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A Madrid c’è un gruppo di “sabotatori antituristificazione” che sta sabotando centinaia di appartamenti affittati dai turisti Se la prendono con le key box e con i lettori NFC, per impedire ai turisti di entrare nelle case. Hanno colpito 153 appartamenti in 7 quartieri.
Al concerto dei Foo Fighters a Milano, Dave Grohl ha fatto salire sul palco gli esponenti dei centri sociali italiani in cui suonava negli anni ’90 Ha anche parlato in italiano dicendo tutte le parole che sapeva ("grazie", "bacio", "tutti pazzi") e ha ricordato l'accoglienza e la generosità dei centri sociali ormai chiusi.
Dopo averle classificate come un “problema climatico”, l’Unione Europea ha cambiato idea sulle mucche e adesso le considera “infrastrutture critiche” A quanto pare, adesso l'Ue ha deciso che le mucche «garantiscono autonomia strategica e prevengono l'abbandono dei territori».
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C’è una playlist in cui ogni canzone è dedicata al Presidente di un Paese del G7 e l’ha fatta Emmanuel Macron Tra dossier sull’Ucraina, tensioni in Medio Oriente, dazi, nucleare iraniano e intelligenza artificiale, Emmanuel Macron ha pensato di aggiungere una canzone per ciascun leader in un catalogo musicale del potere globale.
La libreria indipendente di Han Kang a Seoul ha chiuso a causa della gentrificazione del quartiere Il proprietario dell'immobile in cui si trovava la libreria ha deciso di venderlo e nemmeno una Premio Nobel è riuscita a convincerlo a ripensarci.
Oltre a John Cale, Martin Scorsese e Marc Jacobs, nel nuovo album di Charli XCX c’è anche David Cronenberg L'attesissimo nuovo album dal titolo Music, Fashion, Film uscirà il 24 luglio.

Netflix e le serie che non vedremo mai più

Le scelte della piattaforma, soprattutto in fatto di cancellazioni, rivelano una strategia ben precisa.

15 Ottobre 2020

Ripensando ai momenti che ultimamente mi hanno procurato parecchia ansia da prestazione, direi coincidano con quelli in cui mi è stato chiesto un consiglio su quale “bella serie” guardare su Netflix. Passano almeno sette minuti prima di riuscire a disseppellire qualche titolo dal mio lobo temporale, prima di raccomandare Suits, Broadchurch, BojackHomeland, magari Fauda che comunque è del 2015. Perché la sensazione è quella di essere circondati da una miriade di titoli e produzioni, e nonostante questo di non ricordare nulla di recente che meriti di essere raccomandato, come quelle grandi e lunghissime epopee di personaggi che sembravano abbracciare il corso di una vita intera, che ci ricorderemo per sempre tra Papa’s Goods della settima e ultima stagione di Son’s of Anarchy e la riconciliazione di Hannah e Jessa in Girls, o Tony Soprano nello studio della sua terapista. È anzi emblematico che la piattaforma di streaming negli ultimi mesi abbia ordinato la produzione dell’ultima e terza stagione proprio ad alcune delle serie capaci di fidelizzarci, Dead to Me, Ozark, Il metodo Kominsky. In questi giorni è avvenuta la stessa cosa per Glow, la favolosa storia delle donne del wrestling nominata due volte ai Golden Globe di cui è stata cancellata la quarta stagione. Quella conclusiva.

La causa ufficiale dichiarata da Netflix sarebbe l’eccessiva latenza tra l’uscita della terza stagione (nel 2019) e la data ipotetica di quella nuova, posticipata al 2022 a causa dell’emergenza sanitaria. L’episodio, come evidenzia Vulture, è in grado di dirci molto circa la strategia della piattaforma, e di come considera i propri prodotti anche quando rientrano nel “perfetto canone Netflix”, con quell’estetica identitaria riconoscibile, cast importante, ambientazione nostalgica, il diner con le lucine, la colonna sonora Spotify-friendly.

Nel caso di Glow, il motivo non è stato infatti strettamente economico, considerando che la pre-produzione era conclusa, che il primo episodio della quarta stagione era già stato girato e messo insieme, ma piuttosto una questione di tempismo, e di chi cerca di incoraggiare il passaggio da un contenuto all’altro con un continuo rilascio di prodotti, fruibilissimi. Brevi docu-serie come Tiger King, opere grandiose prodotte o acquistate ma preferibilmente autoconclusive come When They See Us, Over The Garden Wall, Russian Doll, Unbelievable. In questa logica, lo spazio tra il 2019 e il 2022 appare eccessivo. «Soltanto se la serie sarà particolarmente efficiente Netflix darà modo allo spettacolo di andare avanti per più di tre stagioni», scrive Vulture, come The Crown, Riverdale (perché?), Stranger Things che in molti abbiamo sperato terminasse alla prima stagione con uno dei finali più belli degli ultimi anni, e invece niente. «Ma la tendenza a cancellare un prodotto dopo i primi 20 o 30 episodi suggerisce che Netflix creda che per reclutare e mantenere abbonati sia necessario offrire costantemente al pubblico un assortimento di nuovi contenuti, piuttosto che fare affidamento sui personaggi per cui avevamo iniziato a provare empatia», e l’effetto è quello cumulativo, di titoli su titoli che si annullano e si confondono. Ricordate Gipsy, in cui Naomi Watts interpretava l’analista ossessionata dai suoi pazienti? Nemmeno io.

Nella stessa formula rientra anche la seconda attesa stagione di The Haunting of Hill House che ha sfruttato al massimo il successo della prima, che era bellissima, traumatica, e a cui questa, The Haunting of Bly Manor, non prova nemmeno ad avvicinarsi. Al primo episodio non convince, al secondo sembra di leggere L’allievo di Patrick Redmond e quindi continuiamo, ma i tempi sono lenti, non spaventa mai abbastanza. È una storia d’amore, è di Mike Flanagan, a tratti appagante, ma probabilmente non necessaria.

Da The Haunting of Bly Menor, su Netflix dal 9 ottobre

Il Financial Times ha scritto che la pandemia è stata una tappa fondamentale per farci capire quanto l’età d’oro della serialità televisiva sia completamente finita, perché abbiamo passato mesi davanti ai nostri schermi, volevamo qualcosa che ci potesse intrattenere davvero, e siamo tornati a guardare Boris. «In un certo senso le grandi case di produzione televisive si sono inavvertitamente preparate a questo momento da anni, producendo più tv di quanto avrebbe mai potuto essere giustificato dalla domanda dei consumatori. E così ha fatto Netflix», spiega. Può piacere o non piacere, ma quando Game of Thrones della Hbo si è concluso lo scorso anno, alcuni esperti dei media hanno affermato che quella era la fine delle serie fatte in un certo modo, che dopo The Wire o Mad Men che avevano inaugurato il successo di critica e di qualità per il piccolo schermo, i grandi dello streaming avrebbero preso altre decisioni. Cercando di occupare gli spazi sempre più piccoli del nostro tempo, proprio perché di tempo ci sembra di averne sempre meno.

Che forse siamo noi che non abbiamo più voglia di impegnarci in una storia troppo lunga da seguire, in una “bella serie” come non le fanno più perché a Netflix, che opera partendo dalle scelte dei suoi spettatori, non piace la longevità. Sta pensando di porre fine a molte cose come recita il titolo di Vulture riprendendo il film di Charlie Kaufman. E la sensazione è quella di non poterci fidare, che quando vedremo una nuova serie in grado di interessarci non sapremo mai se la vedremo un’altra volta, o se sapremo come andrà a finire. Esacerbando la precarietà insita nei rapporti veri. Ci bastavano i nostri.

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