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Il caso Malacqua

Scritto da Nicola Pugliese in soli 45 giorni, è uscito nel '77, ma è stato riscoperto e dimenticato più volte. Ora sarà pubblicato in 7 Paesi e diventerà un film.

15 Febbraio 2019

Talvolta la genesi e la vita di un romanzo sono più intricate della trama stessa. È il caso di Malacqua di Nicola Pugliese, pubblicato per la prima volta nel 1977 da Einaudi e poi rimasto lontano dagli scaffali per oltre trent’anni. Ne era rimasto colpito già Italo Calvino, in quegli anni consulente della casa editrice torinese, che volle inserirlo in una collana di testi più sperimentali. «Malacqua è un libro che ha un senso e una forza e una comunicativa», scriveva. Malgrado l’entusiasmo dell’editor, però, Pugliese si rifiutò di apportare al testo le revisioni proposte ponendo un aut aut: o va bene così o niente, come pure vietò successive ristampe del romanzo che  è rimasto pressoché introvabile fino alla sua morte, avvenuta nel 2012. Grazie alla nuova edizione di Tullio Pironti, che di Pugliese era amico (giocavano insieme a poker), il romanzo sarà finalmente disponibile in sette Paesi entro il 2020, mentre un’importante casa di produzione è già impegnata nel progetto di adattamento cinematografico. Si tratta a tutti gli effetti di una seconda vita, che lo ha visto arrivare già in Francia (éditions Do), dove è segnalato come uno dei migliori libri in circolazione, e in Inghilterra (qui grazie alla traduzione di Shaun Whiteside per la casa editrice indipendente And Other Stories), e a breve in Germania (per Launenweber a ottobre 2019), in Romania (Editura Vellant), Grecia (Loggia) e Finlandia (Fabriikki Kustannus).

Nicola Pugliese scrive Malacqua in soli 45 giorni, ispirandosi a un fatto di cronaca. Verso la fine degli anni Sessanta, infatti, lo scrittore vive a Napoli e lavora al quotidiano Roma, e non nasconde la sua insoddisfazione nello svolgere il lavoro del giornalista, attività che intraprende seguendo le orme del padre. In quel periodo, Pugliese si occupa personalmente della cronaca di alcuni crolli e sprofondamenti avvenuti in città e che erano costati la vita a una decina di persone. Via Tasso e via Aniello Falcone sono perciò le due strade panoramiche e lontane dal centro che cominciano a sprofondare nelle prime pagine di Malacqua, un romanzo cupo, che si discosta da altri libri ambientati a Napoli, incluso Ferito a morte di Raffaele La Capria, lettura giovanile con cui l’autore condivide la «psicologia del miracolo», ovvero l’attesa dell’accadimento straordinario capace di mutare di punto in bianco la situazione. Il sottotitolo del libro di Pugliese – «Quattro giorni di pioggia nella città di Napoli in attesa che si verifichi un evento straordinario» – attribuisce al testo anche un valore profetico per quel che riguarda l’allarme sui cambiamenti climatici dovuti al riscaldamento globale. Nei crolli e nelle frane dovuti alla pioggia incessante, infatti, è impossibile non ravvisare un atteggiamento apocalittico. La città sembra liquefarsi, mentre l’acqua scorre, penetra, danneggia. «Avrebbe smesso? Avrebbe smesso mai?», s’interroga il testo.

Il protagonista Andreoli Carlo – in tutto il testo ricorre sia per lui che per gli altri personaggi l’uso del nome preceduto dal cognome, come si usa nei verbali – è un giornalista che si appunta sul diario gli eventi inquietanti e misteriosi che si susseguono in quei quattro giorni di pioggia. Osservatore di fatti, ascoltatore di testimonianze e storie, Andreoli è l’alter ego di Pugliese, con cui condivide disincanto e malinconia. Nell’incertezza ostile della pioggia, si moltiplicano neri presagi che generano una suspense da libro giallo. Come nel Pasticciaccio di Carlo Emilio Gadda, però, il giallo resterà senza soluzione, confermando che la possibilità di chiarire tutti i nessi di una vicenda, di trovare una soluzione unica e inconfutabile in un mondo complesso, confuso e sfaccettato come quello reale, rappresenta solo un’illusione. Così una nota iniziale avverte, come spesso accade, che personaggi e fatti del libro sono puramente immaginari, «anche se la realtà è sovrabbondante di pretesti narrativi». Giuseppe Pesce, che a Pugliese ha dedicato anni di studio da cui nascono un libro e un documentario, descrive Malacqua come «un libro singolare, continuamente riscoperto e dimenticato». Gli eventi bizzarri che accadono in diversi punti della città nel secondo e terzo giorno, le voci che risuonano, le monetine che cantano, sono situazioni che nella loro assurdità rimandano alla paura che «all’improvviso, nella vita ordinaria di uomini qualunque, possa manifestarsi un’irreparabile perdita di contatto con la realtà», scrive Pesce mettendo in luce quello che è un aspetto di modernità di Malacqua, che oggi verrebbe definito un testo “distopico” dalle atmosfere “weird”.

È un anti-romanzo, una cronaca verbale che ricorda il fluire del dolore di Gadda come pure il realismo magico dei Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez. La scrittura di Pugliese è fitta e incessante come la pioggia che racconta. Nel testo suddiviso in quattro capitoli – uno per ciascuno dei quattro giorni, preceduti da un’introduzione e prologo – troviamo pochissimi capoversi. A uno sguardo più attento, il romanzo si mostra come una serie di racconti concatenati (d’altronde era proprio il racconto la misura in cui Pugliese ha dichiarato di trovarsi più a suo agio), un collage di diverse storie che scorrono parallele, accomunate dall’incertezza resa cupa dalla pioggia. Ancora prima della Ferrante Fever, Nicola Pugliese si è circondato in vita di un’aura di mistero e riservatezza tanto da guadagnarsi il soprannome di “Salinger napoletano” anche perché, proprio come l’autore de Il giovane Holden, non ha mai accontentato il pubblico in attesa di una sua seconda opera. Ma forse l’accadimento straordinario preannunciato da Malacqua era proprio il successo che sarebbe arrivato postumo.

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