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Finché potremo vedere e rivedere all’infinito quella scena di Drive, di Kavinsky non ci dimenticheremo mai È morto a 50 anni uno dei grandi protagonisti della scena elettronica. Di lui resta tanto ma soprattutto una canzone, Nightcall, pezzo fondamentale di un film indimenticabile.
C’è un motore di ricerca che vuole rendere accessibili liberamente e gratuitamente tutte le opere d’arte conservate in tutti i musei del mondo Su The Last Museum si trovano già 5,8 milioni di opere e l'archivio continua a crescere giorno dopo giorno. L'obiettivo è raccogliere tutta l'arte di tutti i tempi.
Sta per uscire un libro che raccoglie centinaia di schizzi e bozzetti di Yohji Yamamoto ritrovati per caso in un magazzino di Tokyo Si intitola Yohji Yamamoto Drawings, la curatela è di Peter Saville e i disegni sono stati selezionati da Yamamoto in persona.
La traduttrice dell’Odissea alla cui opera Nolan si è ispirato per il suo film ha detto che Odissea di Nolan è orribile da ogni punto di vista Emily Wilson, autrice della più recente traduzione del poema in inglese, ha firmato una delle più brutali stroncature del film: «Se la sceneggiatura l'avessi scritta io, me ne vergognerei», ha detto.
Le prime stime dicono che la devastazione causata dagli incendi in Francia e Spagna è seconda solo a quella causata dalla Seconda guerra mondiale Macron ha parlato di tempeste di fuoco e della situazione più difficile dal '45. Sánchez ha detto che questa ormai «non è più un'eccezione. È la regola».
Un uomo di New York è stato sfrattato dal suo appartamento perché aveva troppi libri Lui si chiama Mendel Uminer, libri posseduti: 10 mila. Sfratti subiti: 1, perché il suo ex padrone di casa considerava tutta quella carta una violazione delle norme antincendio del condominio.
Le colonne di fumo generate dagli incendi in Francia e Spagna sono talmente grandi che al loro interno si stanno formando dei temporali Si chiamano pirocumulonimbus e sono nuvole che si generano direttamente dentro il fumo degli incendi, con tanto di fulmini e raffiche di vento.
L’annuncio di una sua terza e incostituzionale candidatura alla presidenza degli Usa non è nemmeno lontanamente la cosa più assurda fatta da Trump alla Cena dei Corrispondenti Faccette, sfottò, insulti a giornalisti, attori e politici, aneddoti su mucche investite e poi, alla fine, il "grande annuncio".

Il futuro è nelle campagne

Con l’esposizione Countryside, The Future al Guggenheim di New York, Rem Koolhaas ha riflettuto sulle aree non urbane come possibile soluzione ai problemi del presente.

13 Marzo 2020

È nelle campagne, nel territorio non-urbano, secondo Rem Koolhaas, il luogo in cui si giocherà la partita del futuro. Countryside, The Future è il titolo della mostra al Guggenheim di New York dell’architetto e scrittore olandese, inaugurata lo scorso febbraio. Quando nel 2015 è stata concepita l’esposizione, curata insieme a Samir Bantal, Direttore di AMO – il think thank che porta come nome l’acronimo letto al contrario dello studio di architettura OMA di Koolhaas – non era già più di moda parlare di downshifting o decrescite apparentemente felici. Così come i virus le pandemie appartenevano alla sfera dell’improbabile, scenari realistici ma non reali.

Per questo, Rem Koolhaas ha affrontato l’argomento guardando al futuro senza semplificazioni, senza la pressione dell’attualità. «Un progetto come questo sarebbe stato impossibile vent’anni fa», ha dichiarato Koolhaas che, quando ha fondato OMA, si era dato come obiettivo lo studio delle forme mutanti del sistema urbano. D’altra parte, anche da scrittore, negli ultimi trent’anni l’architetto ha guardato in molte direzioni, ma mai verso gli spazi rurali. Ha affrontato il tema delle megalopoli orientali, della bigness, del delirio verticale e non pianificato delle città occidentali. A guardare tutto questo su una mappa, una parte molto piccola del mondo. Con il progetto esposto al Guggenheim, il suo interesse si è spostato sulle lezioni che che possiamo apprendere da quel 98 per cento del pianeta che non è occupato dalle città: le campagne, gli oceani, i villaggi rurali, le aree selvagge e quelle ancora a bassissima densità di popolazione.

Questo progetto non raccoglie le previsioni degli statistici, e nemmeno le scommesse, il più delle volte parziali, su un futuro possibile. Presentando il lavoro, Rem Koolhaas utilizza termini come “attivare” e “scatenare il futuro”, muovendosi insomma all’interno del perimetro dell’architettura che, come afferma Renzo Piano, deve saper interpretare le istanze del presente per poter creare gli spazi del futuro. In Countryside, The Future, l’interpretazione del nostro presente avviene attraverso una incredibile raccolta di dati, di interviste, di grafici ed analisi sui temi della nostra epoca: dal cambiamento climatico alle migrazioni, dalla filiera dell’alimentazione alla logistica. Decine di domande che ci coinvolgono, alle quali l’osservazione di quella che il New York Times ha definito una “gentrificazione delle aree non-urbane” può dare risposte e, forse, utili soluzioni.

“Countryside, The Future”

“Countryside, The Future”

“Countryside, The Future”

La sfida di Rem Koolhaas è stata avventurarsi in un’analisi su scala globale: non concentrare l’attenzione su una determinata area del mondo ma, in un’epoca di globalizzazione consolidata, affrontare le relazioni che muovono il mondo nella loro interezza, e in tutta la sua complessità. Un lavoro enorme, reso possibile dai big data e dalle osservazioni satellitari che vengono trasmesse in diretta all’interno dell’elicoidale del Guggenheim, la cui particolarità è che non viene ospitato in un centro di ricerca, ma in un museo. Una mostra che, specifica Rem Koolhaas, non è arte. È un’indagine che tenta di andare alle radici della nostra realtà. Perché è nelle zone rurali che «vengono sviluppati i componenti più radicali e moderni della nostra civiltà». E “componenti” è un termine che può usare un architetto, non un artista. Insomma, in futuro le zone rurali non potranno più essere considerate come i tranquilli giardini della nostra vita urbana, come luoghi passivi lontani dalla produttività. Un paradosso, visto che, evidentemente, è qui che si produce per sostenere i servizi sviluppati nelle metropoli.

Ma siccome la verità può emergere dai paradossi, dalle profonde contraddizioni e persino dall’ironia, quale sede migliore, per parlare di tutto questo, se non New York? Anzi, il Guggenehim di New York. Il museo progettato da Frank Lloyd Wright, l’architetto che ha sempre detestato la città. All’interno un susseguirsi senza interruzioni di immagini e slogan, di fotografie satellitari e schermi su cui scorrono i dati raccolti negli anni di ricerca (e nessuna architettura firmata dallo studio OMA). Mentre fuori, sulla Fifth Avenue, di fronte all’ingresso del museo, per tutta la durata dell’esposizione sarà parcheggiato un trattore. Certo, un trattore controllato da remoto tramite un iPad.

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