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10:53 giovedì 4 giugno 2026
L’ultima moda tra i miliardari è comprarsi lo scheletro di un dinosauro Vengono battuti per milioni di dollari dalle più prestigiose case d'asta del mondo e acquistati da miliardari che si sono un po' stufati delle "normali" opere d'arte.
Sempre più giovani si dedicano al solomaxxing, cioè rimanere single perché per trovare un partner servono troppo tempo e troppi soldi Essere single non per scelta sentimentale o filosofica, ma perché le relazioni hanno un costo che il reddito medio non copre più.
Per festeggiare il centesimo compleanno il brand islandese 66°North si è inventato una delle campagne più riuscite degli ultimi anni Cento persone, nate ognuna in uno degli anni trascorsi dal 1926 a oggi, fotografate con addosso i loro vecchi capi 66°North, quelli a cui sono più affezionati.
Nelle praterie della Mongolia è stata costruita una galleria d’arte che sembra un’astronave precipitata sulla Terra Si chiama Praire Ark, l'ha disegnata lo studio architettonico cinese Büro Ziyu Zhuang ispirandosi alla saga di Alien di Ridley Scott.
Un tizio ha trovato per caso una demo unica di Is This It degli Strokes che la band aveva registrato e poi buttato È una prima versione dell'album, prodotta da Gil Norton, che Casablancas e compagni bocciarono e cestinarono. E che ora è miracolosamente riapparsa.
Secondo una ricerca scientifica gli uffici open space fanno male al cervello, fanno stancare di più e lavorare peggio A quanto pare ci voleva una ricerca per capire che rumore continuo, confusione incessante e assenza di spazio personale non fanno bene al cervello.
La pregiatissima collezione di vini di Stalin verrà venduta per finanziare l’apertura di una scuola di enologia in Georgia Al suo interno sono conservate più di 40 mila bottiglie, in parte prese dalle cantine degli zar e in parte scelte personalmente da Stalin.
Il prossimo film di Alice Rohrwacher sarà un adattamento del Barone rampante di Italo Calvino La regista non ha fatto in tempo a finire le riprese di Three Incestuous Sisters che è già arrivato l'annuncio del suo prossimo progetto.

Quando New York faceva paura

Vandalismo, abbandono, omicidi: quarant'anni fa NYC era una città molto pericolosa. La storia di un teschio che metteva in guardia i visitatori.

20 Maggio 2015

All’inizio dell’estate del 1975, davanti agli occhi di una persona che sbarcava al John Fitzgerald Kennedy di New York appariva una scena inconsueta, il possibile inizio di uno di quegli horror grotteschi di John Landis: agenti di polizia in borghese distribuivano volantini con il disegno di un teschio parzialmente coperto da un cappuccio e la scritta Welcome to Fear City, Benvenuti nella Città della Paura.

66dd865e-a13e-4b41-9004-02ef1fc58b8b-680x1020Come poteva la Grande Mela, la metropoli da quasi 8 milioni di abitanti che appena due anni prima aveva presentato al mondo la silhouette del World Trade Center, essere diventata una città che incuteva timore? A metà degli anni Settanta, New York attraversava il peggior momento della sua storia: una crisi fiscale era seguita agli anni della Great Society (il vasto programma di spese per il welfare lanciato nel decennio precedente dall’ex Presidente Lyndon Johnson, che, tra le altre cose, aveva portato Medicare e Medicaid in America). Dal secondo dopoguerra la città aveva perso un milione di posti di lavoro nel solo settore manifatturiero e, trovandosi a dover mantenere l’impianto assistenziale più grande e costoso del paese, le amministrazioni newyorkesi avevano fatto ricorso a prestiti e obbligazioni sempre più difficili da ripagare. Così, nei primi mesi del 1975, il sindaco Abraham Beame si trovava davanti a poco meno di 6 miliardi di dollari di debiti da restituire nel breve termine. Si era recato a Washington per chiedere aiuto a Gerald Ford, ma il successore di JFK aveva fatto spallucce, dicendo, in sostanza, che chi era stato causa del suo male avrebbe dovuto piangere se stesso.

E la New York dell’opuscolo stampato dal Council for Public Safety – un ente che riuniva alcune sigle lavorative cittadine e anche molti di quegli 11 mila poliziotti del NYPD che l’improvvisa necessità di risparmiare avrebbe lasciato a breve senza un impiego – sembrava effettivamente avere molto su cui piangere. Nel testo, scritto sotto forma di una «guida di sopravvivenza» divisa in punti, si consigliava ai turisti di «stare lontani dalle strade dopo le 18», poiché «anche nel centro di Manhattan gli assassini e gli omicidi sono in incremento durante le prime ore della sera», non uscire a piedi, evitare tout court la metropolitana («i crimini commessi in metro sono così frequenti che la città recentemente ha dovuto chiudere la parte posteriore di ogni treno per far sì che i passeggeri potessero accalcarsi e sentirsi più protetti», si leggeva) e fare attenzione al pericolo d’incendio, dal momento che «i vigili del fuoco sono estremamente a corto di personale, e all’orizzonte ci sono nuove riduzioni». In realtà Welcome to Fear City era parte di una strategia di protesta più ampia portata avanti dai sindacati dei lavoratori pubblici colpiti dai tagli annunciati dal sindaco Beame, che da parte sua aveva provato a proibire la distribuzione del volantino, non riuscendovi. In quei giorni avrebbero scioperato massicciamente, tra gli altri, anche gli insegnanti e gli operatori ecologici (al grido, questi ultimi, di «this isn’t Fear City, it’s Stink City!»).

Se è vero che molti degli aspetti citati nel vademecum sono estremizzati, frutto di una strategia volta a seminare il panico, in un articolo uscito sul Guardian a quarant’anni dalla sua distribuzione Kevin Baker, che viveva a New York in quegli anni, scrive che «una verità preoccupante si nascondeva dietro a molta dell’attitudine al gridare al disastro del pamphlet». Il numero di omicidi cittadini era più che raddoppiato rispetto al decennio precedente, e i furti erano addirittura decuplicati. Baker descrive una metropoli piagata da un vandalismo cronico e afflitta da un senso di precarietà e di abbandono. Non a caso, ricorda l’autore dell’articolo, questi anni sono simboleggiati cinematograficamente dal De Niro di Taxi Driver e dai desolati scorci notturni del Bronx messo in scena ne I guerrieri della notte. Lo stesso mito del Bronx come borough “di frontiera” nasce in questo periodo; fino agli anni Sessanta era una meta privilegiata delle classi medio-alte.

Train Graffiti
La subway di NYC nel 1972 (foto di F. Roy Kemp / Getty Images)

Alla fine Abe Beame e il governatore dello Stato di New York Hugh Carey riuscirono a strappare a Washington un piano da 2,3 miliardi di dollari di prestiti diretti alla città, rapidamente approvato dal Congresso e controfirmato da Ford, la cui figura rimarrà tutttavia associata a uno storico titolo apparso in prima pagina sul Daily News: «Ford to City: Drop dead» (“Ford alla Città: Muori”), che riassumeva la posizione di fermezza anti-aiuti inizialmente presa dal Presidente. Ma quella di Welcome to Fear City non è l’unica rappresentazione di New York che oggi apparirebbe paradossale a un turista invaghito dei negozi di Broadway o dei caffè di Greenpoint. Lo stesso Bronx fa da sfondo al romanzo simbolo degli anni Ottanta newyorkesi: Il falò delle vanità di Tom Wolfe, in cui il «Padrone dell’Universo» Sherman McCoy si trova costretto a cavarsela in un quartiere malfamato, Mott Haven, che nell’ultimo decennio è diventato habitat di artisti in cerca di loft a prezzi accessibili e non presenta nulla di particolarmente diverso da tante altre zone di Brooklyn e del Queens, con affitti in crescita e cicliche ondate di ristrutturazioni.

Quella di Welcome to Fear City non è l’unica rappresentazione di New York che oggi apparirebbe paradossale a un turista

Del resto, non esistono nemmeno più il Meatpacking District o l’East Village descritti da Rick Moody nel suo La più lucente corona d’angeli in cielo; nell’East Village dei primi anni Ottanta potevi trovare, scrive Tommaso Pincio nella postfazione del libro, «gente come Keith Haring o Basquiat e una disposizione allegra, incondizionata e disinvolta a qualunque tipo di sperimentazione sessuale». Non esiste ciò che è venuto appena dopo, ovvero il quartiere segnato dall’eroina e dalla povertà, dai pusher e da quei senzatetto che qualche anno più tardi, nel 1988, sarebbero stati protagonisti di uno dei riot più celebri della storia della città.

Nei Guerrieri della notte, la celebre reinterpretazione cinematografica dell’Anabasi di Senofonte girata tra Manhattan, Brooklyn e Coney Island, appare una New York in mano alle gang criminali, e quindi violenta, vandalizzata e coperta di graffiti. Ma Riverside Park, una delle location principali del film, oggi è una distesa verde percorsa da dog-sitter e professionisti del West Side che vogliono provare le loro nuove e costose scarpe da jogging. La New York post-Giuliani, post stop-and-frisk – il metodo di perquisizione della polizia diventato il simbolo di un certo approccio alla lotta al crimine – e post «tolleranza zero» è un luogo diverso, di certo più sicuro, per certi versi tuttavia non meno inquietante di Fear City nella sua tranquillità depurata. Probabilmente l’unica cosa a non essere mai cambiata, neppure nei momenti più bui della città, è il suo fascino. Ciò che portava McCoy a dire, attraversando il Triborough Bridge: «La Roma, la Parigi, la Londra del ventesimo secolo era lì».

Nell’immagine in evidenza: la subway di Nyc nel 1972 (foto di F. Roy Kemp / Getty Images)
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