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04:13 mercoledì 20 maggio 2026
Se siete in Sicilia e incontrate Mick Jagger, sappiate che è lì perché interpreta il padre di Josh O’Connor nel nuovo film di Alice Rohrwacher La sua parte però sarà piuttosto breve, poco più di una scena accanto a Kyo, il personaggio interpretato da Josh O'Connor.
Il prezzo del desideratissimo Royal Pop di Swatch e Audemars Piguet è già crollato ma era assolutamente prevedibile Molti reseller stanno dunque scoprendo solo ora che passare ore in fila ad aspettare forse non è stata la più sensata delle decisioni.
Cate Blanchett produrrà l’adattamento cinematografico di Fashionopolis, il famosissimo libro-denuncia sul fast fashion di Dana Thomas Lo farà con la sua società di produzione, Dirty Films. Il film verrà scritto (e co-prodotto) dalla stessa Dana Thomas e diretto da Reiner Holzemer.
La Presidente irlandese Catherine Connolly ha detto di essere orgogliosa di sua sorella Margaret, medico di bordo della Global Sumud Flotilla arrestata dalle forze armate israeliane Lo ha detto durante un incontro con re Carlo a Buckingham Palace. E ha aggiunto di essere anche «molto preoccupata».
Sta per uscire un gioco da tavolo in cui interpreti un lavoratore che deve sopravvivere alla vita in ufficio senza andare in burnout Si chiama Burnout e lo hanno ideato due ragazzi che hanno lasciato il loro lavoro per dedicarsi solo al game design. E anche per scampare al burnout.
Dopo 55 anni di oblio e censura, a Cannes verrà finalmente presentata la versione restaurata de I diavoli di Ken Russell E dopo la prima a Cannes, a ottobre verrà una nuova distribuzione nelle sale e soprattutto una nuova versione home video da collezione.
Sempre più scrittori inseriscono apposta dei refusi nei loro testi per non essere accusati di usare l’AI È una sorta di test di Turing al contrario: adesso sono gli esseri umani a dover dimostrare di non essere delle macchine.
Le città di pianura è tornato al cinema ed è di nuovo uno dei film che sta incassando di più Tornato in sala dopo il trionfo ai David, il film di Francesco Sossai è attualmente quinto al botteghino e ha incassato più di 2 milioni di euro.

Quando New York faceva paura

Vandalismo, abbandono, omicidi: quarant'anni fa NYC era una città molto pericolosa. La storia di un teschio che metteva in guardia i visitatori.

20 Maggio 2015

All’inizio dell’estate del 1975, davanti agli occhi di una persona che sbarcava al John Fitzgerald Kennedy di New York appariva una scena inconsueta, il possibile inizio di uno di quegli horror grotteschi di John Landis: agenti di polizia in borghese distribuivano volantini con il disegno di un teschio parzialmente coperto da un cappuccio e la scritta Welcome to Fear City, Benvenuti nella Città della Paura.

66dd865e-a13e-4b41-9004-02ef1fc58b8b-680x1020Come poteva la Grande Mela, la metropoli da quasi 8 milioni di abitanti che appena due anni prima aveva presentato al mondo la silhouette del World Trade Center, essere diventata una città che incuteva timore? A metà degli anni Settanta, New York attraversava il peggior momento della sua storia: una crisi fiscale era seguita agli anni della Great Society (il vasto programma di spese per il welfare lanciato nel decennio precedente dall’ex Presidente Lyndon Johnson, che, tra le altre cose, aveva portato Medicare e Medicaid in America). Dal secondo dopoguerra la città aveva perso un milione di posti di lavoro nel solo settore manifatturiero e, trovandosi a dover mantenere l’impianto assistenziale più grande e costoso del paese, le amministrazioni newyorkesi avevano fatto ricorso a prestiti e obbligazioni sempre più difficili da ripagare. Così, nei primi mesi del 1975, il sindaco Abraham Beame si trovava davanti a poco meno di 6 miliardi di dollari di debiti da restituire nel breve termine. Si era recato a Washington per chiedere aiuto a Gerald Ford, ma il successore di JFK aveva fatto spallucce, dicendo, in sostanza, che chi era stato causa del suo male avrebbe dovuto piangere se stesso.

E la New York dell’opuscolo stampato dal Council for Public Safety – un ente che riuniva alcune sigle lavorative cittadine e anche molti di quegli 11 mila poliziotti del NYPD che l’improvvisa necessità di risparmiare avrebbe lasciato a breve senza un impiego – sembrava effettivamente avere molto su cui piangere. Nel testo, scritto sotto forma di una «guida di sopravvivenza» divisa in punti, si consigliava ai turisti di «stare lontani dalle strade dopo le 18», poiché «anche nel centro di Manhattan gli assassini e gli omicidi sono in incremento durante le prime ore della sera», non uscire a piedi, evitare tout court la metropolitana («i crimini commessi in metro sono così frequenti che la città recentemente ha dovuto chiudere la parte posteriore di ogni treno per far sì che i passeggeri potessero accalcarsi e sentirsi più protetti», si leggeva) e fare attenzione al pericolo d’incendio, dal momento che «i vigili del fuoco sono estremamente a corto di personale, e all’orizzonte ci sono nuove riduzioni». In realtà Welcome to Fear City era parte di una strategia di protesta più ampia portata avanti dai sindacati dei lavoratori pubblici colpiti dai tagli annunciati dal sindaco Beame, che da parte sua aveva provato a proibire la distribuzione del volantino, non riuscendovi. In quei giorni avrebbero scioperato massicciamente, tra gli altri, anche gli insegnanti e gli operatori ecologici (al grido, questi ultimi, di «this isn’t Fear City, it’s Stink City!»).

Se è vero che molti degli aspetti citati nel vademecum sono estremizzati, frutto di una strategia volta a seminare il panico, in un articolo uscito sul Guardian a quarant’anni dalla sua distribuzione Kevin Baker, che viveva a New York in quegli anni, scrive che «una verità preoccupante si nascondeva dietro a molta dell’attitudine al gridare al disastro del pamphlet». Il numero di omicidi cittadini era più che raddoppiato rispetto al decennio precedente, e i furti erano addirittura decuplicati. Baker descrive una metropoli piagata da un vandalismo cronico e afflitta da un senso di precarietà e di abbandono. Non a caso, ricorda l’autore dell’articolo, questi anni sono simboleggiati cinematograficamente dal De Niro di Taxi Driver e dai desolati scorci notturni del Bronx messo in scena ne I guerrieri della notte. Lo stesso mito del Bronx come borough “di frontiera” nasce in questo periodo; fino agli anni Sessanta era una meta privilegiata delle classi medio-alte.

Train Graffiti
La subway di NYC nel 1972 (foto di F. Roy Kemp / Getty Images)

Alla fine Abe Beame e il governatore dello Stato di New York Hugh Carey riuscirono a strappare a Washington un piano da 2,3 miliardi di dollari di prestiti diretti alla città, rapidamente approvato dal Congresso e controfirmato da Ford, la cui figura rimarrà tutttavia associata a uno storico titolo apparso in prima pagina sul Daily News: «Ford to City: Drop dead» (“Ford alla Città: Muori”), che riassumeva la posizione di fermezza anti-aiuti inizialmente presa dal Presidente. Ma quella di Welcome to Fear City non è l’unica rappresentazione di New York che oggi apparirebbe paradossale a un turista invaghito dei negozi di Broadway o dei caffè di Greenpoint. Lo stesso Bronx fa da sfondo al romanzo simbolo degli anni Ottanta newyorkesi: Il falò delle vanità di Tom Wolfe, in cui il «Padrone dell’Universo» Sherman McCoy si trova costretto a cavarsela in un quartiere malfamato, Mott Haven, che nell’ultimo decennio è diventato habitat di artisti in cerca di loft a prezzi accessibili e non presenta nulla di particolarmente diverso da tante altre zone di Brooklyn e del Queens, con affitti in crescita e cicliche ondate di ristrutturazioni.

Quella di Welcome to Fear City non è l’unica rappresentazione di New York che oggi apparirebbe paradossale a un turista

Del resto, non esistono nemmeno più il Meatpacking District o l’East Village descritti da Rick Moody nel suo La più lucente corona d’angeli in cielo; nell’East Village dei primi anni Ottanta potevi trovare, scrive Tommaso Pincio nella postfazione del libro, «gente come Keith Haring o Basquiat e una disposizione allegra, incondizionata e disinvolta a qualunque tipo di sperimentazione sessuale». Non esiste ciò che è venuto appena dopo, ovvero il quartiere segnato dall’eroina e dalla povertà, dai pusher e da quei senzatetto che qualche anno più tardi, nel 1988, sarebbero stati protagonisti di uno dei riot più celebri della storia della città.

Nei Guerrieri della notte, la celebre reinterpretazione cinematografica dell’Anabasi di Senofonte girata tra Manhattan, Brooklyn e Coney Island, appare una New York in mano alle gang criminali, e quindi violenta, vandalizzata e coperta di graffiti. Ma Riverside Park, una delle location principali del film, oggi è una distesa verde percorsa da dog-sitter e professionisti del West Side che vogliono provare le loro nuove e costose scarpe da jogging. La New York post-Giuliani, post stop-and-frisk – il metodo di perquisizione della polizia diventato il simbolo di un certo approccio alla lotta al crimine – e post «tolleranza zero» è un luogo diverso, di certo più sicuro, per certi versi tuttavia non meno inquietante di Fear City nella sua tranquillità depurata. Probabilmente l’unica cosa a non essere mai cambiata, neppure nei momenti più bui della città, è il suo fascino. Ciò che portava McCoy a dire, attraversando il Triborough Bridge: «La Roma, la Parigi, la Londra del ventesimo secolo era lì».

Nell’immagine in evidenza: la subway di Nyc nel 1972 (foto di F. Roy Kemp / Getty Images)
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