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05:23 venerdì 3 aprile 2026
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Bisogna vedere Oussekine, la serie basata sulla stessa storia che ispirò L’odio

La serie di Antoine Chevrollier, da poco uscita su Disney+, racconta l'uccisione nel 1986 a Parigi di un 22enne franco-algerino da parte di due poliziotti, un fatto di cronaca che ricorda la morte di George Floyd e quella di Stefano Cucchi.

19 Maggio 2022

Ci sono cose che succedono sempre, identiche, ovunque. Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 1986, a Parigi, un ventiduenne franco-algerino viene pestato a morte da due agenti della polizia. Il 19 aprile del 1989, a New York, Trisha Meili viene stuprata mentre fa jogging a Central Park. Vengono arrestati cinque giovani, i “Central Park Five” che solo anni dopo si scoprirà che con l’accaduto non avevano nulla a che fare. Il 22 ottobre del 2009, a Roma, Stefano Cucchi muore al termine di una “custodia cautelare” che lo aveva ridotto a pesare 37 chili. Il 25 maggio del 2020, a Minneapolis, George Floyd annuncia la sua morte a Derek Chauvin, l’agente di polizia che lo sta soffocando tenendogli un ginocchio premuto sul collo mentre lo invita a «rilassarsi». Tra un episodio e l’altro ci sono decine, centinaia, migliaia di storie così, che succedono sempre, identiche e ovunque. E che hanno generato slogan che si somigliano tutti e che vengono usati sempre nelle stesse circostanze: “tout le monde déteste la police” e “defund the police”. Storie dalle quali sono nati racconti che a distanza di decenni provano a restituire una verità che all’epoca dei fatti fu sistematicamente, intenzionalmente negata: nel 2018 Alessio Cremonini gira il film Sulla mia pelle. Un anno dopo Ava DuVernay firma la miniserie When They See Us. Lo scorso 11 maggio su Disney+ esce Oussekine, quattro episodi in cui Antoine Chevrollier racconta la storia di Malik Oussekine, il ventiduenne franco-algerino pestato a morte da due agenti della polizia nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 1986.

In un’intervista concessa ad Afp, lo storico francese Pascal Blanchard ha definito Malik Oussekine «il nostro George Floyd». Forse è per questo che la storia di Oussekine è così familiare anche per chi (come me) questo nome non lo aveva mai sentito nominare prima dell’uscita della serie: è una di quelle storie che succedono sempre, ovunque e identiche. Lo stesso Chevrollier non aveva mai sentito parlare di Oussekine, la scoperta l’ha fatta come spesso si trovano le cose che diventano passioni, ossessioni, missioni in giovanissima età: ascoltando una canzone. «Un exemple Malik Oussekine/Makomé en a été victime/À deux doigts Rodney King/Paix à toutes les victimes!» fa la prima strofa di “L’Etat Assassine”, traccia numero nove del disco L’Homicide Volontaire (1995) del gruppo hip hop francese Assassin. Del gruppo fanno parte tre ragazzi: Doctor L, che si è unito per ultimo, e poi i due fondatori, Solo e Rockin’ Squat. Quest’ultimo all’anagrafe è registrato come Mathias Crochon, in arte Cassel, figlio dell’attore Jean-Pierre Cassel e fratello di Vincent. Nello stesso anno in cui Mathias fa uscire il disco che viene ancora oggi considerato il migliore della sua carriera e uno dei fondamentali dall’hardcore rap francese, Vincent è protagonista di un film che cambierà la storia del cinema d’Oltralpe: si intitola Le Haine (L’odio), scritto, diretto e montato da Mathieu Kassovitz.

Antoine Chevrollier all’epoca era troppo piccolo per vedere un film come L’odio (e in teoria anche per ascoltare un disco come L’Homicide Volontaire), ma se lo avesse visto si sarebbe reso conto subito che certe storie davvero succedono sempre, ovunque e identiche. La morte di Malik Oussekine fu una delle trecento “bavure” – sbavature, la parola con la quale i francesi negli anni Ottanta cominciarono a definire gli “incontri” con la polizia che finivano con la morte di chi stava dall’altra parte della divisa – che nel 1993 spinsero Kassovitz a iniziare a scrivere la sceneggiatura che sarebbe diventata poi il suo capolavoro. «Come può una persona svegliarsi la mattina e morire la sera in questa maniera», si chiedeva Kassovitz ripensando (tra gli altri) a Oussekine che muore mentre cerca di tornare a casa dopo essere stato a un concerto di Nina Simone. Del movimento studentesco a Malik non importava nulla: gli interessavano le poesie di Neruda, la musica, il judo. Studiava da catecumeno, aveva sempre con sé una Bibbia, voleva convertirsi al cristianesimo ed entrare nei gesuiti. Soprattutto, voleva essere francese: pregare nella lingua e nei templi del suo Paese, dice a un certo punto della serie al prete cattolico al quale confida le sue intenzioni. Secondo Chevrollier, quello che è successo a Oussekine è stato tanto più drammatico e sconvolgente perché a morire fu un ragazzo che all’”assimilazione” ci credeva davvero. È una parola, assimilazione, che negli anni Ottanta si usava per descrivere la trasformazione che portava molti francesi di origine maghrebina a essere «più francesi dei bianchi»: dimenticavano o ignoravano l’origine araba per abbandonarsi al sogno di integrazione di cui il governo socialista di Mitterand rappresentava la realizzazione. La morte di Oussekine porrà fine all’assimilazione, e a quel punto ognuno se ne tornerà nella sua parte di città: i ricchi bianchi tra i Grand Boulevards, gli immigrati poveri nei palazzoni rettangolari oltre la Périphérique, dove può succedere di tutto tanto non importa niente a nessuno.

Nelle prime scene de L’odio si vedono le banlieu in fiamme e gli scontri nelle strade e scopriamo che Abdel Ichaha è in terapia intensiva, ridotto in fin di vita da un poliziotto che nel pestaggio perde l’arma di ordinanza, la 44 Magnum con la quale Vinz, Hubert e Said faranno il loro viaggio al termine di Parigi. Nella realtà a Jean Schmitt, uno dei due poliziotti condannati per l’omicidio di Oussekine, cadde la pistola nell’androne del palazzo in cui il ventiduenne fu lasciato a morire dopo il pestaggio. Fu uno dei fatti sui quali gli avvocati della famiglia Oussekine si concentrarono di più durante il processo: come ci era finita quella pistola in quell’androne, visto che Schmitt negava di essere stato nel luogo in cui Malik era morto? Certe storie succedono sempre, ovunque e identiche: prima c’era e poi non c’era stato, Schmitt, in quell’androne. Prima non aveva alzato un dito su Oussekine e poi si era limitato a “disperderlo energicamente”, come all’epoca si era soliti fare con gli studenti che protestavano contro la riforma universitaria del ministro Alain Devaqut. In ogni caso solo un’altra “bavure”, colpa dei poliziotti fino a un certo punto: Oussekine soffriva di una gravissima insufficienza renale dall’età di un anno, aveva subìto un trapianto, faceva dialisi una volta alla settimana. Ad ammazzarlo era stata l’insufficienza renale e non le botte. Anzi no, quella e un arresto cardiaco, ma certamente non le botte. Quindi cinque anni di carcere per Schmitt, due al suo collega Garcia, pena che nessuno dei due sconterà e che non finirà nemmeno nel casellario giudiziale.

Per Oussekine Chevrollier ha detto di essersi ispirato a When They See Us di Ava DuVernay e a The Wire di David Simon, ed è vero e si vede. Ma guardando la serie ho pensato anche ad Akira Kurosawa e a Rashomon, al tentativo di ricomporre la verità su una morte attraverso i punti di vista di chi è sopravvissuto: la famiglia, i poliziotti, gli avvocati, i media, l’opinione pubblica. Oussekine è in fin dei conti una serie sulla verità, sullo sforzo eterno e futile di ottenere la pace e la giustizia attraverso di essa, sui riti imperfetti e fallimentari (le indagini, i processi, le inchieste giornalistiche, le opere di narrativa) che riproponiamo ogni volta nel tentativo. «Non c’è pace senza giustizia», cantavano i manifestanti che si ritrovavano ogni giorno fuori dall’aula di tribunale durante il processo Schmitt-Garcia. C’è una frase che riassume alla perfezione Oussekine, e non per niente la pronuncia un prete durante una conversazione con un poliziotto: «La verità è l’unica via possibile. Vale per un prete e vale per un poliziotto».

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