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Il giornalismo estremo di Jake Hanrahan

I fronti di guerra più pericolosi e le sottoculture più inaccessibili: Jake Hanrahan, giornalista fondatore di Popular Front e creatore della serie di documentari Away Days, in dieci anni di lavoro ha visto e fatto di tutto. E ancora non ne ha abbastanza.

27 Dicembre 2024

Jake Hanrahan è difficile da contattare. O meglio, è gentile e disponibile, però ha la tendenza a sparire. Compare su Telegram fugacemente, poi modifica piani, scompare, ritorna, cambia idea, cambia orario. Quando si riesce a parlargli il suo accento è quello, molto marcato, delle East Midlands, e la conversazione è punteggiata dai continui bro, you know, man. Ride spesso, soprattutto quando dice le cose più pesanti. Mentre conversiamo si occupa del suo cane, che non vedo ma immagino come uno di quei pitbull dall’aspetto minacciosissimo ma in fondo buoni e affettuosi. Classe 1990, Hanrahan ha scritto e girato reportage da tanti posti del mondo, tra cui Siria, Iraq, Ucraina, Kurdistan e Palestina. Ha collaborato con Vice, Wired, il Guardian e Rolling Stone. I suoi reportage giornalistici sono raccolti nel volume Gargoyle, tradotto in italiano da Nero Editions per la nuova collana Iconografie. Nel 2015 è stato arrestato in Turchia mentre seguiva una cellula giovanile del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) e ha trascorso due settimane in un carcere di massima sicurezza. Nel 2018 ha fondato Popular Front, una media company indipendente specializzata nei video reportage dagli scenari di guerra, descritta come “un progetto di culto che ha riscritto le regole del giornalismo di conflitto”. Ha poi lanciato, con lo stesso team, il progetto Away Days, dedicato a quello che succede nelle sottoculture underground ai margini della società. È stato definito “il futuro del giornalismo”.

ⓢ Facendo un bel passo indietro, ho letto che hai cominciato a scrivere occupandoti di grime.
Sì! Mille anni fa, sono le prime cose che mi hanno pubblicato. Un tizio delle mie parti che lavorava per Mtv mi ha chiesto se conoscessi il grime, perché venivamo entrambi da quel tipo di underground, come tutti all’epoca, in Inghilterra era la sottocultura principale in quel momento. Allora ho iniziato a scriverne ed è così che per la prima volta sono riuscito a farmi pubblicare qualcosa. Di quella scena facevo parte, in un certo senso, perché dalle mie parti tutti quanti andavamo ai dj set, o c’era chi provava a fare beat, gli Mc, quelli che facevano i video… È stata l’ultima vera sottocultura inglese, prima che arrivassero i social media e la globalizzazione di tutto attraverso il digitale. Credo sia stata l’ultima vera sottocultura inglese pericolosa, interessante e autentica che abbiamo avuto.

ⓢ Hai menzionato i social network: ora le sottoculture sono tutte online?
Penso che le sottoculture indubbiamente esistano ancora, ce ne sono molte in giro per il mondo, ma penso siano diverse e penso che spesso il problema sia che ora tutti possono vedere tutto online in contemporanea, quindi un posto specifico non riesce a mantenere una sottocultura specifica, che non è necessariamente una cosa negativa, ma tende ad annacquare le cose. Inoltre oggi devono essere molto più hardcore: se vuoi qualcosa di vero sarà sicuramente qualcosa che verrà censurato sui social media, qualsiasi cosa di una certa sostanza ormai viene censurata perché Zuckerberg o Musk, tutti questi, sono a favore della censura, non amano la libertà di parola e di espressione, amano solo la pubblicità, i profitti, la popolarità. Quindi, mentre i social hanno distrutto alcune sottoculture, hanno permesso ad altre di prosperare, perché non possono essere vissute se non nella vita reale, lontano dalla tastiera.

ⓢ Abbiamo visto il web diventare sempre meno interessante, sempre meno libero, sempre più nelle mani delle corporation… C’è ancora spazio per i contenuti validi?
Penso di sì, ma non sui social media. Nelle piccole message board, o nei forum, cose così. Credo che il problema sia che le persone che applicano la censura non sono necessariamente le persone che ne sono responsabili, spesso i responsabili sono questi frignoni offesi da tutto, che non vogliono vedere un mondo dove ci sia qualcosa che li disturba, e che hanno internalizzato questa idea narcisistica di essere così importanti che bisogna censurare quello che a loro non piace. Non riescono a concepire che, semplicemente, se vedi qualcosa che non ti piace e sei un cazzo di adulto, guardi da un’altra parte. Purtroppo questo virus cerebrale è molto diffuso, soprattutto tra le giovani generazioni, e questo fa sì che crescano persone deboli, e ci si ritrovi in un mondo debole dove gli unici che riescono a prosperare sono quelli davvero malvagi. È una brutta categoria di persone che a destra e a sinistra ha creato questa lobby a favore della censura, ed è difficile evitarli. Ci sono comunque piattaforme come Substack, che penso sia eccellente – so che il proprietario ha dei legami con Peter Thiel, ma chi se ne frega. Anche X: Elon Musk è un bambino e uno dei più grandi pagliacci del pianeta, ma se non censura le mie cose e non mi cancella il lavoro, chi se ne frega.

ⓢ A proposito di censura, quando hai creato Popular Front, con il suo approccio totalmente DIY, l’idea era quella di avere uno spazio di completa libertà?
Sì, quello era decisamente una buona parte del motivo. Mi sentivo molto limitato a lavorare per queste grandi media company, sentivo di non potermi esprimere, di non poter fare vero reporting, alle volte addirittura perché rifiutavano di accettare quella che era la verità là fuori, probabilmente perché non si sposava con quello che volevano sentirsi dire, e quindi anche se non si erano mai alzati dalla loro cazzo di scrivania, io ritornavo e mi dicevano “penso che sia così”. Mi hai letteralmente mandato là e adesso vuoi dirmi tu com’è la situazione? Insomma mi facevano incazzare queste cose. Il problema è che più diventi grosso più invece te ne devi preoccupare, perché le piattaforme che usavamo per diffondere i nostri messaggi, o dove mettevamo i nostri documentari, Instagram, Twitter e YouTube, ci hanno censurati. Quindi anche se provi a farti la tua cosa ti fottono, è molto difficile.

ⓢ Raccontaci di Away Days. Di cosa si tratta?
È un progetto completamente separato da Popular Front: la stessa squadra, io e i miei ragazzi, ma è una serie completamente diversa, un altro progetto, un’altra piattaforma. Di base è una serie di documentari, vari episodi, basati su controculture underground o attività underground in tutto il mondo. Non sono ancora usciti, abbiamo fatto uscire il trailer, e c’è molta attenzione perché abbiamo avuto il permesso di entrare in posti dove, lo dico molto sinceramente, non può entrare nessun altro. Siamo stati in una favela in Brasile per una settimana, con una delle gang storiche. Quello sarà probabilmente il primo episodio, poi ce n’è uno su questo nuovo tipo di combattimento underground che si chiama No Rules: senza guanti, caschi, round, regole, e con morsi, soffocamenti, calci e pugni in testa, tutto permesso, combattuto sul cemento; poi un episodio sulle corse automobilistiche illega- li in Giappone e la nuova generazione che ne tiene viva la tradizione. L’idea della serie è quella di concentrarsi su angoli non ancora smussati, non so se si capisce cosa intendo, perché mi sembra che tutti ora vogliano un mondo rammollito, o se ti fanno vedere qualcosa di violento o di scorretto politicamente te lo devono spiegare, o rendertelo accettabile, ma non è quella la vita vera, il mondo non ti rende le cose accettabili e la nostra serie è così: diciamo succede questo, succede in questo modo e per questo, e qualsiasi altra cosa te la interpreti da solo.

ⓢ Il DIY è importante anche perché può dare accesso al giornalismo a chi non viene dalle scuole di giornalismo, alla working class, a voci diverse.
Sicuramente. Però penso che la gente debba un po’ smetterla di pensare a quella barriera e semplicemente farlo. Se posso farlo io, uno scemo qualsiasi delle East Midlands, può farlo veramente chiunque. L’ho fatto, e ho trovato un modo di farlo funzionare; c’è un sacco di gente che si arrende facilmente, recentemente ho visto un intero documentario sul fatto che la working class non ha le stesse opportunità degli altri, e certo, lo so, è così che sono cresciuto e sicuramente ha avuto un peso su di me, ma allo stesso tempo un sacco di queste persone sanno solo lamentarsi. Mi dispiace, non voglio dire quelle robe da “hustle bro”, non le condivido assolutamente, però è vero che qualche volta devi solo rimboccarti le maniche e fare. Non dovrebbe essere così, ma la vita è ingiusta, quindi ho capito negli anni che visto che il giornalismo mainstream è disgustoso, elitario e snob, dobbiamo smettere di cercare opportunità da quelle parti. Facciamoci le nostre cose.

ⓢ Tendenzialmente il problema è come trarne un profitto. Ci sono diversi modelli di business, che schematicamente si dividono in pubblicità o abbonamento. Tu stai con il secondo.
Per come sono le cose adesso, con la crescita di Substack e Patreon e simili, è molto chiaro che la strada è quella di creare la tua piccola piattaforma personale. Può essere un singolo reporter, te lo guardi per qualunque ragione, e se ti piace, e ne vuoi un po’ di più, paghi 5 sterline. È perfetto perché quei soldi arrivano direttamente a lui, non ti devi preoccupare, non ci sono intermediari o niente del genere. Può non funzionare sempre, ma penso che ora sia un ottimo momento per provarci. Negli ultimi sei anni come Popular Front abbiamo avuto accesso a cose che aziende che valgono un miliardo di dollari non possono avere, per fare Away Days ho preso tre carte di credito e sono arrivato al tetto massimo di spesa di tutte e tre per farlo, fine. E abbiamo avuto accesso a cose che probabilmente aziende multi-miliardarie non avranno mai in tutta la loro vita.

Dagli scenari di guerra ad Away Days chiaramente hai sempre subito il fascino dell’estremo. Ti sei mai chiesto come mai?
Penso di essere attratto dalle cose che non puoi vedere tutti i giorni, dalle cose in cui è difficile essere coinvolti e non mi piace il buon senso canonico del dover stare attenti, fare quello che ti viene detto, fare come tutti gli altri. Penso di essermi sempre sentito un outsider, ovunque, e a un certo punto mi sono accorto che va bene così [ride, nda], è ok, sono strano, ed essere attratti da queste cose non è una cosa brutta, è solo diversa. Inoltre penso ci sia qualcosa di entusiasmante nel fatto che la gente si metta insieme per fare qualcosa di completamente fuori dall’ordinario, è entusiasmante sapere che quelle cose esistono, e mi fa venire voglia di andare avanti.

Può anche avere qualcosa a che fare, come si dice per esempio del raccontare la guerra, con il fatto che in questo tipo di situazioni non ordinarie venga fuori la natura più vera degli esseri umani?
Non lo so, credo che questo è probabilmente quello che direbbe uno psicologo. Anche i giornalisti, quando non capiscono una cosa, la devono rendere più accettabile o comprensibile, ma io non voglio renderla comprensibile, non mi interessa che sia comprensibile. Mi riferisco in particolare ai combattimenti underground: parlavo con un giornalista e voleva a tutti i costi trovare un motivo, perché queste persone fanno questa cosa, cosa gli è successo durante l’infanzia per voler fare questa cosa, e credo che sia veramente un modo del cazzo di interpretare il mondo. Il vero motivo è che semplicemente gli piace menarsi. Insomma, non lo so, mi piace vedere le cose, forse mi piace vedere la natura umana più pura.

ⓢ Hai visto un sacco di cose spaventose, sei stato in galera in Turchia, probabilmente hai temuto molte volte di morire, hai mai pensato di cambiare vita?
Non me l’hanno mai chiesto prima, è una grande domanda, anche se non ho una risposta univoca. Quella breve è sì, quando ero in prigione, mi chiedevo “ma perché cazzo mi sono infilato in tutto questo” [ride, nda], “se riuscirò a uscirne farò qualcosa di più normale”, ma quello ovviamente è perché hai paura, non sai quando uscirai, puoi venire ucciso in qualsiasi momento, quindi cerchi queste idee confortanti, cerchi conforto perché sei in una situazione difficile, quindi la risposta è sì. La risposta più lunga è in qualche modo sempre sì. Ora ho trentaquattro anni, se guardi la mia roba di quando avevo venticinque anni – sono undici anni che faccio questa roba – erano cose veramente folli. Ero incosciente. Forse non incosciente, o almeno solo fino a un certo punto, però non avevo paura. E la verità è che non è una bella cosa non avere paura in un posto dove puoi morire, perché è il modo migliore per essere uccisi. Qualsiasi reporter che ti dica che non va in guerra nemmeno un po’ per sé stesso sta mentendo, non è vero, c’è una parte che è esaltante, inebriante, ma per me la cosa più bella, importante e di valore è vedere il peggio e il meglio dell’umanità nello stesso tempo, che è quello che succede in guerra. Vedi la gente peggiore e la gente migliore, nello stesso istante.

In apertura: screenshot dal trailer di Aways Days.

Il nuovo numero di Rivista Studio si intitola “Digital Underground“. Lo trovate in edicola e sul nostro store (qui).

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