la più verosimile. Ma il vertice della sua arte dialettica il leader della Lega lo ha raggiunto nelle dichiarazioni successive, con cui ha esplicitamente accusato democratici e cinquestelle di avere lungamente premeditato e segretamente organizzato la crisi da lui innescata. Dando così l’impressione di avere finalmente trovato risposta all’interrogativo di quella vecchia vignetta di Altan in cui il protagonista diceva tra sé e sé: «Mi chiedo chi sia il mandante di tutte le cazzate che faccio».

D’altra parte, si capisce che il passaggio dal Papeete al Papocchio, per quanto rapido, non è stato indolore. E questo vale per Salvini, come è evidente, ma anche per il resto della politica italiana, prematuramente strappata alle ferie e costretta ancora una volta a cambiare registro, lessico e schema di gioco. Ma non abitudini. Nel Partito democratico, ad esempio, la minaccia delle elezioni anticipate, con la concreta possibilità di regalare al capo della Lega i famosi “pieni poteri”, ha determinato l’improvvisa svolta renziana a favore del dialogo con i cinquestelle (vedi intervista di Matteo Renzi al Corriere della sera dell’11 agosto: «Folle votare subito, prima governo istituzionale e taglio dei parlamentari»), ma anche la simmetrica contro-svolta zingarettiana (vedi intervento di Nicola Zingaretti sull’Huffington Post dello stesso giorno: «Con franchezza dico no»). A dimostrazione di un’antica legge della politica italiana, secondo cui niente è eterno, il veto di oggi può diventare il voto di domani e l’avversario più accanito il più prezioso degli alleati, ma un nemico di corrente è per sempre.

E così nel Pd, dove le correnti abbondano, quello che negli altri partiti si traduce in una semplice svolta, si trasforma in una vorticosa danza di gruppo, capace di far girare la testa e mettere fuori gioco in pochi minuti anche il dirigente più esperto. Figuriamoci Carlo Calenda. «Dopo presa di posizione di Prodi e ‘defilamento’ di Gentiloni», ha twittato sconsolato l’europarlamentare il 18 agosto «direi che oramai la maggioranza a favore del Governo con i 5S è prossima all’unanimità. Le ragioni della mia contrarietà le ho esposte. Continuare la battaglia non ha più senso. Attenderò gli eventi». Ma nonostante l’amarezza di un Calenda in versione Peppe er Pantera (che oggi sembra dire dei compagni di cui più si fidava, proprio come Vittorio Gassman nell’Audace colpo dei soliti ignoti: «M’hanno rimasto solo, quei quattro cornuti»), alla fine nel Pd un modo di tirare avanti tutti insieme, per quanto disfunzionale, si trova quasi sempre, e sembrano averlo trovato persino Renzi e Zingaretti.

Giuseppe Conte e Luigi Di Maio lo scorso 20 agosto in Senato. Foto Andreas Solaro/Afp/Getty Images

Il caso davvero clamoroso riguarda piuttosto la (ex?) coalizione gialloverde. A cominciare da quelli che dovevano aprire il parlamento come una scatoletta di tonno, instaurare la democrazia diretta e mettere in stato d’accusa il presidente della Repubblica, e ora ripetono compiti l’intero formulario delle crisi di governo dell’era democristiana: dalla centralità del parlamento alla fondamentale importanza della stabilità, dal rispetto degli impegni contratti con i nostri partner internazionali all’esigenza di rassicurare i mercati, fino all’immancabile omaggio all’infinita saggezza del Capo dello Stato, che saprà bene cosa fare.

Ed è comunque niente in confronto all’ultima giravolta dei leghisti, che dopo avere provocato la crisi minacciando la rivolta nelle piazze se non avessero ottenuto immediate elezioni, non appena le hanno viste allontanarsi, hanno cambiato copione ancora una volta, costringendo analisti e commentatori al seguito, già sfiancati dagli ultimi tornanti, a ricominciare tutto da capo. Il Capitano assetato di vittorie si è riscoperto ufficiale e gentiluomo: la “guerra lampo” che doveva radere al suolo gli ex alleati è diventata la romantica attesa di un loro ripensamento.

I due non si parlano ancora, annotano i cronisti, ma hanno ricominciato a scambiarsi messaggini, e questo per Salvini è quello che conta. «Lui non si fida», avrebbe ribadito il leader leghista in una delle telefonate con i suoi parlamentari, «Io semplicemente gli ho fatto sapere che quando vuole sono pronto» (Corriere della sera, 25/8/19). «Se proprio dobbiamo dirci addio, almeno facciamolo guardandoci negli occhi. La proposta di Matteo Salvini a Luigi Di Maio dev’essere stata formulata più o meno così» (Repubblica, 26/8/19). Insomma, siamo già nella più classica delle commedie romantiche al tempo di Whatsapp, con il Capitano che compulsa il cellulare in cerca delle spunte alle sue offerte di pace, per verificare che l’altro abbia almeno ricevuto, se non letto; letto, se non risposto; ma se poi ha letto, dannazione, perché non risponde?

La ragione è ovvia, ben nota a tutti gli amanti del genere, e a tutti gli amanti in generale: perché non era solo, in quel momento, Di Maio, mentre pensava di risolvere la crisi più pazza del mondo, voluta da Salvini, con un’idea ancora più folle. Quella di far l’accordo col Pd, pensando di stare ancora insieme a lui.

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