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Gli impallinati di alieni sono convinti che gli Usa stiano per dire che gli alieni esistono perché il governo ha registrato il dominio aliens.gov Tutti quelli che non sono impallinati di alieni, invece, dicono che è solo un altro tentativo di Trump di distrarre l'opinione pubblica dagli Epstein Files.
Qualcuno si è inventato un traduttore che traduce qualsiasi cosa dici nella ridicola lingua tipica di LinkedIn Si chiama Kagi Translate e vi insegnerà come trasformare qualsiasi cosa vi succede sul lavoro in un «nuovo emozionante capitolo!».
Dopo averci investito 80 miliardi di dollari e averci guadagnato zero dollari, Zuckerberg ha chiuso il metaverso di Meta Quattro anni a ripetere che in futuro avremmo tutti vissuto in Horizon Worlds. Oggi Horizon Worlds non esiste più.
Per i 25 anni della saga si terrà un rave party a tema Signore degli Anelli in cui il dj sarà Elijah Wood, cioè Frodo Baggins Insieme all’attore Zach Cowie, suo partner nel duo Wooden Wisdom, Wood guiderà un «rave in pieno stile Terra di Mezzo» il prossimo 31 maggio.
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Tulsi Gabbard, la Direttrice dell’Intelligence Usa, ha detto che non c’è nessuna prova che l’Iran stesse costruendo una bomba atomica Contraddicendo apertamente Trump, che il 4 marzo aveva detto che «se non avessimo attaccato entro due settimane, avrebbero avuto l'atomica».
Elio Germano si è fatto un profilo Instagram solo per far campagna per il No al referendum sulla giustizia La “canzone” che Germano canticchia nel video riprende quella che cantava Gigi Proietti in uno spot per il no al referendum sul divorzio.

Netflix e le serie che non vedremo mai più

Le scelte della piattaforma, soprattutto in fatto di cancellazioni, rivelano una strategia ben precisa.

15 Ottobre 2020

Ripensando ai momenti che ultimamente mi hanno procurato parecchia ansia da prestazione, direi coincidano con quelli in cui mi è stato chiesto un consiglio su quale “bella serie” guardare su Netflix. Passano almeno sette minuti prima di riuscire a disseppellire qualche titolo dal mio lobo temporale, prima di raccomandare Suits, Broadchurch, BojackHomeland, magari Fauda che comunque è del 2015. Perché la sensazione è quella di essere circondati da una miriade di titoli e produzioni, e nonostante questo di non ricordare nulla di recente che meriti di essere raccomandato, come quelle grandi e lunghissime epopee di personaggi che sembravano abbracciare il corso di una vita intera, che ci ricorderemo per sempre tra Papa’s Goods della settima e ultima stagione di Son’s of Anarchy e la riconciliazione di Hannah e Jessa in Girls, o Tony Soprano nello studio della sua terapista. È anzi emblematico che la piattaforma di streaming negli ultimi mesi abbia ordinato la produzione dell’ultima e terza stagione proprio ad alcune delle serie capaci di fidelizzarci, Dead to Me, Ozark, Il metodo Kominsky. In questi giorni è avvenuta la stessa cosa per Glow, la favolosa storia delle donne del wrestling nominata due volte ai Golden Globe di cui è stata cancellata la quarta stagione. Quella conclusiva.

La causa ufficiale dichiarata da Netflix sarebbe l’eccessiva latenza tra l’uscita della terza stagione (nel 2019) e la data ipotetica di quella nuova, posticipata al 2022 a causa dell’emergenza sanitaria. L’episodio, come evidenzia Vulture, è in grado di dirci molto circa la strategia della piattaforma, e di come considera i propri prodotti anche quando rientrano nel “perfetto canone Netflix”, con quell’estetica identitaria riconoscibile, cast importante, ambientazione nostalgica, il diner con le lucine, la colonna sonora Spotify-friendly.

Nel caso di Glow, il motivo non è stato infatti strettamente economico, considerando che la pre-produzione era conclusa, che il primo episodio della quarta stagione era già stato girato e messo insieme, ma piuttosto una questione di tempismo, e di chi cerca di incoraggiare il passaggio da un contenuto all’altro con un continuo rilascio di prodotti, fruibilissimi. Brevi docu-serie come Tiger King, opere grandiose prodotte o acquistate ma preferibilmente autoconclusive come When They See Us, Over The Garden Wall, Russian Doll, Unbelievable. In questa logica, lo spazio tra il 2019 e il 2022 appare eccessivo. «Soltanto se la serie sarà particolarmente efficiente Netflix darà modo allo spettacolo di andare avanti per più di tre stagioni», scrive Vulture, come The Crown, Riverdale (perché?), Stranger Things che in molti abbiamo sperato terminasse alla prima stagione con uno dei finali più belli degli ultimi anni, e invece niente. «Ma la tendenza a cancellare un prodotto dopo i primi 20 o 30 episodi suggerisce che Netflix creda che per reclutare e mantenere abbonati sia necessario offrire costantemente al pubblico un assortimento di nuovi contenuti, piuttosto che fare affidamento sui personaggi per cui avevamo iniziato a provare empatia», e l’effetto è quello cumulativo, di titoli su titoli che si annullano e si confondono. Ricordate Gipsy, in cui Naomi Watts interpretava l’analista ossessionata dai suoi pazienti? Nemmeno io.

Nella stessa formula rientra anche la seconda attesa stagione di The Haunting of Hill House che ha sfruttato al massimo il successo della prima, che era bellissima, traumatica, e a cui questa, The Haunting of Bly Manor, non prova nemmeno ad avvicinarsi. Al primo episodio non convince, al secondo sembra di leggere L’allievo di Patrick Redmond e quindi continuiamo, ma i tempi sono lenti, non spaventa mai abbastanza. È una storia d’amore, è di Mike Flanagan, a tratti appagante, ma probabilmente non necessaria.

Da The Haunting of Bly Menor, su Netflix dal 9 ottobre

Il Financial Times ha scritto che la pandemia è stata una tappa fondamentale per farci capire quanto l’età d’oro della serialità televisiva sia completamente finita, perché abbiamo passato mesi davanti ai nostri schermi, volevamo qualcosa che ci potesse intrattenere davvero, e siamo tornati a guardare Boris. «In un certo senso le grandi case di produzione televisive si sono inavvertitamente preparate a questo momento da anni, producendo più tv di quanto avrebbe mai potuto essere giustificato dalla domanda dei consumatori. E così ha fatto Netflix», spiega. Può piacere o non piacere, ma quando Game of Thrones della Hbo si è concluso lo scorso anno, alcuni esperti dei media hanno affermato che quella era la fine delle serie fatte in un certo modo, che dopo The Wire o Mad Men che avevano inaugurato il successo di critica e di qualità per il piccolo schermo, i grandi dello streaming avrebbero preso altre decisioni. Cercando di occupare gli spazi sempre più piccoli del nostro tempo, proprio perché di tempo ci sembra di averne sempre meno.

Che forse siamo noi che non abbiamo più voglia di impegnarci in una storia troppo lunga da seguire, in una “bella serie” come non le fanno più perché a Netflix, che opera partendo dalle scelte dei suoi spettatori, non piace la longevità. Sta pensando di porre fine a molte cose come recita il titolo di Vulture riprendendo il film di Charlie Kaufman. E la sensazione è quella di non poterci fidare, che quando vedremo una nuova serie in grado di interessarci non sapremo mai se la vedremo un’altra volta, o se sapremo come andrà a finire. Esacerbando la precarietà insita nei rapporti veri. Ci bastavano i nostri.

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