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Raven Leilani: il sesso e le guerre culturali nell’America di oggi

Il suo primo romanzo, Chiaroscuro, è stato accolto negli Stati Uniti come l’esordio di un grande talento. Dialogo con la scrittrice e artista trentenne considerata l’erede di Zadie Smith.

30 Agosto 2021

Edie ha ventitré anni, lavora in una casa editrice di New York, fa sesso con molti uomini e abita in un appartamento infestato da topi e scarafaggi a Bushwick, Brooklyn. Conosce Eric, più grande di lei e sposato con Rebecca, tramite un’app. Tra di loro inizia una storia, ma non è un tradimento coniugale, e non è neanche semplicemente la relazione tra una ragazza nera (Edie è afroamericana) e un archivista bianco del New Jersey. Perché Eric ha un matrimonio aperto. E quando lei perde il lavoro e viene sfrattata, scopre di avere una bizzarra alleata nella moglie di lui, che la invita a trasferirsi da loro per un po’. Sono le premesse di Chiaroscuro di Raven Leilani, accolto negli Stati Uniti come l’esordio di un grande talento, appena pubblicato in Italia da Feltrinelli nella traduzione di Stella Sacchini e Ilaria Piperno.

Di Leilani vengono lodati lo stile, la ricerca luminosa in fatto di linguaggio, e l’ardire nel raccontare senza giudizi la fragilità di questa giovane donna, la sua fuga dalla solitudine attraverso la ricerca famelica di contatto umano. Chiaroscuro però è anche il racconto di un percorso artistico: uno degli snodi cruciali del romanzo è infatti il momento in cui, a casa di Eric e Rebecca, la protagonista trova finalmente il coraggio di dedicarsi al suo grande amore, la pittura, dimenticando l’affanno dato dal doversi mantenere con ogni mezzo nella città crudele. Tuttavia, non è stata accolta solo per generosità, o per aderire a un caotico modello di apertura mentale ed emotiva: la ragione autentica, benché taciuta, è che Edie faccia da sostegno e da guida ad Akila, la figlia adottiva della coppia, afroamericana in un quartiere di bianchi ricchi e ignoranti, con due genitori bianchi che di fronte a lei sono disorientati.

Ho raggiunto Raven Leilani tramite Skype per farle qualche domanda, a cui ha risposto dal suo appartamento di Brooklyn mentre una tempesta di neve rendeva la connessione ballerina. Lei era seduta sul letto, che è la sua postazione di scrittura preferita. «Mi piace stare comoda mentre scrivo, e mi piace scrivere di sera», racconta. Mi dice che per scrivere un grande libro uno scrittore deve essere disposto a parlare di ciò che gli fa paura, ad avventurarsi nella stanza oscura, come la chiama Margaret Atwood, e a tirare fuori qualcosa di innominabile.

Per lei che cos’era quella paura?
Scrivendo Chiaroscuro mi ero data proprio questo compito. Ho dovuto lavorare molto per venire a patti con quel riflesso incondizionato – che penso abbiano tutti gli scrittori – di nascondere dietro alla parola ciò che più ci svela e ci mette in imbarazzo. Uno dei due “filoni di vergogna” che percorrono il libro può essere il modo, direi quasi degradante, in cui Edie cerca l’intimità. Allo stesso tempo però va nel mondo protetta da una specie di guscio che si è creata per sopravvivere, e questo genera una tensione tra il suo desiderio disperato di essere vista e toccata e il suo bisogno di essere al riparo. Penso che entrambe le cose siano indice di grande vulnerabilità: lei fa sesso per sentirsi un essere umano. Io volevo scrivere di questo: della realtà anche oscena, anche disperata, che c’è dietro al nostro desiderio infinito di essere visti dall’altro, e di ciò che siamo disposti a fare per creare qualcosa che per noi abbia un significato.

E qui entra in gioco anche il desiderio di essere un’artista.
Esatto. Quel desiderio Edie lo mette in tutto ciò che fa, nonostante per mantenersi debba fare altro, dal lavoro d’ufficio alle consegne a domicilio: al centro di ogni cosa c’è il suo sogno di dipingere e arrivare a vivere della sua arte, anche quando non se ne sente all’altezza. Perciò parte dell’elemento innominabile dentro la stanza è quel grido: io sono questa qui, sono in grado di produrre arte nonostante la realtà in cui per ora sono immersa sia una realtà che mi riduce a qualcos’altro, e stia tentando di spegnere il mio talento e i miei desideri, tutti.

«Il centro vero di questo romanzo è la furia che c’è dentro Edie, e penso che quella furia sia dignità. Comprendere che la tua rabbia è necessaria, che ha ragion d’essere, è dignità»

Edie ha una vita complicata da ogni punto di vista: quello economico, quello emotivo e relazionale, e anche nel suo percorso artistico. Eppure non è una persona disperata; ha una sua visione dignitosa delle cose, anche se la sua vita è un pasticcio.
Si muove nel mondo con dignità perché in qualche modo è una studentessa del mondo, e lo è in quanto aspirante artista, che deve osservare da vicino la realtà per poterla riprodurre. Allo stesso tempo però è anche una donna nera, ovvero una persona il cui corpo, a causa di queste due caratteristiche – il suo essere donna e il suo essere nera – esiste in una condizione di precarietà. E per via di questa precarietà lei deve essere consapevole di ciò che la circonda con un’acutezza profonda e distaccata insieme: chirurgica. Studia le persone che ha intorno in maniera quasi perversa. Ed è in contatto con la sua rabbia. Il centro vero di questo romanzo è la furia che c’è dentro Edie, e penso che quella furia sia dignità. Comprendere che la tua rabbia è necessaria, che ha ragion d’essere, è dignità.

Qual è stata la scintilla iniziale, l’origine di questa storia?
Studiavo per la laurea specialistica in scrittura creativa alla New York University e stavo scrivendo un libro molto diverso, convinta che sarebbe stato il mio romanzo d’esordio. Con il tempo, anche parlando con i miei professori [tra cui Zadie Smith, nda], mi sono resa conto che in quel caso, per dirla con la prima domanda, mi stavo allontanando dalla stanza oscura. La scintilla è arrivata quando ho capito che avevo per le mani pagine opache, prive di vulnerabilità, e ho compreso che dovevo scrivere qualcosa di diverso, che mi mettesse a nudo: qualcosa che esponesse i personaggi, e un’idea di umanità, in maniera da me percepita come autentica. «Il tempo non è infinito», mi sono detta. E sono giunta, non senza fatica, alla consapevolezza che ciò che avevo da dire meritava quel tempo: se la vita deve finire, allora tanto vale dedicarsi a una cosa che abbia un significato. Poi c’è una terza risposta. E la terza risposta è che l’arte è la mia ossessione.

Lei è anche pittrice, come Edie.
Sì, e volevo trovare il modo di scriverne. A ossessionarmi è il fatto che ciascuno di noi ha un percorso diverso: alcuni possono essere lineari, altri sono strani e pieni di deviazioni. La scoperta del proprio io artistico non si esaurisce mai, e questo vale per il lavoro in sé, ma anche per il lavoro su di sé, nel senso che bisogna continuamente costruire la fiducia in sé stessi necessaria a percepirsi come artisti.

Ha mai temuto, mentre scriveva, di non riuscire a rendere su carta esattamente la storia che aveva in testa?
Quando scrivo non mi preoccupo mai. La scrittura, proprio nel senso di luogo fisico – io alla scrivania davanti alla pagina – è uno dei pochi momenti della vita in cui non temo niente e mi sento libera da tutto. Perdo anche la cognizione del tempo. C’era però una cosa che avevo particolarmente a cuore: anche se la storia in un certo senso è brutale e cruda, volevo riuscire a raccontare il personaggio di Edie con tenerezza. Buona parte del libro parla di lei che cerca un modo per mangiare e per ripagare i suoi debiti studenteschi, e per farlo offre il suo corpo, letteralmente, a questi brevi e spesso disfunzionali intermezzi allo scopo di vivere qualche momento di intimità. Proprio in virtù del fatto che nel romanzo è presente questa specie di “sfruttamento” del corpo, ero consapevole che, da donna nera che stava raccontando un’altra donna nera, dovevo farlo volendole bene.

«Chiaroscuro ruota attorno al sesso, ma in buona parte del libro il sesso non c’è. C’è però lei che lo desidera, lei che vuole disperatamente essere toccata e resa viva»

Anche le parti in un certo senso più oscure sono raccontate senza giudicarla in alcun modo.
Anche i momenti violenti, o in qualche modo degradanti, come quando Edie chiede di farsi picchiare, avevano ragione di esistere. Scriverne con tenerezza ha significato proprio quello: provare a raccontare queste cose senza alcun giudizio, semplicemente dichiarandole presenti. Ho cercato di essere il meno sentimentale possibile, e di descrivere in modo sincero una persona arrabbiata, una persona con dei desideri e delle necessità. A preoccuparmi, se mai, era la consapevolezza che, in quanto scrittrice nera che stava raccontando una protagonista nera, mi trovavo dentro un solco raro: gli autori appartenenti a background storicamente emarginati sono ancora la minoranza, e io ero nella posizione non così comune di poter scrivere una storia di questo tipo; avevo sì il desiderio di farlo con dolcezza, ma non volevo cedere alla tentazione di ripulirla, di renderla più accettabile. Non volevo raccontare l’essere neri oggi. Volevo raccontare questa particolare storia di questa donna nera in particolare.

Lei ha detto che desiderava aprire una porta sulla coscienza di una donna nera, un personaggio che avesse scelto di non essere rispettabile, e vivesse sfidando il “grande esperimento di contenimento” a cui tutte le donne nere si sentono soggette.
Esatto. Se una donna, in quanto donna, deve sempre pensare a proteggersi, una donna nera lo fa due volte: in quanto donna e in quanto nera. Ma anche in due sensi, perché deve proteggere il suo corpo e al tempo stesso deve proteggere la sua mente. C’è una frase di Toni Morrison che dice: «Il vero scopo del razzismo, quello più grave, è la distrazione. Ti impedisce di fare il tuo lavoro. Perché devi spiegare continuamente la ragione per cui esisti».

Raven Leilani, Donna Tartt, Emmanuel Carrère e Gerald Murnane sono i quattro grandi nomi della letteratura contemporanea che abbiamo intervistato per lo “speciale scrittori” nel nuovo numero di Rivista Studio.

E specialmente il lavoro culturale, la scrittura, l’arte.
Proprio così. Il fatto che il corpo viva in un perenne stato di precarietà dà una diversa forma alla tua coscienza. E il danno che subisce la mente non può essere sottovalutato: pensare dove e come si può essere al sicuro fa perdere una tale energia mentale che per sopravvivere uno rischia di spegnersi, di frenare per sempre una parte di sé. Ecco perché è importante capire e affermare a gran voce che il nostro mondo interiore, mentale, creativo è importante. Che è degno, fertile, e merita, se lo vuole, di poter esondare su una pagina o su una tela. La differenza fondamentale tra la coscienza di una donna nera, o asiatica, e quella di una donna bianca, è che quella delle prime ha un ulteriore bisogno di protezione, e deve essere affermata due volte, in ogni ambito della vita.

Chiaroscuro si muove oltre la soglia di certi costrutti sociali come la monogamia e la fedeltà nel matrimonio, ed esplora un paesaggio sempre più di uso e sperimentato (specie in America), ovvero quello non tanto delle relazioni aperte, quanto piuttosto del poliamore. Pensa che ognuno debba semplicemente trovare il suo equilibrio, oppure che ci sia una verità sull’amore da qualche parte, visto che comunque anche in questo romanzo nessuno, in fondo, è felice?
(Ride). Esiste un tipo di amore giusto, o sbagliato, o più soddisfacente di un altro? Volevo esplorare proprio queste idee. Anche nell’accordo tra Eric e sua moglie Rebecca c’è la consapevolezza che si sta procedendo per tentativi, che magari potranno esserci degli errori. All’inizio decidono di farlo per introdurre qualcosa di nuovo nel loro matrimonio, forse persino una nuova stabilità. È vero che nessuno è felice in questo libro, ma loro non sono neanche del tutto infelici: non sono un marito e una moglie che si detestano, ecco.

«La pittura è il mio primo amore, ma mi fa più paura. Per molto tempo ho sentito di non riuscire a esprimermi fino in fondo su tela, e accettare i miei limiti è stato molto doloroso»

Lo capisce Edie per prima quando, dalla porta della loro stanza lasciata socchiusa, li vede mentre fanno l’amore. E si dice: lo fanno come due che si amano.
Non volevo che il poliamore fosse l’ultima spiaggia in un matrimonio a pezzi, o una strada estrema e perversa percorsa da tre persone disperate. Anzi, penso sia più probabile che il desiderio di sperimentare qualcosa di nuovo possa esistere proprio in un’unione che di per sé non è infelice. E in effetti ci allontaniamo quasi subito da Eric: Edie crea un legame più profondo e sfaccettato con Rebecca, con cui trascorre più tempo, con cui c’è più complicità. Mi sono divertita a esplorare questa parte della storia, e penso anche che sia la più umana e veritiera, perché l’intimità è una cosa ondivaga, che si presta poco alle costrizioni e non si sottomette all’ordine che vorremmo imporle, ma nasce e cresce dove vuole. La natura umana ha dentro di sé la tensione al cambiamento: cambiamo, ci evolviamo, e raramente sappiamo davvero che cosa vogliamo. Volevo scrivere di quel caos.

Lei scrive di sesso in maniera molto franca, e ha detto che cerca di descriverlo anche nei suoi aspetti che la commuovono, come le sue componenti “goffe, strane o sceme”, che sono tanta parte dell’incontro tra due corpi. L’intimità sessuale può a volte essere più profonda di quella emotiva?
Secondo me sì, può essere più profonda, anche se nel sesso c’è sempre e comunque una componente di “performance”. Siamo vulnerabili perché siamo nudi e completamente esposti, collegati tramite i nostri corpi – che entrano letteralmente uno dentro l’altro – in un modo che non succede in nessun altro aspetto della vita: è una vicinanza primitiva. Eppure, anche nel momento in cui siamo più vulnerabili, possiamo decidere come porci, recitare una parte. Edie, che già nella vita deve recitare in una serie di ambiti, in primis quello lavorativo, sceglie di esprimere la sua sessualità in maniera libera, senza chiedere scusa a nessuno. Chiaroscuro ruota attorno al sesso, ma in buona parte del libro il sesso non c’è. C’è però lei che lo desidera, lei che vuole disperatamente essere toccata e resa viva.

E lei che dipinge sempre di più, nel tentativo di trovare il suo vero sé: l’artista che aveva abbandonato per strada ma che vuole essere. Dicevamo che anche lei, Raven, è pittrice. Come interagiscono tra loro questi suoi due “lati” artistici? E verso quale dei due si sente più sospinta?
Ah, è diffcilissimo rispondere a questa domanda. Direi che mi sento più vicina alla scrittura, perché quella è l’unica cosa che, anche quando non mi viene bene, so di voler portare avanti. Magari scrivo pagine e pagine che trovo orribili, ma non mi arrendo, perché so che qualcosa di buono ne uscirà. La pittura è il mio primo amore, ma mi fa più paura. Per molto tempo ho sentito di non riuscire a esprimermi fino in fondo su tela, e accettare i miei limiti è stato molto doloroso: ho accantonato la pittura per anni perché non mi sentivo abbastanza brava, salvo poi tornare a dipingere come una pazza durante la pandemia. Una vera riscoperta. In comune con la scrittura, almeno per me, ha il fatto di richiedere molto studio, molta concentrazione: quando scrivo e quando dipingo il tempo non esiste, e il resto della giornata, quello in cui sono impegnata in attività più normali, come mangiare e parlare, mi sembra in qualche modo più dolce, proprio perché so che allo stesso tempo, su un altro piano del reale, sto vivendo nella mia mente.

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