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Pig con Nicolas Cage è un grande film naturalista

Tutti i motivi per vedere l’opera di Michael Sarnoski sulla storia di un uomo disperato alla ricerca del proprio maiale da tartufo.

30 Settembre 2021

Il titolo originale di Umberto D. era Un uomo e il suo cane, giusto riconoscimento e apprezzamento per il co-protagonista del film, il Jack Russell Terrier Flaik. Nel 2008 i francesi ne fecero un remake intitolato Un homme et son chien, degno di essere ricordato solo perché fu l’ultimo film di Jean-Paul Belmondo, già colpito dall’ictus che gli rovinerà la salute, e perché, appunto, restituì al cane quel che era del cane.

Che c’entra questo con Pig? C’entra perché Pig (si trova anche su Amazon Prime, a pagamento)ha in sé una tensione non dico al neorealismo ma certamente al naturalismo: ci sono le location (nemmeno una scena in studio, pochissime al chiuso, molte nella foresta) e c’è il maiale Brandy, che non è davvero un maiale da tartufo ma è davvero un maiale nel senso che non è addestrato per il cinema ma preso da una fattoria nei pressi di Portland. C’è lo sforzo di far sembrare tutto girato con luce naturale anche se così non è, e quindi c’è la bravura di un veterano della fotografia come Pat Scola. C’è l’equilibrio esatto tra musica e suoni raggiunto grazie ad Alexis Grapsas e Philip Klein e a una settimana passata sul sound mix per un film girato in tutto in 20 giorni. Ci sono due cuochi veri che hanno contribuito a creare i piatti veri che segnano i tre atti in cui è diviso il film: Gabriel Rucker del Le Pigeon e Little Bird Bistro e Chris Czarnecki di Joel Palmer House, con il primo che ha inventato un piatto (quello “finale”) a base di piccione, finferli e mirtilli che è un omaggio all’Oregon e soprattutto la dimostrazione che Il piccione a modo mio di Carlo Cracco non è l’unico.

Pig c’entra con Umberto D. anche perché il titolo del film di Michael Sarnoski (il suo primo lungometraggio) poteva, doveva essere Un uomo e il suo maiale: come scritto da Sara Welch-Larson su rogerebert.com, Pig è la parabola biblica del ricco che ruba il bestiame al povero raccontata dal punto di vista di quest’ultimo. «Il ricco aveva bestiame minuto e grosso in gran numero; ma il povero non aveva nulla, se non una sola pecorella piccina che egli aveva comprata e allevata; essa gli era cresciuta in casa insieme con i figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno; era per lui come una figlia». Robin Feld (Nicholas Cage) è un ex-chef che rinuncia al mondo dopo la morte della sua compagna, abbandona la scena di Portland e si ritira in una capanna nella foresta oregoniana, addestra un maiale alla caccia al tartufo e di questo vive: uno scenario quintessenzialmente americano, perché Walden e perché Unabomber, tanto che Sarnoski all’inizio voleva girare il film in Europa e poi ha capito che questa è una storia d’America. L’unico contatto con il mondo di Rob è Amir (Alex Wolff), intermediario nel ricchissimo mercato tartufaio di Portland – in Oregon si trovano ben quattro specie commestibili e i prezzi arrivano fino a 700 dollari al pezzo in alta stagione – e contrappunto allo stile di vita ascetico di Rob: il ragazzo ha vestiti d’alta moda, orologi costosi e macchine veloci, il vecchio cucina usando solo un coltello, con la lama taglia e con il manico mescola, immagine di essenzialità.

Ovviamente il mondo non ha nessuna intenzione di concedere a Rob la solitudine: una notte due tizi mascherati irrompono nella sua capanna, tramortiscono lui e rapiscono il maiale, una scena che second Ryan Jacobs, autore del libro The truffle underground sulle zozzerie del mercato del tartufo, è assolutamente realistica: la competizione è tale che gli avvelenamenti dei cani da tartufo sono centinaia ogni anno. Da qui comincia l’equivoco buffo che è stato parte della campagna promozionale di questo film: Pig è John Wick anche se lui è un ex-cuoco invece di un ex-sicario, è John Wick ma la vittima è il maiale e non il cane. In parte è così e in parte no: Pig sta a John Wick come Le Cronache di Narnia stanno a Il Signore degli Anelli, Rob è sì John ma pure San Francesco d’Assisi, ama il suo nemico e porge l’altra guancia, si fa pestare a sangue dalla stessa gente alla quale poi fa da mangiare.

Da Pig, di Michael Sarnoski

La metafora è chiara quanto basta, ed è aggiornata per l’epoca in cui il cibo è quello che la musica, il cinema, la letteratura, furono in altri tempi: il cuoco è l’artista, il cibo l’arte, i clienti sono sempre i clienti e i critici sono sempre i critici. L’opinione di Sarnoski sulla questione sta in una scena in cui Rob si ritrova a mangiare nel ristorante fichetto di un suo ex-aiuto cuoco, che lui stesso aveva licenziato perché faceva sempre scuocere la pasta: quello che dicono queste persone (clienti, critici, ristoratori) non conta perché non è vero e non è vero perché tu non sei sincero con loro e quindi con te stesso. Se pensate la faccenda si faccia contorta, ricordatevi che per dire la stessa cosa Aronofsky fece Madre. Richard Brody ha scritto che questa di Sarnoski è un’opinione populista, però Brody è uno dei critici del New Yorker e uno degli uomini più permalosi che abbiano mai scritto dall’invenzione del cuneiforme a oggi: stroncò Whiplash perché al protagonista del film piaceva Buddy Rich e a lui no, quindi suppongo abbia ragione Sarnoski quando dice che per un artista farsi conoscere è difficile, farsi capire impossibile.

Sono abbastanza sicuro la pensi così anche Nicolas Cage. La sua interpretazione in Pig sta in una risposta che diede Ethan Hawke in un’intervista su Newsweek del 2018: «[…] Lui è uno davvero orginale, uno dei più grandi attori di sempre. La sua sicurezza e follia e dedizione, le sue migliori dieci interpretazioni sono disposto a metterle a confronto con quelle di qualunque altro attore. E sono delle vere e proprie rivelazioni! A Stanislavski venne l’idea del naturalismo e della vita per come è, allontanandosi dallo stile di derivazione shakespeariana più incentrato sull’interpretazione. Brando e Lee Strasberg e il Group Theatre e tutta questa gente ha elaborato il concetto. Gene Hackman e De Niro e Meryl Street, tutti ci siamo ubbidientemente adeguati. Tranne Nic Cage. Lui fa altro!». Sta tutto in queste parole, e Pig merita di essere visto anche solo per vedere un old troubadour (ancora definizione di Hawke) dentro un film che ci tiene moltissimo a essere naturalista.

È banale ma è vero: Pig è un film riuscito soprattutto per questione di casting. Cage è e interpreta un uomo che nella vita ha avuto molto e perso in proporzione: «we don’t get a lot of things to really care about» è la tagline del film, e la disperazione è il terrore di perdere persino quelle poche cose, e l’illusione è l’arroganza di esercitare la proprietà su ciò che è davvero importante. Umberto D. era un film sulla disperazione ma non disperante: alla fine Umberto fa la pace con Flaik, l’ultima scena del film sono loro che giocano con una pigna. L’ultima scena di Pig è disperante: un uomo solo, una cuccia vuota, la voce di una persona morta che canta i versi di un altro che è una quintessenza americana: «Oh oh oh, I’m on fire». Nel video di questa canzone, Springsteen è un meccanico innamorato di una socialite che non potrà mai avere. Le ripara la macchina, gliela riporta e le lascia le chiavi alla porta di casa, non bussa, non la vede, non le parla, torna a casa a piedi, da solo. Chissà che ne ha fatto, lui, di quella disperazione, di quella solitudine.

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