Tra dossier sull’Ucraina, tensioni in Medio Oriente, dazi, nucleare iraniano e intelligenza artificiale, Emmanuel Macron ha pensato di aggiungere una canzone per ciascun leader in un catalogo musicale del potere globale.
Dopo averle classificate come un “problema climatico”, l’Unione Europea ha cambiato idea sulle mucche e adesso le considera “infrastrutture critiche”
A quanto pare, adesso l'Ue ha deciso che le mucche «garantiscono autonomia strategica e prevengono l'abbandono dei territori».
Per anni, l’Unione Europea ha guardato a mucche, maiali e polli come a un problema climatico da risolvere. Ora, la Commissione Europea ha concesso loro il nuovo, altisonante titolo di infrastrutture critiche. Secondo la Commissione, le mandrie garantiscono autonomia strategica, prevengono l’abbandono dei territori e rappresentano un pilastro dell’organizzazione continentale in vista di futuri e problematici scenari (problematici più di quanto non fossero le mucche fino a ieri, evidentemente), militari o climatici che siano. Così, creature “responsabili” di circa due terzi delle emissioni agricole europee sono diventate improvvisamente un baluardo strategico da difendere a tutti i costi, dopo anni in cui erano state considerate un problema ecologico da risolvere al più presto.
Come scrive Politico, uno dei motivi principali di questa conversione ha quattro ruote e un motore diesel: è la protesta dei trattori. Cinque anni fa, sotto la spinta del Green Deal, governi come quello olandese e irlandese pianificarono l’abbattimento di centinaia di migliaia di capi di bestiame e l’esproprio di aziende agricole, tutto per rientrare nei nuovi limiti in fatto di emissioni imposti dall’Ue ai Paesi membri. Ma di fronte alle capitali bloccate dai cortei nel 2024 e nel 2025, la volontà politica di Bruxelles si è dimostrata insufficiente. I vertici europei si sono affrettati a rassicurare i 7 milioni di lavoratori di un’industria che vale 400 miliardi di euro all’anno che sarebbero stati garantiti loro meno obblighi e più incentivi.
Il vero capolavoro di equilibrismo, tuttavia, l’Unione europea lo ha compiuto sulla questione del metano. Invece di imporre tagli a un gas serra che trattiene calore in modo assai più efficace della CO2, l‘Europa sta adottando la narrativa dei lobbisti del settore zootecnico, una narrativa secondo la quale il metano emesso dalle mucche è un gas “biogenico”, un’etichetta appositamente inventata che sminuisce l’impatto degli allevamenti definendo il gas espulso dagli animali (nel caso delle mucche, attraverso i rutti che fanno quando finiscono di digerire) a semplice parte del “ciclo naturale del carbonio”. Questa resa definitiva della Commissione si consuma anche sul fronte scientifico. Nonostante i suoi stessi consulenti sul clima abbiano ribadito che la tecnologia da sola non basta e che per raggiungere gli obiettivi climatici è inevitabile diminuire il numero di capi di bestiame allevati nel continente e orientare le diete verso cibi vegetali, Bruxelles ha scelto di voltarsi dall’altra parte. La nuova ricetta prevede di chiedere 18 miliardi di euro di investimenti in soluzioni tecnologiche. Il messaggio è chiaro: il clima può aspettare, l’industria agroalimentare no.