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Tutti aspettavano il ritorno di John Galliano nella moda, ma nessuno si aspettava sarebbe stato una collezione per Zara La collaborazione tra il brand del gruppo Inditex e lo stilista di Gibilterra durerà due anni, e la prima collezione arriverà nei negozi a settembre.
Israele ha detto che agli sfollati libanesi non sarà consentito tornare a casa Secondo le autorità libanesi più di 1 milione di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case, a quanto pare definitivamente.
Dal 20 marzo torneranno al cinema, in versione restaurata, i film di Béla Tarr Si comincia con Perdizione, poi Le armonie di Werckmeister, Sátántangó e Il cavallo di Torino. E a seguire verranno tutti gli altri.
Sempre più persone vanno dallo psicologo dicendo di essersi ammalate di depressione per colpa della politica Stress cronico, spaesamento, ansia. La cura più efficace, al momento, sarebbe l'attivismo, quello vero.
Il creatore di Fortnite sta usando i miliardi guadagnati con il videogioco per comprare foreste e salvarle dall’abbattimento Tim Sweeney sta usando il suo patrimonio personale per salvare milioni di chilometri quadrati di foresta, sottraendoli alla speculazione immobiliare.
Agli Oscar due film hanno vinto lo stesso premio e così molte persone hanno scoperto che agli Oscar si può pareggiare e che è già successo sette volte in passato È avvenuto nella categoria Miglior cortometraggio live action, dove il premio lo hanno vinto sia The Singers che Two People Exchanging Saliva.
In Voce Triennale arriva Equinozio, tre giorni e tre notti di concerti, performance e talk per festeggiare l’inizio della primavera Da venerdì 20 a domenica 22 marzo «una lunga e leggera progressione di danze», come l'ha definita il curatore Carlo Antonelli.
Macron ha usato una canzone dei Justice come colonna sonora del video in cui presenta il nuovo arsenale nucleare francese Il post è stato successivamente modificato per rimuovere la canzone, lasciando solo le parole nette del Presidente sull’invincibilità delle armi nucleari francesi.

Estetica di un leak

Con i Panama Papers, il giornalismo si manifesta definitivamente come forma d'arte: il pensiero narrativo sta cambiando i media e il mondo.

05 Aprile 2016

A Storm Is Coming è uno dei titoli sul sito dedicato della Süddeutsche Zeitung. Una tempesta sta arrivando.  Appunto: sta arrivando e nei prossimi giorni e settimane si capirà e si parlerà di quello che i Panama Papers contengono. Per il momento ciò che colpisce della giornata passata è soprattutto quello che c’è intorno e fuori alla notizia che tutti i siti del mondo hanno rappresentato con grafiche cubitali.

Ho letto status e tweet di persone molto eccitate per la faccenda. Stelline, cuori e un sacco di rumore con il sottotesto politico: “stanno smascherando i ricchi e i potenti”. Ma queste reazioni più che basarsi su dati reali, sembrano, almeno per il momento, frutto di un’atmosfera. Lo dico anche perché la prima sensazione che ho provato aprendo questo sito è stata un’emozione di tipo estetico. Il giornalismo è definitivamente un fatto estetico, ho pensato. È una cosa di fronte alla quale più che la voglia di sapere, scatta il tipo di giudizio che esprimiamo davanti a una serie tv: una relazione seduttiva, più che informativa. È un romanzo di Graham Greene, di Joan Didion, o John Le Carré, con le infografiche, i box interattivi e i video e la colonna sonora inquietante. Il titolo è già fascinosissimo di suo: Panama Papers, esotismo coloniale in purezza. I numeri e i documenti sembrano avere la funzione per cui vengono utilizzati nei romanzi; non importa tanto cosa c’è scritto, importa che abbiano lo status di “prova”, che serve a dare credibilità a un universo immaginativo. Sono veri in realtà, ma più che per la loro verità vengono utilizzati per produrre un effetto di verità. Altrimenti, prima di dare i documenti in pasto a noi, avrebbero selezionato quelli importanti per darci le informazioni.

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Attenzione: non voglio sostenere provocatoriamente che i Panama Papers siano una montatura, sto solo ponendo l’attenzione su quanto il pensiero narrativo stia cambiando i media e il mondo. Viene da dire «bellissimo» guardando il video introduttivo della Süddeutsche Zeitung. Ed è infatti bellissimo: la chat tra i giornalisti del quotidiano tedesco e l’informatore che appaiono e poi rimpiccioliscono fino a sistemarsi sullo sfondo. Come nell’incipit di una qualunque Bourne Saga, John Doe (il nome fittizio dell’informatore) che dice: Hello. This is John Doe. Interested in Data? Il giornale che risponde: We’re very interested. La musica cupa e metallica, appunto. La schermata di dati che allagano lo schermo. La scritta in rosso The secret of dirty money.

Se ci si collega all’International Consortium of Investigative Journalists,  il montaggio è meno spettacolare, ma il lettore utente viene coinvolto in primo piano nell’indagine. Si clicca sui potenti, uno per uno, e si seguono le direzioni che hanno preso i loro investimenti, per esempio i soldi nascosti all’ombra delle palme da sauditi coinvolti in traffici loschi con fazioni in guerra. È oltremodo arduo capirci qualcosa, ma ancora una volta è l’atmosfera che ci avvolge la cosa più interessante, la possibilità di entrare in un mondo nascosto che, in fondo, più che indignarci, ci affascina, più che chiamare alla partecipazione, chiede immedesimazione.

PANAMA-US-TRUMP-BUILDING-CLUB

L’altra segno forte di Panama Papers – una conferma – è che nel giornalismo, così come in letteratura da sempre, la mole sta diventando un valore in sé. Era successo di recente, è solo uno dei molti esempi, con l’indagine sullo scandalo Fifa pubblicata da ESPN, in cui si finiva per sfogliare cliccare e soprattutto restare impressionati dall’estensione della cosa, ma Panama Papers sembra veramente la Ricerca del tempo perduto del giornalismo. Un lunghissimo lavoro di un anno. Un’immensa mole di dati. Tutti i titoli e i sottotitoli visti sui siti insistono su questo punto. «A massive document leak» (Vox). «The largest data leak journalists have ever worked with» (Süddeutsche Zeitung). «Biggest leak in history» (The Guardian). Lo stesso quotidiano tedesco ha pubblicato innanzitutto due grafici intitolati rispettivamente “The scale of the leak”, con la grandezza in dati del dossier (2,6 Terabyte), e “The structure of the leak”, con la divisione dei dati per tipo di file (circa 5 milioni di mail, per esempio). Non c’è bisogno neanche di un contenuto, è una massa che crea da sola il suo racconto ed esercita da sola la sua potenza. Il New York Times è stato forse l’unico giornale a titolare nel più sobrio modo possibile “Panama Law Firm’s Leaked Files Detail Offshore Accounts Tied to World Leaders”.

Le redazioni hanno già iniziato il lavoro di selezione, eppure quello che per prima siamo stati chiamati a osservare è una dimensione, non tanto cioè un insieme di fatti, quanto una cosa che deve sedurre il lettore innanzitutto per la sua grandezza. E noi ci avviciniamo a questa gigantesca cartella giornalistica con lo stesso spirito con cui possiamo avere affrontato L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon, una sfida intellettuale, che ci lascerà il ricordo di un’esperienza estetica.

Immagini tratte da un reportage su Panama (Rodrigo Arangua/AFP/Getty Images).
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