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È stato l’anno di Netflix?

Si potrebbe dire di ogni anno dopo il 2015, ma nel 2018 vale ancora di più.

03 Ottobre 2018

Se non ve ne siete accorti, il 2018 è già l’anno di Netflix. Si potrebbe dire lo stesso di ogni anno dopo il 2015, prima del quale nessuno diceva «stasera pizza e Netflix» e andavamo a vedere film come Annihilation al cinema. Però stavolta Ted Sarandos, capo dei contenuti e uomo immagine di Netflix, ha vinto in modo diverso, cioè espugnando quei festival dove la sua azienda era sempre stata snobbata. Ricordate le perplessità di Spielberg e Almodovar che tanto avevano fatto discutere? Quest’anno, al contrario, si sono spesi a favore di Netflix giganti del calibro di Scorsese e Cronenberg (che ha detto di preferire il divano di casa alla sala), ma anche altri eventi hanno fatto passare il concetto che Netflix fa cinema (e che cinema). Cannes ha escluso le produzioni originali della piattaforma dal concorso principale, al contrario di Venezia, che invece le ha accolte. Il risultato? Cannes ha fatto discutere, Venezia ha emozionato, non solo imbarcando, ma anche premiando i film che la prima manifestazione aveva tagliato fuori. Ora è plausibile che la strada dei grandi eventi cinematografici passi per la Laguna, mentre Netflix prosegue da favorita agli Oscar grazie a un Leone d’Oro tra le braccia del “suo” Cuarón.

Prima di quest’anno, in un certo senso, Netflix era paragonabile a una bancarella di dvd a tre euro. Entrambi pieni di film di cui non hai mai sentito parlare, presumibilmente brutti, quantomeno mediocri. Dato il prezzo (anche l’abbonamento allo streaming è molto economico) il principio che informa le scelte dei clienti dei mercatini è di tipo contenutistico: compro questo film perché amo il dramma in costume (o il thriller psicologico, o gli alieni), anche se non lo conosco, tanto, per pochi euro, ne sarà valsa la pena comunque. L’utente-tipo nella testa dei capi di Netflix agisce allo stesso modo. Cindy Holland, responsabile della programmazione dei contenuti originali, ha parlato di “taste community”, che logicamente si rafforzano con gli algoritmi: hai finito di vedere Altered Carbon? Eccoti Mute, The Cloverfield Paradox e decine di altri filmacci senz’anima, magari costruiti attorno a un volto noto, appartenenti a generi molto “digeribili” come la rom-com o, appunto, la fantascienza, ma che risultano migliori se contemporaneamente smanetti con il telefono e ti alzi per andare in cucina, senza mettere in pausa la riproduzione. Quest’anno Netflix produrrà 80 lungometraggi che potranno essere sfogliati soltanto da chi ha un account. Sono tanti, anzi, tantissimi: 24 in più quelli Disney, Fox, Universal, Warner Bros e Sony sommati insieme. Entro l’anno ci saranno mille contenuti originali sulla piattaforma: abbastanza da perdercisi, anche senza contare i titoli “in affitto” per un periodo di tempo limitato.

Il poster di Annientamento (2018), il film di Alex Garland tratto dall’omonimo romanzo di Jeff VanderMeer

C’è un articolo di Vulture in cui ci si chiede come sia possibile finanziare così tanti film. La risposta necessita di due premesse. La prima è che Netflix vende all’ingrosso: «Se vuoi guardare Stranger Things – scrive Kevin Lincoln – prendi anche Irreplaceable You (una terribile love story, nda), che tu ne sia consapevole o no, quindi ogni titolo porta con sé un peso minore rispetto alle uscite di uno studio». La seconda premessa è che, beh, Netflix ha un sacco di soldi. Combinati assieme, i presupposti portano dritti al risultato finale: «Stanno facendo uscire film che nessun altro farebbe uscire», scrive Lincoln. Il giornalista ha parlato con alcuni registi che si sono visti accettare sceneggiature rifiutate da tutte le case di produzione, e in più hanno raggiunto una maggiore libertà artistica.

Questa strategia può funzionare? Sì, a patto che l’obiettivo sia quello di non lasciare vuoti nell’offerta di temi e generi e predisporre percorsi che gli utenti possano seguire secondo i propri interessi. Ma se lo scopo fosse ribaltare quell’immagine di bancarella piena di resi? In tal caso Netflix starebbe solo producendo film a casaccio, sperando di scovare, come dice Lincoln, l’equivalente di Essere John Malkovich (un cult incompreso dagli studios). Fino ad ora questa mossa non ha portato a risultati apprezzabili: Mute, di Duncan Jones (quello di Moon e Source Code, due film al contrario ottimi) e il seguito di Cloverfield Lane (che invece era molto bello) hanno ricevuto pessime recensioni. Alcuni titoli originali che si elevano una spanna sopra tutto il resto ci sono (The Meyerowitz Stories, Okja). Il problema è che restano mosche bianche. E allora?

James Franco in una scena di La ballata di Buster Scruggs (2018), il film in sei episodi dei fratelli Coen, distribuito da Netflix e presentato in concorso alla 75° Mostra del cinema di Venezia

E allora la strategia che paga è un’altra: puntare sui grandi nomi. Con i fratelli Coen, Cuarón e Scorsese (che in cambio ha chiesto finanziamenti stellari), Netflix è diventata un faro anche per i cinefili: la critica è rimasta estasiata dalle proiezioni a Venezia e i presupposti The Irishman (un gangster movie, con De Niro e Al Pacino, diretto da uno che, con The Wolf of Wall Street, ha dimostrato di essere modernissimo nonostante i 75 anni) hanno creato un’attesa smodata. Questo potrebbe innescare un circolo virtuoso, per cui se Netflix ha accesso ai premi e a un pubblico ampio e colto (in due parole: guadagna prestigio) anche i registi più reticenti accetteranno di mettere i propri film sulla piattaforma (tantopiù che un’uscita in sala non è mai completamente esclusa). Il 2018 è quindi l’anno in cui Netflix ha riabilitato il suo nome e ha elevato la qualità della sua produzione attraverso film (e serie, se consideriamo il testa a testa di Netflix con la concorrente Hbo agli Emmy) che hanno conquistato le roccaforti della cultura ufficiale. Anche i cinefili puristi, che l’anno scorso a Cannes storcevano il naso, rischiano di dover sottoscrivere un abbonamento per stare al passo con i tempi. E quindi altro che bancarella, da quest’anno Netflix si avvia a diventare la casa di tutti, anche degli autori.

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