Hype ↓
05:10 giovedì 1 gennaio 2026
Martin Scorsese ha scritto un editoriale sul New York Times in cui spiega perché Misery è il miglior film di Rob Reiner In un commosso editoriale, Scorsese ha individuato nel thriller del 1990 l’apice della filmografia del collega, ricordando la loro amicizia.
Dopo il documentario su Diddy arriverà un documentario sui figli di Diddy che parlando di Diddy Justin e Christian Combs racconteranno il rapporto col padre in una docuserie che uscirà nel 2026 e di cui è già disponibile il trailer.
La crisi climatica sta portando alla velocissima formazione del primo deserto del Brasile La regione del Sertão sta passando da arida a desertica nell'arco di una generazione: un cambiamento potenzialmente irreversibile.
L’episodio di Stranger Things in cui Will fa coming out è diventato quello peggio recensito di tutta la serie E da solo ha abbassato la valutazione di tutta la quinta stagione, nettamente la meno apprezzata dal pubblico, almeno fino a questo punto.
Il progetto europeo di rilanciare i treni notturni sta andando malissimo Uno dei capisaldi del Green Deal europeo sulla mobilità, la rinascita dei treni notturni, si è arenato tra burocrazia infinita e alti costi.
Un’azienda in Svezia dà ai suoi lavoratori un bonus in busta paga da spendere in attività con gli amici per combattere la solitudine Il progetto, che per ora è solo un'iniziativa privata, prevede un’ora al mese di ferie e un bonus di 100 euro per incentivare la socialità.
Diverse celebrity hanno cancellato i loro tributi a Brigitte Bardot dopo aver scoperto che era di estrema destra Chapell Roan e altre star hanno omaggiato Bardot sui social per poi ritirare tutto una volta scoperte le sue idee su immigrazione, omosessuali e femminismo.
È morta la donna che restaurò così male un dipinto di Cristo da renderlo prima un meme, poi un’attrazione turistica Nel 2012, l'allora 81enne Cecilia Giménez trasformò l’"Ecce Homo" di Borja in Potato Jesus, diventando una delle più amate meme star di sempre.

Il rosa violento di Richard Mosse

Al Mast di Bologna c'è la prima antologica italiana dedicata all'artista irlandese che ha sovvertito la fotografia di guerra.

10 Maggio 2021

Si prova un sottile senso di colpa nell’ammirare le foto di Richard Mosse. La natura rigogliosa, i fiumi blu cobalto che si contorcono fra le colline, la foresta pluviale che sembra non finire mai e poi quel rosa shocking, colore ottimista per antonomasia, che avvolge ogni cosa. Sembra di stare nel Paese delle meraviglie; da un momento all’altro potrebbero spuntare Alice e il Bianconiglio. E invece sbucano i volti segnati dei ribelli e quelli sofferenti dei civili in fuga. Capanne in fiamme e teschi abbandonati fra le sterpaglie. Militari col mitra e cadaveri sul ciglio della strada sterrata. La sensazione di iniziale piacere visivo si esaurisce così, in pochissimi istanti. Non siamo in una favola ma in un incubo. Quella che ci viene schiaffata in faccia è la scena di un crimine: la guerra civile che dal 1998 ha provocato quasi sei milioni di morti nella Repubblica Democratica del Congo. Ecco perché quel sottile senso di colpa citato nelle prime righe: ci si sente quasi responsabili nell’aver provato piacere contemplando luoghi che alla fine si rivelano teatri di sofferenza. Ma allora perché tutto quel rosa? Per dare vita a queste opere Mosse ha scelto una pellicola 16 mm, la Kodak Aerochrome, usata dai soldati della Seconda guerra mondiale per le foto aeree. Grazie agli infrarossi si potevano ottenere informazioni sulla vegetazione e sulla composizione del suolo. E, soprattutto, individuare i soldati nemici mimetizzati fra le fronde. Quei filtri infatti registravano la clorofilla presente nella vegetazione e trasformavano il verde in rosa acceso, il marrone in azzurro. Mentre lasciavano inalterate, e quindi facilmente individuabili, le divise dei militari.

Le immagini in questione, raccolte nel reportage “Infra” e nella videoinstallazione in sei parti “The Enclave” (realizzata per il Padiglione irlandese della Biennale di Venezia del 2013), sono oggi esposte al Mast di Bologna in occasione di Diplaced. A cura di Urs Stahel, è la prima antologica italiana dedicata al fotografo originario di Kilkenny. In mostra, fino al 19 settembre, ci sono ben 77 lavori di grande formato dove arte contemporanea e fotografia documentaria si mescolano fino a confondersi. Sul piatto i temi più caldi del nostro tempo: dalla migrazione alla distruzione ambientale, dalla guerra ai cambiamenti sociali, economici e politici.

Si parte dai primissimi lavori che Richard ha realizzato in Bosnia, Kosovo, nella Striscia di Gaza e lungo la frontiera tra Messico e Stati Uniti. Ognuno ha un denominatore comune: l’assenza totale di uomini e umanità. «Mosse crede nella potenza intrinseca dell’immagine», ci racconta il curatore Stahel, «Ma rinuncia a scattare le classiche immagini iconiche legate a un evento. Preferisce piuttosto rendere conto delle circostanze, del contesto, mettere ciò che precede e ciò che segue al centro della sua riflessione. Le sue foto non mostrano mai la battaglia o il momento culminante, ma il mondo che segue la nascita e la catastrofe». Un tempo sospeso, dove tutto può accedere o è irrimediabilmente accaduto.

© Richard Mosse Lost Fun Zone, eastern Democratic Republic of Congo, 2012

Classe 1980, laurea in letteratura inglese presso il King College di Londra, Mosse ha studiato belle arti alla Goldsmiths, University of London e ha successivamente conseguito un MFA alla Yale School of Art. Al centro della sua poetica c’è sempre e solo la domanda: come guardiamo nel mondo occidentale i disastri e i conflitti del nostro tempo? La risposta è in quasi tutte le sue produzioni. Come la serie “Heat Maps” e l’installazione audiovisiva “Incoming”, anche loro a Bologna. Entrambe realizzate tra il 2014 e il 2018, raccontano il tema della migrazione, ma sotto un angolo visuale del tutto inedito e spiazzante. L’artista 41enne si è concentrato sull’indecisione dei Governi occidentali che aprivano e chiudevano le frontiere oscillando fra tra indulgenza e rifiuto, tra accoglienza e rimpatrio forzato. Nelle opere si possono scorgere i campi profughi di Skaramagas in Grecia, di Tel Sarhoun e di Arsal in Libano. Quello di Nizip in Turchia e del quartiere di Tempelhof a Berlino. Mosse ce li svela utilizzando una termocamera che registra le differenze di calore nell’intervallo degli infrarossi. Anche stavolta, si prende spunto da una tecnica militare che permette di “vedere” le figure umane fino a una distanza di trenta chilometri, di giorno come di notte. Il risultato è ambiguo: ci mostra immagini apparentemente nitide e ricche di contrasto, eppure tutto resta confuso. Non si riescono a distinguere i dettagli ma soltanto astrazioni: le persone sono riconoscibili solo nei contorni, ma non nella loro unicità. La figura umana esiste nel gruppo, ma non ha né radici né razza. Anche in questa occasione tutto si gioca nei contrasti. Richard ci mostra una cosa ma ce ne fa percepire un’altra, ben più profonda e crudele.

© Richard Mosse Vintage Violence, eastern Democratic Republic of Congo, 2011

In questo tour attraverso le ferite contemporanee si affronta anche il tema immancabile dell’ecologia. Tra il 2018 e il 2019 l’artista ha realizzato l’opera “Ultra”, ispirata a un viaggio lungo la foresta pluviale del Sudamerica. Grazie alla tecnica della fluorescenza UV, Mosse ha scandagliato il ricchissimo sottobosco di questo territorio, i licheni, i muschi, le orchidee e perfino le piante carnivore di cui ha stravolto ogni cromie. L’effetto è quello di uno show pirotecnico dai colori fluo grazie al quale la biodiversità viene descritta in tutto il suo splendore. Il messaggio è semplice: vedete questa meraviglia? Ecco cosa rischiamo di perdere se non facciamo qualcosa per il nostro pianeta.

© Richard Mosse Dionaea muscipula with Mantodea, Ecuadorean cloud forest, 2019

Negli spazi del Mast è presente anche l’ultimo atto della ricerca di Mosse: la serie “Tristes Tropiques”, il cui titolo è ispirato a un saggio dell’antropologo francese Claude Lévi-Strauss, realizzata in Brasile nel 2020. Testimonia con precisione satellitare la distruzione dell’ecosistema da parte dell’uomo. Il fotografo ha scattato queste foto lungo “l’arco del fuoco”, nel Pantanal, il fronte di deforestazione di massa nell’Amazzonia. Ciò che ne emerge è una sorta di Via Crucis dei giorni nostri, dove ogni mappa ritratta indica  un delitto ambientale perpetrato su vasta scala. Ancora una volta, incanto e orrore, grazia e brutalità. «Cerco di sfruttare le potenzialità dell’arte nel rappresentare storie così dolorose e difficili da esprimere con le sole parole», ha spiegato tempo fa l’artista, «ma soprattutto, approfitto della capacità della fotografia di documentare le tragedie raccontandole al mondo».

Articoli Suggeriti
Martin Scorsese ha scritto un editoriale sul New York Times in cui spiega perché Misery è il miglior film di Rob Reiner

Nell'articolo, Scorsese analizza nel dettaglio il film ma racconta anche la sua lunghissima amicizia con Reiner.

L’episodio di Stranger Things in cui Will fa coming out è diventato quello peggio recensito di tutta la serie

E da solo ha abbassato la valutazione di tutta la quinta stagione, nettamente la meno apprezzata dal pubblico, almeno fino a questo punto.

Leggi anche ↓
Martin Scorsese ha scritto un editoriale sul New York Times in cui spiega perché Misery è il miglior film di Rob Reiner

Nell'articolo, Scorsese analizza nel dettaglio il film ma racconta anche la sua lunghissima amicizia con Reiner.

L’episodio di Stranger Things in cui Will fa coming out è diventato quello peggio recensito di tutta la serie

E da solo ha abbassato la valutazione di tutta la quinta stagione, nettamente la meno apprezzata dal pubblico, almeno fino a questo punto.

È morta la donna che restaurò così male un dipinto di Cristo da renderlo prima un meme, poi un’attrazione turistica

Nel 2012, l'allora 81enne Cecilia Giménez trasformò l’"Ecce Homo" di Borja in Potato Jesus, diventando una delle più amate meme star di sempre.

Il primo grande tour annunciato per il 2026 è quello di Peppa Pig, al quale parteciperà pure Baby Shark

Ma non solo: ci sarà anche il resto della famiglia Pig, Danny Dog, Rebecca Rabbit e molti altri. Si punta dichiaratamente al sold out.

Il thread Reddit in memoria di Brigitte Bardot è stato chiuso subito perché quasi tutti i commenti erano pesanti insulti all’attrice

Accusata di essere una lepenista, islamofoba, razzista, omofoba e classista, tanto che i moderatori hanno deciso di bloccare i commenti.

Metal Carter, il culto della personalità

È uno dei padri fondatori del rap italiano e ha raccontato la sua storia in una recente autobiografia, Cult Leader. Lo abbiamo incontrato per parlare di Truceklan, di film horror, di death metal, di Roma e di video musicali che non si fanno più.