Quasi tutti Paesi europei si sono espressi contro la decisione della Biennale e in tanti hanno già iniziato a minacciare il boicottaggio.
Il New Yorker ha stroncato Le otto montagne
Secondo Richard Brody, il critico cinematografico del New Yorker, Le otto montagne – che è da poco arrivato nelle sale americane e, come riporta Deadline, sta avendo ottimi incassi – è perfettamente rappresentativo di un certo tipo di art-house cinema parecchio di moda in questi anni: il peggior tipo di art-house cinema. Nella sua recensione (in realtà l’unica negativa: fin qui del film hanno parlato benissimo la maggior parte dei critici americani, tra cui anche quelli del New York Times, del Los Angeles Times, di IndieWire e di RogerEbert.com) Brody definisce il film di Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, adattamento del romanzo omonimo di Paolo Cognetti, come una forma di “centrismo cinematografico”. Secondo il critico, il film ci tiene moltissimo a dimostrarsi realistico, un ritratto autentico di vite vere. Ma, allo stesso tempo, evita sempre di mostrare le complessità e le brutture e i conflitti delle vite vere, concentrandosi soltanto su stucchevoli trasfigurazioni dei rapporti umani. «Pseudoumanesimo», lo definisce Brody, un modo di fare cinema che può sembrare interessante solo nell’epoca degli infiniti franchise, sequel, prequel, reboot, spin off.
I problemi di Brody con Le otto montagne, però, non si limitano solo a questioni di temi e toni. Il difetto fondamentale del film è che è lento: «Non nel senso di scarso in azione, ma scarso in pensieri», scrive. Secondo lui, invece che un lungometraggio i due registi avrebbero fatto meglio a girare un corto. Un cortissimo, si potrebbe dire: nelle Otto montagne Brody ha trovato abbastanza contenuti da riempire a malapena un trailer, una scarsità aggravata da una banalità estetica degna di «una raccolta di cartoline». Magari all’inizio le idee c’erano anche, spiega. Se c’erano, però, non sono state espresse affatto. «Lo stile e la drammaticità del film, in effetti, raccontano un’idea, di cinema, di mondo, della connessione tra le due cose. Un’idea avvilente quando l’estetica impiegata per raccontarla».
Brody del film non salva praticamente nulla. Non gli sono piaciuti i dialoghi, definiti piatti, privi di introspezione e di indizi sulla psicologia e le emozioni dei personaggi. Non gli sono piaciute nemmeno la fotografia e la regia: nonostante le Otto montagne pretenda di essere un film contemplativo, niente del modo in cui è girato e diretto suggerisce contemplazione. L’occhio dei registi, scrive Brody, non si ferma mai abbastanza a lungo su nessuno degli elementi che compongono l’immagine/paesaggio: da qui l’effetto cartolina citato prima, quello di paesaggi alpini ritratti e guardati di fretta. Ma, pur con tutti questi difetti, Le otto montagne sarà comunque meglio dell’ennesimo film di supereroi. Stando a quello che scrive Brody, no: tra questo film e un altro capitolo dei franchise infiniti Marvel e Dc c’è pochissima differenza, in realtà. Le otto montagne soffre degli stessi eccessivi produttivi dei cinecomics e, alla fine, «non offre punto di vista sull’esistenza molto più rilevante».
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