Dopo la pandemia saremo irriconoscibili

Come fossero atti di protesta, abbiamo sentito l'impulso di cambiare colore di capelli, farci piercing e tatuaggi.

18 Marzo 2021

Ho sempre detestato i piercing finché, nel 2020, non ho sentito l’urgenza di farmene uno. Come una cicatrice, era un modo per manifestare quanto un anno di cambiamenti mi avesse cambiato definitivamente, tanto un piercing se te ne penti lo togli, farlo o levarlo poi è un gesto volontario. È un atto di protesta. Sarà per questo che nel corso degli ultimi mesi la maggior parte di noi ha avvertito la necessità di modificare qualcosa del proprio aspetto, riaprendosi il buco al lobo sinistro, forandosi il naso o la lingua, facendosi crescere i baffi, i capelli, tingendoseli o rapandosi, scartando i vestiti indossati prima del 2020 come a rendere visibile una trasformazione che è avvenuta al nostro interno, e per ricordarci in un momento in cui ci sta capitando di sentirci completamente ignoti a noi stessi (non ne possiamo più) di essere ancora in grado di prendere una decisione che ci riguardi.

Ci hanno detto che il nostro corpo era un tempio. Da un anno, invece, è più che altro una casa. E come tale, considerando che ci siamo ritrovati ad abitarla sempre, costantemente, spesso da soli perché non avevamo altra scelta, abbiamo maturato l’impulso di modificarla poiché ci è sembrata l’unica cosa della nostra situazione che potessimo cambiare. Come Kim Johnson, esperta in Psicologia della moda dell’Università del Minnesota ha spiegato un articolo dedicato al “quarantine makeover”, regalarsi un restyling completo o parziale dopo un evento catastrofico è piuttosto comune, «applicato al Coronavirus questo ragionamento diventa “non posso controllare il virus e l’evolversi di questo casino ma posso almeno controllare il mio aspetto”», dice.

Possiamo sperimentare perché la posta in gioco è ancora piuttosto bassa al momento, e quindi change is in the hair, i contatti con l’esterno sono limitati, è il momento per la tinta colorata radicale, per farci crescere una chioma leonina, tutti ripetono “non avrò altre occasioni per tenerli così”. Ma per alcuni la semplice manipolazione dei capelli non è abbastanza sufficiente: elementi di makeover che esigono una certa sopportazione fisica, come piercing e tatuaggi, possono svolgere una funzione simile sia che siano realizzati da esperti sia da persone assolutamente non qualificate per farlo (su YouTube c’è il video “Mi traforo l’orecchio a casa perché la quarantena me l’ha fatto fare”), perché niente potrà mai farci più male del 2020, così che il buco nel naso diventa una riappropriazione della nostra adolescenza, quello all’ombelico una riscoperta della sessualità che abbiamo smarrito in quest’anno in cui ci siamo sentiti sexy come una formula di geometria piana, monodimensionali, quello al capezzolo una medaglia al valore.

Sebbene sia ancora presto perché le ricerche di mercato su base italiana mostrino un’impennata di persone che si sono tatuate in pandemia, come ha scritto Refinery29 basta farsi un giro su Instagram per recuperare qualche prova “esperienziale” (in America dove qualche dato numerico c’è, le richieste per tatuarsi sono raddoppiate rispetto al 2019, nonostante le lunghe liste di attesa indotte dalle chiusure obbligatorie). Forse perché l’arte è da sempre il modo con cui le persone esprimono loro stesse nei periodi di bisogno, o perché la pandemia ha solidificato – ci piace pensarlo – i nostri valori e la nostra forza d’animo e quella rosa che ci siamo tatuati a settembre per ricordarci quanto ci sia mancato il profumo dei fiori è lì per confermarlo. E poi ci siamo accorti di quanto fossimo fallibili e momentanei, una parte di noi si è convinta fosse il caso di esprimerci in tutti quei modi che per anni abbiamo soffocato. Il 2020 in qualche modo ci ha fatto crescere. Non ne siamo di certo usciti migliori perché fondamentalmente non ne siamo usciti e come almeno una ventina di ex stelline certificate Disney Channel prima di noi, che a un certo punto si sono rapate a zero e tatuate “wild kitty” sulla caviglia, quando un evento ti fa crescere e cambiare è naturale provare l’istinto di ricordarselo lasciando una traccia.

So che se questo periodo dovesse continuare mi farei i capelli rossi. O magari rosa. Forse è arrivato il momento per decolorarmi interamente come ha fatto ieri Billie Eilish (per la prima volta nella storia di Instagram una foto ha raggiunto il milione di like in 6 minuti), oppure castana, come ho scritto almeno una ventina di volte alle mie amiche. Una di loro si è rapata le sopracciglia volontariamente cercando di assomigliare a Drew Barrymore negli anni Novanta. Il motivo principale delle nostre trasformazioni è che abbiamo troppo tempo per prenderle in considerazione, come dimostra uno dei trend più recenti e già famosissimi di TikTok, con la voce della ragazza che dice “girl, don’t do it, it’s not worth it” e l’altra che risponde “I’m not gonna do it girl, I was just thinking about it” e lo ripete così tante volte che poi ovviamente lo fa (nella maggior parte dei casi sono proprio tinte e tagli di capelli). Come dimostra anche la barba di David Letterman. Trascorriamo talmente tanto tempo da soli a rimuginare che avere epifanie estetiche è inevitabile.

Su The Cut Emillia Petrarca ha scritto che sta provando un senso prolungato di ansia ed eccitazione per il rientro nella società, e quindi sta usando queste giornate per provarsi a casa, da sola, accostamenti di vestiti che non avrebbe mai azzardato. Lo scorso anno ci chiedevamo se il completo formale dopo la pandemia sarebbe mai tornato a essere un obbligo sociale o se ci saremmo immolati per sempre allo streetwear. Nel frattempo, però, è tornato il mullet, c’è chi ha ordinato la pistola per i buchi con Amazon Prime. Se le cose dovessero andare male, soprattutto per quelli che stanno all’estremità più estrema dello spettro di modificazione del corpo casalingo (tagli drastici, decolorazioni selvagge) almeno avremo ancora tempo per rimediare all’errore e con molta probabilità nessuno lo saprebbe. È possibile esista una correlazione con il ritorno del cappellino con la visiera.

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