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Intervista a Rachel Cusk

Celebrata dalla critica, di lei si dice che «ha demolito e rifondato il romanzo», abbiamo incontrato l'autrice di Resoconto e di Transiti.

18 Marzo 2019

Rachel Cusk mi passa davanti alta e sinuosa in t-shirt blu, jeans e sneakers nell’atmosfera attutita di un hotel di lusso ai Parioli all’ora di colazione. Parla con l’ufficio stampa dell’editore italiano, la sua voce profonda risuona nitida nell’ovatta della diffusione musicale, sento le parole «we went to Trastevere»e poi «sunset». L’idea che la scrittrice che secondo il New Yorker ha «demolito e rifondato il romanzo» possa prendersi delle pause da turista inglese al Gianicolo mi rilassa. Prima di venire qui ho letto tutte le interviste e gli articoli usciti negli ultimi anni a proposito del suo lavoro (in particolare quelli dedicati alla trilogia aperta da Outline/Resoconto, di cui Einaudi Stile Libero pubblica ora il secondo volume, Transiti), e ho pensato che era forse dai tempi di David Foster Wallace che non si vedeva un simile impegno della critica di tutto il mondo per raccontare «una sapienza autoriale fusa nella sintassi di ogni riga» (New York Review of Books). C’è da dire che Cusk non è stata sempre amata da giornali e lettori. Prima di Outline ha scritto, a partire dal 1993, sette romanzi e tre memoir.

Due di questi, Puoi dire addio al sonno (Mondadori 2001), sulla perdita di identità e libertà nel diventare madre, e Aftermath (2012), basato sull’esperienza di un divorzio doloroso, avevano suscitato reazioni violente, una vera aggressione a mezzo stampa contro la donna che aveva osato descrivere le ambivalenze della maternità e dichiarare che era normale che il marito stesse a casa a guardare le figlie mentre lei si dedicava alla scrittura. Cusk ha ricordato sul Guardian la prima recensione di A life’s work (titolo originale del libro sulla maternità), firmata da una donna, che diceva che se lo avessero letto tutti gli umani avrebbero smesso di riprodursi. Di sicuro Cusk non è stata la prima scrittrice a affrontare questi temi. A creare indignazione (trasformata oggi in adorazione generale), deve essere stato il suo metodo, lo scardinamento delle certezze operato attraverso la tecnica. Nei memoir o nella trilogia non ci sono immagini particolarmente scioccanti, non ci sono scene di sesso o violenza convenzionale. Se la scrittura di Rachel Cusk fosse un appartamento, potremmo dire che l’arredamento (quadri, lampade, letti e tappeti) è stato lasciato dov’era, apparentemente in ordine. È il terreno sotto la casa che è diventato friabile, sono gli spazi tra le pareti che ticchettano di ordigni pronti a scoppiare. Sono pallottole silenziate. In Resoconto, le rivelazioni arrivano da scene viste di sfuggita: «Se ne stavano lì seduti a commentare gli attributi delle varie ragazze, e se non fosse stato per la smorfia di profonda disperazione che colsi sul viso della donna quando pensava che nessuno la guardasse, avrei creduto che fosse un passatempo che divertiva entrambi». In Transiti l’alienazione è condensata nell’attraversamento rapido di un parchetto londinese: «A quell’ora del mattino era pressoché deserto. C’erano solo alcune donne con bambini in età prescolare nell’area giochi recintata, li guardavano arrampicarsi sulle attrezzature o fissavano il proprio cellulare». È a questo che penso mentre Cusk si siede sul divano dell’hotel per l’intervista e mi fa intravedere di nuovo lo spirito della turista inglese: «Sono stata a Roma l’ultima volta cinque anni fa, in luna di miele». Io le dico che ho la testa piena di discorsi e saggi sul suo lavoro: «Copiane uno», risponde sorridendo.

Come nasce Outline?
Dopo Aftermath sentivo di essere arrivata, nella scrittura e nella vita, a un punto in cui mi era impossibile andare avanti. Se avessi proseguito sulla via del memoir mi sarei trovata in un territorio falso, artificiale, di scrittura senza valore. Ma non potevo nemmeno tornare indietro. Ho passato un periodo buio, dal punto di vista creativo e personale non riuscivo a vedere in che direzione avrei potuto fare un passo per uscirne. Ho iniziato a interrogarmi su come sono strutturate la narrativa, la prosa, la frase. Nella struttura preordinata e preformata della frase c’era qualcosa che aveva iniziato a darmi fastidio, non volevo più entrarci dentro o seguirla. Nello stesso tempo avevo iniziato a interrogarmi sull’identità femminile, sul modo in cui le donne vivono, le forme che si trovano ad abitare, e improvvisamente mi sono resa conto che si poteva mettere tutto in discussione. La trilogia di Outline è il risultato di queste riflessioni.

Cerco sempre di capire come sia stato costruito un libro, nel caso di Resoconto e Transiti mi è sembrato impossibile. Come hai fatto?
Scrivere per me è un processo estremamente tecnico. Ho cercato di identificare i momenti della frase in cui veniva fuori l’elemento preordinato e l’ho tolto. È tutto qui. Potrei descriverlo come il tentativo di eliminare l’onniscienza e la conoscenza da una narrativa. Non credo di aver mai scritto libri convenzionali, ma fino a qualche tempo fa pensavo che un libro fosse autorizzato a sapere le cose senza spiegare come le sapeva. È stato molto divertente vedere cosa accade quando elimini quella parte della frase. Ma prima di pubblicare Resoconto ho anche pensato che nessuno sarebbe riuscito a leggerlo perché era cosi strano.

La tua è una trilogia su una fase della vita “dopo”, è pieno di matrimoni finiti e figli e figlie cresciuti. Sono romanzi sulla mezza età?
Proprio così. Si tratta di un passaggio che dal punto di vista della letteratura mi sembrava ancora inesplorato. È ancora senza nome. Qual è il senso di tutta questa femminilità che hai vissuto, cosa succede dopo i cinquant’anni?  È questa la domanda che mi sono posta.

I tuoi libri sono composti di una raffica di frasi “killer”, ogni tre righe c’è qualcosa che viene voglia di sottolineare. Come fai?
È molto difficile da dire, è qualcosa che è dentro di me. Passo tanto tempo a pensare prima di iniziare a scrivere, formulo interi paragrafi a mente. È un’abitudine che ho sviluppato quando avevo le figlie piccole e non ero libera di decidere quando sedermi a scrivere, ero con loro e non potevo fermarmi e prendere appunti. Il mio stile è il risultato di questo metodo, infatti non scrivo ogni giorno.

Come lavori?
Cerco comunque di sedermi alla scrivania ogni mattina, anche se magari guardo fuori dalla finestra. Penso a lungo, e quando ho in mente il pezzo di testo completo mi metto scrivere e non mi fermo fino a che non ho finito. Per iniziare a lavorare devo avere più o meno tutto il libro in mente. Un libro è un viaggio lungo, non voglio rischiare di arrivare a pagina centoventi e rendermi conto che non posso più andare avanti perché lungo la strada c’è qualcosa che non funziona.

Le idee espresse in Resoconto sulla letteratura («Non avevo più alcun interesse per la letteratura come forma di snobismo, dirittura di autodefinizione…») sono anche le tue?
In parte sì. Volevo descrivere come a un certo punto diventi incredibilmente difficile distinguere l’identità dalla forma, o l’essenza di qualcuno dalle forme nelle quali ha vissuto. Si tende a pensare che ci sia un significato, una morale nelle forme che assumono la vita o la narrativa. In Outline cerco di rendere esplicita l’idea che potresti aver vissuto e restare te stesso in qualsiasi forma, è per questo che alla fine mi sono trovata a scrivere tre libri invece di uno.

Una donna deve faticare di più per essere presa sul serio come artista?
È una questione che mi preoccupa sempre più. Ho riflettuto su come i modi di vivere riservati  per tradizione alle donne siano antitetici alla creatività. È quasi impossibile essere un’artista pensante e nello stesso tempo vivere nei ruoli femminili in modo convenzionale. È capitato anche a me, per il genere di narrativa che scrivo, legata alle questioni femminili, e con altissime ambizioni. Spesso mi sono sentita compromessa negli occhi dei lettori. Come donna devi lavorare di più, se vuoi scrivere come scrivo io. Ci sarebbero dei modi per sfuggire a questo problema, abbandonare i temi femminili e adeguarsi a una serie di valori maschili, ma preferisco continuare su questa strada.

Sembra ci sia di mezzo sempre la questione dell’autobiografia, l’idea che, se sei una donna e parli di te, stai facendo un lavoro meno impegnativo.
In particolare nella cultura letteraria inglese esiste una sorta di vergogna nell’idea che il tuo libro abbia a che fare con te, sembra che sia quasi meglio disconoscere il proprio lavoro, non ammettere mai che nasce dalle tue esperienze. Da un’altra parte è scontato che gli artisti di talento lavorino a partire da qualcosa che ha a che fare con il proprio mondo interiore. Ma poi prevale questa strana cultura del disconoscimento, ma è un po’ come disconoscere il proprio figlio. Parlare di sé crea una sorta di associazione peggiorativa. Ho creato il personaggio di Faye così simile a me perché non volevo che il lettore passasse nemmeno un secondo nello spazio tra l’idea di me che scrivo il libro e il libro stesso, non volevo potesse interrogarsi su quale parte ho inventato.

Ha ancora senso la distinzione tra invenzione e autobiografia?
È un tema con il quale ho lottato, fa parte del mio percorso nello scrivere questa trilogia. Per molto tempo sono stata una persona divisa, da un lato c’erano i miei romanzi, dall’altro i memoir. Più i memoir disturbavano i lettori e mi mettevano nei guai, più sentivo che il potere della mia scrittura si trovava li. Ma era un potere mal funzionante. La forma memoir ha permesso alla gente di distanziarsi dai problemi e puntare il dito contro un nemico immaginario. Credo anche che i miei libri su maternità e divorzio abbiano violato alcune regole su cosa si è autorizzati a dire quando si parla di figli. Andando avanti mi sono posta il problema di come scrivere di quello che mi sta a cuore senza diventare un bersaglio. È incredibile come tutti siano improvvisamente diventati ben disposti e amichevoli. Sono convinta che tutto parta dal linguaggio e dalla forma, perché io sono rimasta la stessa, e le mie figlie sono cresciute bene nonostante i miei libri.

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