Hype ↓
18:35 mercoledì 16 settembre 2026
JD Vance si è prodotto in un incredibile spiegone per dimostrare che Emily in Paris è la miglior serie di sempre e lo «Shakespeare della nostra epoca» Secondo il Vicepresidente la serie è «una grande critica culturale al processo decisionale dei Millennial».
Se sei l’erede di una grande dinastia della moda italiana e ti serve un direttore creativo, chiami Dario Vitale Dopo l'esperienza da Versace, Dario Vitale diventa il primo creativo esterno ad assumere la guida di Emporio e degli accessori Giorgio Armani, segnando la prima vera svolta della maison dopo la scomparsa del fondatore.
Nonostante gli scienziati dicano che non funzionerà mai, diverse persone stanno pagando 200 mila euro a un’azienda australiana per far congelare i loro cadaveri nella speranza di essere resuscitati in futuro L'azienda si chiama Southern Cryonics, si trova a Holbrook, nel New Souther Wales, e ai suoi clienti propone "a chance of life extension".
Per salvare i suoi cittadini dal brainrot, Singapore ha deciso di pagarli per leggere almeno 15 minuti al giorno Quindici minuti valgono venti monete virtuali, per arrivare a un dollaro di Singapore ne servono mille, cioè cinquanta giorni di lettura.
Dopo che Ed Sheeran ha cacciato Macklemore dal suo tour per aver urlato Free Palestine dal palco, tutti i musicisti che lavoravano al tour lo hanno abbandonato per protesta Finneas O'Connel, Lukas Graham, Aaron Rowe e i Beoga si sono ritirati dal Loop Tour subito dopo la cacciata di Macklemore, in aperta polemica con Sheeran.
A quanto pare, il nuovo ayatollah Mojtaba Khamenei ha due grandi passioni: i film di Christopher Nolan e le startup tech Lo hanno detto il cognato e la suocera, parenti della moglie Zahra Haddad-Adel, uccisa nello stesso attacco in cui è morto il padre Ali, a diversi media vicini al regime.
Per la prima volta nella storia, e “grazie” agli Stati Uniti, ci sono armi anche nello spazio aperto Non esistono dettagli sul tipo di armi ma la US Space Force ha detto che «possono essere impiegate sia a scopo difensivo che offensivo».
Non contento di stare girando già una dozzina di film contemporaneamente, Luca Guadagnino ha pure disegnato una collezione di arredamento e abbigliamento di 140 pezzi per Zara 65 pezzi tra mobili e oggetti per la casa, a cui si affiancano 75 capi tra abbigliamento e accessori. Realizzati nei ritagli di tempo tra un set e un red carpet, si capisce.

Quando muore un rapper

Nipsey Hussle, ucciso a colpi di pistola, è solo l'ultimo di una lunga serie.

03 Aprile 2019

Parlando con un amico il giorno dopo che la notizia della morte del rapper Nipsey Hussle era stata confermata, il primo pensiero di entrambi è stato: «È morto il nostro Tupac». Questa riflessione, che di primo acchito può suonare come una bestemmia, è il lungo processo di qualcosa che – nell’ambiente rap a stelle strisce – sta continuando a succedere, ma che internet e i social amplificano in maniera sostanziale: molti rapper muoiono troppo presto. Qui, per esempio, si può trovare una lunga lista di “rapper we lost in 2018” e anche solo guardando le foto, ci si rende conto che molti di quei ragazzi non dovevano morire, o meglio: si poteva evitare che lo facessero.

Nipsey Hussle, l’inventore del soundcloud rap, il rapper che ha re-inventato il concetto di mixtape, è stato assassinato. La figura di “nuovo Tupac” non gli è stata affibbiata a caso. Il rapper e attivista Meek Mill ha postato sui suoi social una frase che potrebbe essere riassunta con «cosa si prova a essere uccisi dagli stessi che provavi a salvare»? Ci sono molte storie su Nipsey, un uomo che ha investito gran parte dei suoi proventi musicali nella riqualifica del proprio quartiere (si narra che quando era piccolo vivesse in un palazzo fuori dal quale a lui e ai suoi amici era impedito di piazzare, poiché il proprietario della palazzina non voleva che dei ragazzi neri squalificassero la sua proprietà e che, con i primi soldi della musica, Nipsey abbia comprato quel palazzo proprio per far sedere sui gradini dell’atrio chiunque volesse). La figura di Nipsey, dunque, ci racconta che il rap americano ha ancora bisogno di simboli, specie se si parla del rap della West Coast, vista la lunga tradizione del “Radical Rap” losangelino.

Ciò che sconvolge maggiormente è l’assenza di una reazione razionale alla morte di un simbolo. Parlando con Luché e il suo manager Ciro, in maniera informale, è venuto fuori per esempio che alla morte di Tupac, entrambi, poco più che decenni ma provenienti da ambienti e città diverse, non trovarono cosa più giusta e logica da fare che andare in Chiesa a pregare. A foraggiare l’idea che Nipsey fosse un simbolo addirittura più potente della sua stessa musica, ci sono le teorie riguardo la sua morte. Quella ai danni di Hussle è una vera e propria esecuzione, con cinque colpi al petto e uno alla testa. Come già raccontava Roberto Saviano in un video sul suo canale YouTube, i criminali “di strada” (che vengano dalla terra dei Blood o dei Crips o che siano cresciuti all’ombra delle Vele) non sanno sparare, perché imparano a sparare dalla fiction, dove la pistola si tiene in maniera errata per far sì che non impalli il volto di chi recita. La precisione dei colpi che hanno ucciso Nipsey, dunque, dà vita a diverse teorie (che se vogliamo possiamo definire “del complotto”), che non fanno altro che aumentarne il mito, proprio come il tormentone “Who Shot Ya?” ha ingigantito il mito di Tupac, che ancora oggi è stato ucciso da mano ufficialmente ignota.

Un monumento commemorativo improvvisato per Nipsey Hussle di fronte al suo negozio di abbigliamento di Los Angeles, il 2 aprile 2019 (foto di Frederic J. Brown/Afp/Getty Images)

Le teorie del complotto, però, non hanno reso un mito solo Nipsey, ma anche un altro rapper ormai nell’Olimpo della musica black mondiale: XXXTentacion, l’ultima grande rivoluzione del genere. Ci sono tantissime teorie sulla morte di XXX: c’è chi è arrivato a dire che lo abbia ucciso Drake, chi invece che sia ancora vivo, in un isola con Elvis e Hitler (lo stesso vale per il sempiterno Tupac, che addirittura sarebbe in studio a registrare nuova musica). XXX, però, non era un simbolo politico. O meglio, non lo era per come intendiamo Hussle. Se c’è qualcosa che ci ha insegnato è che molto spesso separare l’arte dall’artista è qualcosa che conviene più a noi che all’artista stesso. Questa della separazione tra uomo e opera è un tema oggi più che mai caldo negli States: Louis CK sta tornando sui palchi, coperto da bordate di fischi, la credibilità di Michael Jackson, che pure giace sotto metri e metri di terra al momento, viene di nuovo messa in dubbio da un documentario che ha recentemente fatto scalpore, non troverete “I Believe I Can Fly” in nessuna playlist pubblica – magari nella vergogna di quelle private ancora sì – per le ultime vicissitudini legali di R.Kelly.

«If I’m gonna die or ever be a sacrifice, I wanna make sure that my life made at least 5 million kids happy». Poche ore dopo la sua morte, queste parole di XXX in una live di Instagram hanno iniziato a girare all’impazzata su Twitter, come se fosse una premonizione dell’artista che già più volte aveva ribadito che “Everybody Dies in Their Nightmares”. La morte e la malattia mentale sono delle compagne che in modo malsano aleggiano nella vita di sempre più artisti: Kanye si vanta di essere bipolare, Jay-Z si dichiara “like Che Guevara with a bling: complex”, eppure – come riporta un bell’articolo di The Ringer – è la nuova generazione, più di ogni altra, a dover far i conti con la morte. Mac Miller, per esempio, ci ha insegnato che anche un ragazzo bianco può diventare un simbolo.

Se Nipsey era un simbolo sociale e XXX era il paradigma da evitare, Miller ci ha spiegato più volte quanto la vita possa essere difficile. È facilissimo tornare indietro, sfogliare la sua discografia e notare il contrasto tra l’acronimo “K.I.D.S.” e il suo significato, o ascoltare tracce come “2009” e capire che sarebbe finita male. Mac Miller ci ha svelato il lato più umano della morte, anche di rimbalzo, attraverso la figura di Ariana Grande, che si è dovuta sobbarcare il peso di aver contribuito – senza colpe – al suo stato d’animo negativo. Quando muore un rapper tutto sembra più buio, perché ci ricordiamo che, spesso, le parole e la musica possono perdere contro il razzismo, la violenza e la depressione. E il rap sa essere il simbolo di una generazione anche per questo.

Articoli Suggeriti
Gary Oldman voleva andare in pensione, poi ha conosciuto Jackson Lamb di Slow Horses

Di set e registi e riprese ne aveva abbastanza, Oldman. Ma quando ha scoperto questo personaggio, ha accettato immediatamente la parte. E ora questo personaggio è diventato il terzo, glorioso atto della sua carriera.

A Oriana Fallaci è toccata una sorte peggiore della dannazione: la citazione a sproposito

Dal giorno della sua morte, è stata tirata in mezzo a tutte le polemiche di questi anni, da chiunque avesse bisogno di una bandiera, una statua, un simbolo dietro il quale nascondersi.