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Un anno fa Grimes aveva detto che si sarebbe iscritta a LinkedIn e ora l’ha fatto davvero usando il suo vero nome, Claire Boucher Nello stesso posto pubblicato su X un anno fa aveva detto che avrebbe pubblicato tutta la sua nuova musica su LinkedIn.
Zuckerberg sta addestrando una AI a fare il Ceo di Meta perché secondo lui tutti i dipendenti Meta dovrebbe avere un assistente AI che sappia fare il lavoro al posto loro In molti hanno sottolineato una differenza sostanziale tra Zuckerberg e i dipendenti di Meta, però: lui non può essere licenziato e rimpiazzato dall'AI.
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A causa dei depositi di petrolio colpiti dalle bombe, a Teheran c’è anche un gravissimo problema di inquinamento dell’aria Molti cittadini di Teheran hanno raccontato di star soffrendo da giorni di mal di testa, irritazione a occhi e pelle e difficoltà respiratorie.
Tajani al seggio che vota Sì è diventato l’involontario e perfetto meme che celebra la vittoria del No La foto del Ministro degli Esteri che esercita il diritto di voto è diventata, suo malgrado, il simbolo di tutto ciò che è andato storto nella campagna per il Sì, tra citazioni sbagliate e foto imbarazzate.

Chi era Rosa Genoni, prima donna della moda italiana

Sarta, studiosa, femminista: un libro racconta la vita di una figura fondamentale eppure dimenticata.

09 Agosto 2019

Rosa Genoni è stata la prima vera madrina della moda italiana, eppure in pochi la conoscono. Per via dei pregiudizi sulla  superficialità della moda, tanto per cominciare, che le hanno negato quello spazio che, per originalità e intelligenza, avrebbe meritato all’interno del panorama culturale italiano. Già solo per definirla bisogna elencare le numerose attività che ha svolto: sarta, studiosa dell’arte, insegnante, attivista politica, femminista. Una figura versatile che facilmente torna dal passato per parlare al presente. A raccontarla  c’è un libro di recente uscita dal titolo Rosa Genoni. Moda e politica: una prospettiva femminista fra 800 e 900 (Marsilio), di Manuela Soldi, studiosa e ricercatrice all’Università Iuav di Venezia, edito da Marsilio. Nel periodo in cui la moda si appropria della causa femminista, dalla t-shirt Dior “We All Should Be Feminists” di Maria Grazia Chiuri all’utero fiorito sul vestito della collezione Resort 2020 di Gucci, sarebbe utile riscoprire Rosa Genoni per risalire alla radice del nodo che lega moda, politica e femminismo in Italia.

Nata nella seconda metà dell’800 in provincia di Sondrio, Rosa Genoni lavora fin da bambina in sartoria. Prima dalla zia, poi all’estero. Qui, in tempi in cui la moda era egemonia dei sarti e dell’industria francese, ha l’intuizione che l’Italia non dovesse dipendere dai loro modelli, ma che avrebbe potuto produrre una moda tutta sua. Un’intuizione davvero precoce: l’Italia si era unita da poco e il mercato interno non era ancora pronto. Eppure Rosa Genoni rende la moda il centro della sua vita: dagli abiti che confeziona alla sua attività di insegnante presso la Scuola Umanitaria di Milano, fino ai suoi gesti politici.

Il libro, che Manuela Soldi ha costruito attingendo dall’archivio familiare, è ricco di immagini: bozzetti e fotografie che mostrano aristocratiche e attrici come Lydia Borelli, all’epoca celebre diva del muto, indossare i capi di Genoni, oppure la vetrina allestita per l’Esposizione Internazionale del Sempione a Milano del 1906. Per costruire una moda tutta italiana, Genoni vuole recuperare le eccellenze tessili del Paese, in un periodo in cui l’etichetta del “made in Italy” è di là da venire. I suoi riferimenti sono l’antichità classica e il Rinascimento, cui guarda con spirito contemporaneo: molti dei suoi capi citano quadri, come la “Primavera” di Botticelli, le Madonne rinascimentali o “San Giorgio” del Mantegna. Più che una semplice sarta, Rosa Genoni è stata stilista prima del tempo.

L’attrice Lyda Borelli indossa una versione dell’abito trasformabile ispirato alle statuette di Tanagra (1908)

Scrisse poi per spingere l’Italia verso una moda libera e autonoma su giornali, come Vita femminile italiana, e intervenne a eventi come il Congresso Nazionale delle donne italiane a Roma del 1908. La sua modernità rispetto al tempo si basava sulla convinzione che la moda non fosse solo frivola, ma che potesse intercettare diversi movimenti, come quello femminista, e farli propri. Aveva intuito che la sartoria era strettamente legata all’emancipazione delle donne, e che apparteneva loro di diritto («l’arredamento e il vestito femminile sono terreno nostro, tutto nostro, senza ostacoli e senza contestazioni»), senza nulla togliere a un’altra spinta, sempre femminista, che voleva le donne libere dagli ambienti domestici. Invitava così a trovare un accordo statale che riunisse in un unico circuito lavoratrici e fornitori di materiali. Per tutta la vita lavora a stretto contatto con la Ifi, Industrie Femminili Italiane, nata nel 1903 per promuovere il lavoro femminile. Negli ultimi anni della sua vita esortò persino alla costruzione di un museo nazionale stabile che potesse conservare gli oggetti delle manifatture italiane. Una richiesta valida anche oggi, dato che in Italia ancora non abbiamo un luogo specifico per esporre la moda. Infine, negli anni in cui il conflitto della Guerra mondiale si avvicinava, si dedicò alla militanza per la pace e abbandonò per un po’ la causa della moda «perché i guerrafondai insistono […] per imporre alla donna italiana un solo vestito: quello di gramaglie, unica moda in tempo di guerra».

Gli abiti che richiamavano le tuniche delle statue classiche, di cui ha ampiamente trattato Eugenia Paulicelli su Vestoj, volevano prima di tutto essere comodi per adattarsi alle donne del tempo, il cui stile di vita iniziava a cambiare. Qui appare fortissimo il legame che la moda può instaurare con la politica o la società, entrando nel vivo del discorso con una posizione e dei risvolti pratici. La frase «perché il vestito è la casa» sembra in qualche modo prematura per i tempi in cui Rosa Genoni l’ha pronunciata, eppure talmente valida che continua ad avere senso anche per i nostri.

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