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Il Regno Unito vieterà la vendita di qualsiasi prodotto contenente nicotina ai nati dopo il 2009 per creare la prima generazione smoke free della storia Niente sigarette vere e proprie, niente sigarette elettroniche, niente nicotine pouch, niente di niente sarà accessibile a chi è nato dall'1 gennaio 2009 in poi.
Nel Diavolo Veste Prada 2 c’era anche Sydney Sweeney ma la sua parte è stata tagliata per una “scelta creativa” Il cameo dell'attrice, che doveva apparire nei panni di sé stessa, è stato cancellato. E, secondo molti, in questa decisione c'entrano gli scandali e la politica.
La giunta militare del Myanmar ha messo al bando gli assorbenti perché convinta che i ribelli li usino per fasciarsi le ferite Secondo le organizzazioni umanitarie, i militari pensano davvero che gli assorbenti vengano usati così perché probabilmente non ne hanno mai visto uno.
Pedro Pascal ha fatto causa a un liquore perché si chiama Pedro Piscal Il liquore in questione è un pisco, la più popolare bevanda alcolica del Cile, paese Natale di Pascal.
In Russia adesso le biografie di Bulgakov vengono vendute con un’etichetta che le definisce propaganda a favore della droga Sorte che però non è toccata solo a lui: l'etichetta verrà apposta anche sui libri di Pelevin, King, Palahniuk, Murakami e Steinbeck
La Cnn ha scoperto una vera e propria “accademia dello stupro” su internet, ma nonostante la denuncia nessuno l’ha chiusa Il sito contiene migliaia di video e foto di violenze, oltre a consigli e tutorial su come eseguirle e nasconderle. Ma, a quanto pare, le autorità non possono chiuderlo a causa di un cavillo.
Massive Attack, Kneecap, Brian Eno, Sigur Rós, Nadine Shah e altri mille artisti hanno chiesto di boicottare l’Eurovision se anche quest’anno a Israele sarà permesso di partecipare Hanno firmato una lettera aperta per boicottare la manifestazione, chiedendo l’esclusione immediata di Israele.
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Past Lives, le vite melodrammatiche dei Millennial

L'opera prima di Celine Song, candidata già a due premi Oscar, rappresenta perfettamente la svolta internazionale del cinema hollywoodiano. Ma anche il ritorno ai classici del melodramma americano.

20 Febbraio 2024

A breve in uscita il nuovo album di Ariana Grande, si intitolerà Eternal Sunshine, a riecheggiare il film cult di Michel Gondry, Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Correva l’anno 2004, la pellicola con Kate Winslet e Jim Carrey usciva nei cinema italiani con il titolo Se mi lasci ti cancello. L’intento, con ogni probabilità, era quello di venderla al pubblico come una romcom, deliziosetta, spiritosa e romantica. Nonostante questo depistaggio il film intercetta ugualmente senza troppe difficoltà il “suo pubblico” e in breve diventa un cult per i millennial cinefili (quelli che studiavano al Dams e alle Belle Arti, che si sorbivano con gioia tutte le rassegne di Tarkovskij e Chereau alla Cineteca Pasinetti o al Cinema Gnomo – insomma, io). Il film, sceneggiato da Charlie Kaufman, prende il suo titolo (quello originale) da un verso di “Eloisa to Abelard” di Alexander Pope (opera citata da Kaufman già in precedenza in Essere John Malkovich) e ruota attorno a un orizzonte in cui il sentimento amoroso vive in simbiosi con la natura dei ricordi, interrogandosi sulla loro forza, sulla loro perseveranza, nonché sulla loro residenza.

Ecco quindi che in Past Lives, debutto (con doppia nomination agli Oscar per Miglior Film e Miglior sceneggiatura originale) alla regia di Celine Song in questi giorni nelle sale italiane, il film preferito della protagonista è proprio, non a caso, Eternal Sunshine of the Spotless Mind. In un film che pone al suo centro un ritrovato e familiare senso di romanticismo vecchio stile, tutto nostalgia e sospiri, rimpianti da ingoiare e compromessi da accogliere amorevolmente, il manifesto del millennial malinconici diventa uno dei tanti indici rivelatori del suo carattere retro-contemporaneo.  

Corea del Sud, Na Young (avatar filmico della regista) e Hae Sung hanno dodici anni, vanno a scuola assieme e si piacciono. È un giovane amore, innocente e inespresso. La famiglia di Na Young decide però di espatriare, il padre regista e la madre artista sono in cerca di orizzonti più ampi: «I coreani non vincono il Nobel». I due protagonisti vivono così le loro vite, separati, ma con il ricordo l’uno dell’altra sempre presente… Ma in un mondo dove Facebook e Skype sembrano oggi archeologia digitale le distanze si deformano, le possibilità si moltiplicano, i ricordi acquistano una forza propulsiva tutta nuova. Come scriveva Proust tra le pagine del Tempo ritrovato «… Basta che un rumore, un odore, già sentito o respirato un’altra volta, lo siano di nuovo, a un tempo nel presente e nel passato, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, ed ecco che l’essenza permanente e abitualmente nascosta delle cose è liberata». Ecco così che Past Lives, con la sua storia d’amore dai toni sommessi, si riappropria dei sospiri del melodramma cinematografico, che «si nutre ex aequo della felicità angosciosa e della felice angoscia del passato. Fa da collante un sentimento primario, in genere l’amore, facile da declinare e identificare, ognuno riconosce suo l’identikit», scrive Maurizio Porro in Mélo

In un panorama in cui, esclusi i grandi autori che ormai si sono guadagnati la possibilità di poter giocare in un campionato tutto loro, fioccano o film con ritmi e cast generati dagli algoritmi o film con trame pensate per compiacere il target della Gen Z, refrattario al sesso, ai testi complessi e a sentimenti contraddittori, la classicità del racconto di Celine Song, lettura in chiave millenial del classico melodramma americano (o almeno di uno dei suoi molteplici filoni), viene accolta con gioia dalla critica (ormai, forse, sconfortata). L’amore impossibile, il destino che ostacola la realizzazione del sogno romantico, i ricordi come benzina per una passione che non riesce mai a carburare, sono tutti elementi tipici, che tornano ora a popolare i titoli di questa stagione dopo annate in cui sembravano essere meccanismo demodè, estranei ai moodboard dei più giovani, e ormai digeriti da quelli più frollati. Ancora Porro: «Nel mélo il destino ha sempre un ruolo determinante, accanendosi spesso contro la felicità dei protagonisti. […]  L’amore, vissuto come attimo fuggente, viene sconfitto dalla sacralità della famiglia, che rappresenta un luogo dove rifugiarsi».

Celine Song, che oltre a essere regista è anche (anzi prima) sceneggiatrice e drammaturga, incarna alla perfezione lo spirito della Nuovissima Hollywood (o della Nuova New Hollywood), globalizzatissima, con una presenza sempre più rappresentativa di registi, autori e interpreti di origine non statunitense: Cuarón, Iñárritu e Del Toro, Refn, Villeneuve, Lanthimos, Guadagnino, Larraín… «Tutti questi sono casi in cui registi stranieri vengono chiamati a lavorare negli Usa – spiega Stefano Santoli in Fabbrica di sogni, deposito di incubi. Dieci anni di cinema Usa. 2010 – 2019 (Mimesis) – Il decennio si chiude però con un evento epocale: nel 2020, l’Academy premia con l’Oscar al miglior film una produzione sudcoreana, Parasite (2019), e il regista Bong Joon-ho per la miglior regia. Scelta che parrebbe un cedimento a un’altra industria». Non si tratta però di una resa verso un mercato straniero, lo stesso Bong Joon-ho aveva già lavorato per produzioni Usa (Snowpiercer, Okja), e altri come Park Chan-wook avevano già messo piede a Hollywood (Stoker), ne sarebbero arrivati poi altri, come Lee Isaac Chung, statunitense ma di origini sudcoreane, che con Minari arriva ai Golden Globe e agli Oscar 2020 – e di mezzo c’è sempre la casa di produzione Plan B di Brad Pitt.

Celine Song, sudcoreana naturalizzata canadese, si inserisce quindi in questo orizzonte hollywoodiano che da anni sta portando avanti un’operazione di internalizzazione di sguardi lontani. Sempre dall’Asia arrivano anche Cathy Yan (Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn), Chloé Zhao (Nomadland, Eternals) e Lulu Wang (The Farewell, Expats), che proprio come Song mette al centro delle sue storie protagoniste straniere in terre straniere. «Le nostre radici devono trovare il loro posto», dice Na Young, ormai ribattezzata Nora nella sua nuova vita negli Stati Uniti, ma che ancora sogna in coreano. «Accogliere come statunitense il cinema mondiale potrebbe non essere segno di un cedimento quanto un modo per tentare di globalizzare la potenza hollywoodiana in un momento di crisi produttiva autoctona, facendo leva sul mestiere dei registi stranieri […]. Il cinema statunitense sarebbe così disposto a trasformarsi, arrivando ad accogliere in sé il cinema mondiale tout court, riservandosi pur sempre il diritto di scegliere quale cinematografia consacrare (e quale no…)», spiega ancora Santoli. 

Ma oltre che un’apertura geografica e culturale (in una dinamica post-globale, non più verso una omogeneizzazione totalizzante, ma verso la nobilitazione e l’acquisizione di valori eterogenei e distanti), quella a cui stiamo assistendo è una rimonta della generazione del millennio, che trova ora spazio per riproporre poetiche di desiderio, spaesamento e passione con cui si è abbeverata negli anni ‘90 e nei primi 2000. È del 1996, non a caso, il film che a cui Past Lives è più debitore, Comrades: Almost a Love Story, il capolavoro di Peter Chan con Maggie Cheun e Leon Lai, storia d’amore i cui protagonisti si rincorrono per oltre vent’anni tra Hong Kong e New York, sullo sfondo di un mondo che cambia a velocità vertiginosa. Past Lives sostituisce però l’energia, l’ottimismo e il senso di speranza che invadono Comrades con una quieta disillusione, una garbata rassegnazione e un pizzico di confortevole autocommiserazione. Forse dopo le paralisi emotive provocate dalla crisi finanziaria, dai social media, dal MeToo e dalla pandemia, un piccolo fuoco si sta riaccendendo. 

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