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Gli Stati Uniti vogliono la Luna e anche tutto lo spazio che c’è tra la Terra e la Luna Il Pentagono definisce lo spazio tra la Terra e la Luna un «dominio di combattimento» e prepara fino a cinque satelliti per il 2029. A preoccupare Washington sono i piani lunari della Cina.
Il “concerto perduto” di David Bowie è stato ritrovato e diventerà uno spettacolo itinerante, un po’ film, un po’ tour, un po’ mostra immersiva Le riprese di due concerti all’Earls Court, ritrovate da Brett Morgen negli archivi del musicista, diventano uno spettacolo su schermi LED trasparenti. Debutto a Berlino durante la Berlinale, poi un tour nelle arene.
In un modo molto herzoghiano, Werner Herzog ha rivelato che il suo prossimo film è un documentario su Karl Bushby, l’uomo che ha impiegato 28 anni per fare il giro del mondo a piedi Il regista lo ha detto a Hull, nel giorno del ritorno a casa di Karl Bushby dopo 50mila chilometri a piedi: «Questa è la fine del mio nuovo film», ha detto, che si intitolerà Walk of Life.
Un romanzo di 700 pagine scritto nell’Ottocento sta facendo litigare furiosamente i polacchi progressisti coi polacchi tradizionalisti Una miniserie Netflix e un film campione d’incassi hanno riportato al centro del dibattito La bambola di Bolesław Prus, il classico che generazioni di polacchi hanno letto a scuola
Dopo le polemiche per aver scelto il tema più controverso di tutti (John Galliano), il Met Gala ha provato a rimediare scegliendo quello più noioso di tutti Il tema del prossimo Met Gala sarà “extraORDINARY: Fashion and the Poetics of the Everyday”, una mostra sugli abiti di tutti i giorni che prende il posto di quella su Galliano.
Le nuove assunte del Comune di Tokyo sono due capre a cui è stato affidato il campito di “curare” il prato attorno alla stazione Cioè, di brucare il prato attorno alla stazione di Yotsuya. Lavoro in cui Nagi e Pokke si sono fin qui dimostrate impeccabili.
Dopo che Trump l’ha definita «un cesso di Paese», la Norvegia ha risposto pubblicando una lista dei suoi bagni pubblici più belli L'Agenzia nazionale del Turismo norvegese ha pubblicato un articolo intitolato «Questi sono i cessi migliori del mondo?». E, in effetti, nel Paese ci sono davvero dei bellissimi bagni pubblici.
Rob Sand faceva il modello per Prada, ora è il primo democratico dopo vent’anni a diventare governatore dell’Iowa A lui, però, non piace che si parli del suo passato sulle passerelle di Milano e Parigi. Anche perché i suoi avversari lo hanno usato e lo usano contro di lui.

Rem Koolhaas, scrittore

Nel suo ultimo libro, Testi sulla (non più) città, l'architetto olandese riflette sullo stato degli agglomerati urbani e sul loro, incerto, futuro.

14 Novembre 2021

C’è spesso una disciplina parallela che guida – e condiziona – l’attività per cui qualcuno è riconosciuto, ed è interessante sapere quale sia, perché aiuta a entrare nella sua opera. Nel caso di Rem Koolhaas è senza dubbio la scrittura, ed il libro appena pubblicato da Quodilibet Testi sulla (non più) città conferma come il fondatore di OMA utilizzi i testi per costruire quelle connessioni che mancano agli edifici, oggi per lo più oggetti isolati in città a cui sembra mancare il collante. D’altra parte l’architetto olandese nasce giornalista e sceneggiatore e solo dopo aver intuito che, se c’era qualcosa di cui scrivere, lo dovevamo al fatto che il mondo fosse definito dalle relazioni tra persone, spazi ed edifici, diventa architetto. Gli scritti di questo libro hanno un tono diverso rispetto a Deliriuous New York (di cui Koolhaas negli ultimi anni sembra parlare poco volentieri, come spiega il curatore Manuel Orazi nell’introduzione al libro) o alla raccolta di saggi di Junkspace o di Bigness. Sono un diario di viaggio che nasce dall’osservazione diretta, dai ricordi di esperienze attraverso città che hanno condizionato la formazione di Koolhaas.

C’è Berlino con il suo Muro e poi i suoi spazi aperti, Atlanta che non è una città ma un paesaggio, Singapore, Parigi che è sempre stato il termine di paragone per tutto il resto, c’è naturalmente New York e l’esperimento in tempi record di Brasilia, e poi ancora Tokyo, Lagos e Dubai. Sono queste le città che ci permettono di capire quali sono le direttrici eterogenee che guidano, o potrebbero guidare, il futuro. Un futuro che, anche in urbanistica (un’urbanistica uccisa dalla sicurezza offerta dall’architettura, con il suo mito della materia, secondo Koolhaas) con poche regole, fatto di discussioni intorno a temi forse superati dalla realtà. C’è un gran discutere di periferie, ma che cosa è la periferia? Se oggi le città non hanno un centro, quale è la nostra idea di periferia? Se riavvolgiamo il nastro, secondo l’architetto l’idea di Downtown non è finita con Los Angeles, ma con Atlanta, la città della “zoonizzazione” e dei quaranta aeroporti, la città da cui transitiamo soltanto e che potrebbe trovarsi ovunque.

Un’altra cosa interessante, quando si parla di architetti, è capire chi fossero e che cosa abbiano fatto prima di disegnare il loro primo edificio: che cosa ha fatto Rem Koolhaas prima di diventare Rem Koolhaas? Ha viaggiato molto e una delle prime città che ha voluto visitare è stata proprio Atlanta, «curioso di capire che specie di studio fosse quello che riusciva a progettare con tanta imparzialità, riuscendo a mettere uguale entusiasmo in architetture così eterogenee». Gli studi che trova sono enormi, trecento persone che lavorano in contemporanea su decine di progetti, con commissioni che vengono tenute segrete tra i team dello stesso studio. Racconta Koolhaas che «potevano progettare un’opera completa in un pomeriggio», è il suo incontro con il post-moderno, con il pensiero libero dai doveri dell’ideologia, solo un architetto post-moderno poteva progettare edifici così grandi e complessi in un solo giorno. Ad Atlanta, Koolhaas trova la città per come è, non per come dovrebbe essere, un approccio che ha come faro l’efficienza e la velocità, «post-ispirato, ex erudito».

Poi c’è New York, la vecchia New York, sincronizzata con il tempo solo per brevi periodi e poi sempre travolta dagli eventi (la crisi anni ’70, la crisi finanziaria anni ’90, l’11 settembre). Nata con lo scopo di accogliere, e sarà per questo che chiunque metta piede a New York ha quella sensazione di sentirsi immediatamente a casa. Manhattan cade e si risolleva, continua a essere territorio di conquista per la finanza che commissiona grattacieli, ma dove è il contenuto? La ricostruzione di Ground Zero – secondo Koolhaas – è un esempio di questo vuoto che si cela dietro gli annunci di edifici avveniristici. Qui si assiste alla prevalenza del committente privato sul pubblico: l’architetto che lavora prevalentemente per il privato, per competere deve proporre lo stravagante, l’eccentrico. È quel tipo di architettura che trova soluzioni per dare alla materia tutte le forme possibili, ma sempre di materia si tratta. Tuttavia per Koolhaas, anche prima dell’11 settembre, la cosa più notevole delle Torri Gemelle era che fossero gemelle, per il resto vennero terminate (era lil 1972) «nel momento esatto in cui la passione di New York per il nuovo si era ormai spenta».

Uno dei saggi più appassionanti del libro riguarda Brasilia, la città che ha reso Koolhaas l’architetto che conosciamo oggi. Aveva undici anni quando è stata immaginata, su Time Magazine legge la storia di questo immenso aereo in cemento armato che stava nascendo – atterrando – nel bel mezzo del Brasile, in un’area spopolata, e ha capito di voler diventare un architetto, «ma non un architetto qualsiasi, un architetto brasiliano». Brasilia è stata costruita in fretta ed è invecchiata in modo altrettanto rapido: quando il potere economico, il mercato, supera il potere politico, Brasilia diventa patrimonio dell’umanità e per questa straordinaria idea di futuro inizia il periodo della conservazione, si trasforma in un museo a cielo aperto. Ma le città, anche le più rigorose, sanno generare l’inaspettato. Sapevate che l’epicentro del movimento punk brasiliano degli anni ‘80 si è sviluppato esattamente in un edificio di Brasilia? È qui che alloggiavano i diplomatici provenienti da tutto il mondo, con le loro famiglie, e di conseguenza con i loro figli adolescenti e cosmopoliti.

Oggi l’architetto esce piuttosto annoiato dai convegni in cui gruppi di esperti di digitale si occupano di smart city. La città intelligente viene rappresentata attraverso disegni semplicistici, dagli angoli smussati e dai colori brillanti, come se i cittadini fossero bambini a cui proporre un futuro fatto di simpatia e controllo. D’altra parte, è il caos ad aver generato i risultati più sorprendenti. La prima riga del documento di zoonizzazione della città di Atlanta definiva i metodi da seguire per proporre modifiche al piano urbanistico, insomma l’incipit si concentrava su come poter cambiare le norme.

Nel libro c’è anche la Défense di Parigi, una enclave sempre in evoluzione su cui OMA ha lavorato a lungo, e c’è il Muro di Berlino che Koolhaas vede da subito come un’opera architettonica oltre che geopolitica, anche se all’epoca nessuno era interessato alla costruzione in sé, tuttavia ciò che simboleggiava era imputabile anche all’architettura. E fu anche a causa di quel Muro che «all’inizio degli anni Settanta non era possibile non accorgersi di un enorme mole di risentimento contro l’architettura, anche davanti alle nuove prove delle sue inadeguatezze – dei suoi crudeli e logori risultati – che quotidianamente si accumulavano». 

Se si scriveranno ancora i manifesti, quale sarà l’Utopia di questo secolo, se escludiamo il controllo digitale presentato con disegni molto colorati? L’Utopia, il sogno di ogni architetto, il suo segreto inconfessabile di poter migliorare almeno un po’ il mondo «è uno Stato, non una colonia di artisti». E se l’ultima città, annota Rem Koolhaas nei suoi scritti, è stata Brasilia, oggi il saldo non sembra essere a favore dell’architettura, per la quale «pochissimi fragili modelli sono controbilanciati dai suoi disastri, e la conta dei cadaveri oscilla intorno ai 100 milioni di vittime solo in questo secolo».

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