Michele Mari che vince il Premio Strega è il trionfo dello scrittore eccessivo

Nei gusti letterari, nella lingua, nelle opinioni, nelle pubbliche uscite, nei litigi con i colleghi: Mari è il caratteraccio per eccellenza.

09 Luglio 2026

Sorridete, un misantropo ha vinto il premio Strega. Michele Mari è sicuramente il primo scrittore a non accennare neanche a un sorriso nel momento in cui riceve la consacrazione più ambita per gli autori italiani. Tutti i suoi libri lo mostrano in trasparenza cinico, cupo, asociale, maniacale, morboso, forse addirittura triste. I suoi autori preferiti, su cui ha scritto infinite recensioni e saggi, sono scrittori altrettanto poco affabili, Céline, Poe, Gadda, Conrad, Stevenson, per non parlare di Verne e Leopardi, celebrato nel libro sulla licantropia Io venia pien d’angoscia a rimirarti (entrato nella cinquina del Campiello, lì Mari sarà rimproverato perché «usa troppo il pronome codesto»).

Per anni i suoi personaggi di riferimento più amati sono mostri, fantasmi, vampiri, Dracula in particolare, Dylan Dog e Stephen King compresi. Il libro che ora ha vinto lo Strega, I convitati di pietra (Einaudi) mantiene le vibrazioni di commedia nera, con tanto cinismo, un gusto macabro che in Mari c’è sempre stato. Dopo i primi libri ostici, con un lessico ricercatissimo – Mari è un settecentista, un accademico puro – e dopo alcuni libri bellissimi, forse il più struggente resta la raccolta Tu, sanguinosa infanzia (1997), il primo vero successo arriva alla fine degli anni Novanta, quando nel 1999 esce Rondini sul filo (Mondadori). L’ossessione per il passato di una donna e la gelosia retroattiva occupano un intero libro, privo di punti, seminato di tre puntini di sospensione, in omaggio proprio a Céline («Copiato paro paro da Céline», ammette nel libro stesso). Esce così per la prima volta dalla nicchia dei suoi fedeli ammiratori. A recensirlo arriva addirittura il critico Giulio Ferroni, che fa nomi altisonanti, Joyce, Beckett, Bernhard, Manganelli e inevitabilmente Céline. Ferroni saluta il libro così: «Nel suo delirio il parlante tocca le situazioni più pazzesche, tra esaltazione e vaniloquio, in un percorso di spericolato virtuosismo, sul filo di una tensione scintillante, eccezionale nel panorama letterario contemporaneo». Mari, eccezionale, da un punto di vista letterario.

Con Rondini sul filo partecipa al premio Vittorini e vince il premio Elsa Mrante, giuria presieduta da Dacia Maraini (torna a vincere il premio Elsa Morante nel 2010, con Rosso Floyd, sempre giuria presieduta da Dacia Maraini). Rondini sul filo negli anni diventa un piccolo reperto di culto perché Mari si oppone a successive edizioni, non vorrà più che il libro sia ristampato, i prezzi di chi ha quei volumi salgono negli anni. Mari non è gioviale, ha un caratteraccio, litiga. La leggenda vuole che una volta per vendicarsi di una stroncatura sia andato nella sede del giornale a cercare il critico Antonio D’Orrico e gli abbia dato uno schiaffo. Per attitudine, non è accondiscendente con nessuno. Riesce a polemizzare nel 1995 con Sandro Veronesi, accusa alcuni giovani scrittori di voler essere recensiti solo dai loro coetanei, li accusa di avere una «mentalità intimamente mafiosa». Veronesi risponde: «Certi epiteti Mari deve capire che non può permettersi di rivolgerli a una persona perbene tramite un grande quotidiano che gli concede fiducia. È un reato, questo, si chiama diffamazione a mezzo stampa».

Molto prima di arrivare alle polemiche legate alle presunte frasi pronunciate durante il tour dello Strega 2026, le posizioni di Mari sono quindi già sempre eccessive, «sono da sempre comunista, eppure, per le mie scelte stilisticamente inattuali, rischio di passare io per un reazionario», scriveva. Non firma appelli, non fa dichiarazioni roventi sui fatti di cronaca, all’orrore quotidiano preferisce sempre quello di carta. Non nasconde l’allergia verso scrittori di moda, Salinger, Bukowski, Fitzgerald, trova noiosi DeLillo e Foster Wallace (odia tra l’altro anche il tennis). In una intervista dirà esplicitamente: «Non vedo perché uno scrittore, in quanto scrittore, debba assumersi la responsabilità di un ruolo pubblico, di un’esemplarità, di una vocazione pedagogica. Anche perché, se pensiamo a grandi scrittori – a scrittori che personalmente fanno parte del mio canone – guarda caso continuano a venirmi in mente i nomi di pessimi maestri: Céline, Gadda, Gombrowicz. E quindi ribadisco la mia diffidenza nei confronti del modello dello scrittore virtuoso, dell’idea che uno scrittore debba essere un maestro di vita e di civiltà».

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