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L’Unione europea ha scorte di petrolio sufficienti per tre mesi e c’è chi inizia a essere seriamente preoccupato Con il petrolio che ha superato i 100 dollari al barile e lo Stretto di Hormuz chiuso, l'Europa inizia a guardare con una certa inquietudine alle sue riserve energetiche.
Un bambino di 9 nove anni ha presentato la sua collezione couture alla fashion week di Parigi Si chiama Max Alexander, ha quasi 6 milioni di follower su Instagram, Sharon Stone come cliente, e in sogno ha scoperto di essere la reincarnazione di Guccio Gucci.
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L’Iran ha fatto un altro cortometraggio in stile Lego The Movie per dare tutta la colpa della guerra a Usa e Israele Era già successo nello scorso giugno, durante i precedenti attacchi di Usa e Israele. Anche in quel caso, i protagonisti era Trump, Netanyahu e Satana.
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I creator assoldati per fare propaganda a favore di Israele stanno facendo causa a Israele perché non sono stati pagati Diversi enti governativi israeliani avrebbero debiti per milioni con studi di produzione e creator assunti per influenzare l'opinione pubblica.
Polymarket è stata costretta a chiudere la pagina in cui faceva scommettere sull’imminente apocalisse nucleare Si poteva fare una di due scelte: la bomba esploderà entro la fine di marzo? Oppure entro giugno dell'anno prossimo?
Ars Technica ha cancellato un articolo che condannava l’uso dell’AI dopo che si è scoperto che conteneva citazioni inventate dall’AI L'autore del pezzo si è scusato e ha detto che da ora in poi non si fiderà più delle citazioni suggerite da ChatGPT.

Non possiamo essere tutte Jo March

Per chi è cresciuta con il mito dell'indomita protagonista, riguardare Piccole donne da adulta potrebbe avere qualcosa a che fare con la disillusione.

17 Gennaio 2020

Chi come me è gravemente dipendente dalle stories di Instagram conoscerà senz’altro il nuovo genere di filtri che ha iniziato a circolare negli ultimi mesi. Per attivarli basta inquadrarsi la faccia e aspettare il responso dell’algoritmo. «Che animale sei?», «Che rapper italiano sei?», «Che font sei?». Clicchi sull’immagine che ti compare sulla fronte e le risposte iniziano a scorrere, per poi bloccarsi ed emettere il verdetto: sei un ramarro, sei Marracash, sei Helvetica. Oltre a essere un passatempo davvero idiota, è abbastanza divertente. Immaginando un filtro “Piccole donne”, capace di indovinare a quale delle quattro fanciulle si assomiglia di più (purtroppo nessuno l’ha ancora inventato, ma qui c’è un quiz per rimediare) mi sono ritrovata a sperare in un risultato diverso da quello che avrei desiderato da bambina, dopo aver letto il libro illustrato, e da adolescente, dopo aver visto il film nella versione che ancora preferisco, quella del 1994 (il primo diretto da una donna, l’australiana Gillian Armstrong) con Winona Ryder, Kirsten Dunst, Claire Danes e Susan Sarandon. Se come tante altre ragazze da piccola non avrei avuto alcun dubbio – volevo essere Jo: quante aspiranti scrittrici ha prodotto la maledetta Josephine March? – rivedere il film da adulta mi ha permesso di scoprire che, in realtà, tra tutte, Jo è il personaggio più irritante, e che le altre piccole donne sono molto più umane e anche molto più simpatiche.

Come tutti sappiamo, la storia scritta e pubblicata da Louisa May Alcott nel 1868 e trasformata in un film per ben sette volte – l’ultima versione è quella diretta da Greta Gerwig, in questi giorni nei cinema italiani e al centro delle polemiche per gli Oscar (e anche di altre questioni, ad esempio quelle poste da chi si lamenta delle sale piene di donne e pochissimi uomini) – ruota intorno alla ribelle, indisciplinata, coraggiosa e indomita Jo March. Nell’altrimenti fedele adattamento di Gerwig il personaggio di Jo, interpretato da Saoirse Ronan, è ancora più “protagonista” del solito, grazie all’unico piccolo cambiamento apportato alla trama: la regista sceglie infatti di costruire una meta-cornice situata nel futuro rispetto alla storia raccontata da Louisa May Alcott. La prima parte, con tutte e quattro le ragazze ancora a casa, viene raccontata con una serie di flashback risalenti a sette anni prima da una Jo più grande, che lavora come insegnante a New York, vende racconti alle riviste e alla fine pubblica il libro che racconta la storia della sua famiglia (Piccole donne, appunto). Tra le tante doti di Saoirse Ronan c’è sicuramente la coerenza. L’attrice irlandese intepreta quasi sempre lo stesso personaggio: era Jo anche in Lady Bird, sempre diretto da Gerwig (preferivo la sua amica sfigata, ignorata dalla regista, relegata al ruolo di dama di compagnia della scintillante protagonista) e in Mary Queen of Scots (preferivo Margot Robbie nei panni di Elisabetta I d’Inghilterra, con la faccia deturpata dal vaiolo): una ragazza sicura di sé, volitiva, passionale, determinata. Una che ha tutto – bellezza, talento, energia, carattere, intelligenza – e che vince in ogni campo: nell’amore – è un finto maschiaccio e una vera gatta morta: i maschi le sbavano dietro (e non sono mica maschi qualunque: parliamo di Timothée Chalamet e Louis Garrel) – e nella realizzazione personale, sia dal punto di vista professionale (apre una scuola) che artistico (scrive un libro bello e di successo). Un esempio vivente del massimo livello di realizzazione femminile.

La madre e le altre sorelle, invece, sono imperfette, proprio come la maggior parte delle donne, che ancora oggi, a un certo punto della loro vita, sono costrette a rinunciare a qualcosa, a fare una scelta. Non sono come Jo, che riesce a monetizzare perfino la morte della sorella (ispiratissima, conclude finalmente il primo capitolo del suo libro). Sono donne che sbagliano e perdono pezzi. Beth per prima, ovviamente: timidissima, umile e cagionevole, uccisa dal senso del dovere e da un’insana inclinazione al sacrificio. Meg (Emma Watson) che rinuncia al sogno di fare l’attrice per sposare l’uomo che ama, anche se è povero, e di badare ai figli, perché è quello che desidera fare – mostrando l’esistenza di un tipo di eroismo diverso, discreto e quotidiano (bellissimo quando dice a Jo una cosa del tipo: «Non è che i miei sogni valgono di meno perché sono diversi dai tuoi»). E poi la mia nuova preferita, Amy la frivola. Già perfetta nella versione di Kirsten Dunst, oggi diventa esilarante, magnetica grazie all’interpretazione di Florence Pugh (già apprezzatissima in Midsommar, qui raccontata nella cover story di Vogue). Amy è forse l’unico personaggio di Piccole donne a provare sentimenti non edificanti, ambivalenti, meschini: è vanitosa, capricciosa, un po’ stupida (o almeno, così sembra) e fin da giovanissima è innamorata di Timothée Chalamet (come darle torto?) ma quando lui finalmente le chiede di sposarlo lei si preoccupa di essere soltanto un ripiego, considerato che il ragazzo è stato innamorato una vita di sua sorella. Jo è la sorella geniale, la luce che l’ha costretta a condurre un’esistenza nell’ombra, rendendola una persona invidiosa e vendicativa. Ma in Europa, lontano dalla famiglia, la bambina rancorosa si trasforma in una giovane donna elegantissima e saggia, pronta al perdono. Una delle scene migliori del film coincide con il momento in cui Amy decide di rinunciare per sempre alla pittura, «voglio fare qualcosa di grandioso oppure niente», e circondata dai suoi quadri mediocri, dà voce a un monologo perfetto, arrivando a spiegare all’ingenuo ma inconcludente rampollo di cui è innamorata – il Timothée di cui sopra – perché sposarsi per amore è un lusso tutto maschile, anche se poi, alla fine, si contraddice, cambia idea, e lo sposa lo stesso.

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