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07:56 domenica 5 aprile 2026
Il primo problema che gli astronauti della missione Artemis II hanno dovuto risolvete è stato il bagno rotto Lo Universal Waste Management System della navicella Orion ha avuto un problema poco dopo aver raggiunto l'orbita terrestre. Per fortuna, l'astronauta Cristina Koch è riuscita a ripararlo, autonominandosi «idraulica dello spazio».
Trovatevi qualcuno che vi guardi come Kim Jong-un guarda le sue forze speciali che svolgono insensate e dolorosissime prove di forza Le prodezze dei soldati nordcoreani sono diventate ovviamente virali, tra pile di mattoni frantumate a panciate e grandi sorrisi rivolti al leader supremo.
La prima immagine del nuovo film di Bong Joon-ho non sembra per niente un film di Bong Joon-ho Il film si intitola Ally e ha una protagonista così carina e paciosa che molti non riescono a credere che venga dalla stessa mente che ha pensato Parasite.
Giuseppe Alfarano di Camini (RC) passerà alla storia come il primo sindaco italiano dimessosi perché nel suo Comune ci sono troppi cani randagi Il sindaco ha lasciato la carica dopo aver provato personalmente a risolvere la questione. Ma alla fine si è dovuto arrendere e ha parlato di «abbandono istituzionale».
Kristoffer Borgli, il regista di The Drama, è finito nei guai per un vecchio saggio in cui raccontava la sua relazione con una ragazza 17enne È riemerso su Reddit un testo del regista in cui raccontava in chiave positiva la sua relazione con un'adolescente, paragonandosi anche a Woody Allen.
Una ricerca ha dimostrato che le persone che più amano il gergo “aziendalese” sono anche quelle che sul lavoro prendono le decisioni più sbagliate L'università di Cornell ha dimostrato che chi si fa "sedurre" dall'iperbolico corporate speak non ha grandi capacità strategiche e di analisi.
Le correzioni di Jonathan Franzen diventerà una serie Netflix con protagonista Meryl Streep L'adattamento sarà a cura dello stesso Franzen, che della serie sarà anche produttore esecutivo assieme a Streep.
Durante la sua visita di Stato in Giappone, Macron ha ricevuto in regalo un disegno di Porco rosso autografato da Hayao Miyazaki (e ha fatto anche la Kamehameha di Goku assieme a Sanae Takaichi) Miyazaki, oltre alla sua firma, sul disegno ha lasciato anche un breve ma chiaro messaggio: «Insieme difendiamo la pace».

Nella (non) vita di Luca De Leva

Intervista all'artista milanese autore di DMF, alias una settimana nella vita di un altro.

17 Ottobre 2011

Indossare i suoi vestiti, cercare di conquistare i suoi amici, anzi no, quelli sono già parte del tuo repertorio umano e quotidiano. Per prassi del progetto. Non battere ciglio sul fatto che lui risponda alle tue mail -magari usando google translate-, anzi augurarsi che lo faccia, che le conversazioni con i genitori di lui avvengano tramite sms in un norvegese essenziale. E che le risposte di loro siano assolutamente naturali per quanto freak. Vivere nella vita di un altro per una settimana, anche se tu sei di Milano e lui è Jorgen Ekvoll, un norvegese che vive a Beirut dopo aver viaggiato per tutto il Libano a piedi  e senza un soldo. Per una settimana sei anche un norvegese che fa video, e se devi entrare nella sua vita sei costretto anche a montare (almeno) in final cut. E lui deve continuare il tuo di lavoro, e metterci le mani.

A pochi giorni dal back home l’arista venticinquenne Luca De Leva riassume così il suo primo test di life surfing, DMF, esperimento di residenza artistica che potrebbe fare il verso al couch surfing e allo stesso tempo imitarlo letteralmente. La formula è quella di entrare in contatto con una persona e sostituirsi per una settimana, almeno, in tutta la sua vita. Voyeurismo? Formula di fuga dalla propria vita per prendere facilmente le redini di quella di un altro? «No, perché i primi giorni sei terrorizzato, non si tratta di mandare sms in norvegese ma è trovarsi a non avere nessun contatto che conosci, infilarsi in abitudini preimpostate. Entri in un network perdendo immediatamente il tuo. Puoi impazzire dopo un po’. Tutto inizia nel classico modo: svegliandosi e iniziando la vita di un’altra persona. E ascolti la sua musica. E ti riempi di domande.»

In una delle sue prime mostre, presso la Room Gallery di Milano, nel 2009, Luca De Leva non mi avrebbe mai dato l’impressione di poter essere l’infiltrato nella vita di uno sconosciuto, pronto ad acquisirne le sembianze e i ritmi, forse complice uno dei suoi primi lavori, Ghost dove le costellazioni erano spilli e il tempo non esisteva più, veniva ridisegnato, come si può voler fuggire, giovanissimi, dal tempo e poi anni dopo entrare in quello dettagliato di un altro? E neppure osservando i suoi lavori insieme al gruppo di amici e colleghi che forma il collettivo di Motel Lucie, avrei pensato che si staccasse da tutto per proseguire in (totale)solitario. «Perché no?- mi sorride, e Luca ride moltissimo, quando gli chiedo se non gli mancava qualcosa in particolare in quella settimana libanese – io cerco di non legarmi troppo a niente, entrare nella vita di una persona però mi ha mandato molto più in crisi del previsto, e non perché mi mancassero “le mie cose” ma perché puoi diventare chiunque: ti accorgi che il tuo corpo diventa solo una piattaforma. Potremmo entrare tutti nelle vite di tutti, mutare fino all’estremo. Del resto gli uccelli erano dinosauri.»

Non stupisce che Luca riassuma in termini genetici questa esperienza, tirando anche in ballo i dinosauri  «inizia come il couch surfing davvero, lui ti dà le chiavi e tu poi le restituirai, anche se io quando sono dovuto tornare, prima di andarmene ho fatto un giro nel mio/suo quartiere, e ho duplicato le chiavi….» un network che prende la forma burocratica della residenza artistica per farne qualcos’altro. Perché se le residenze artistiche sono diventate un abuso di metodo- di ricollocarsi nel mondo per pochi mesi- (si sono moltiplicate location e budget dedicati alle residenze per giovani e meno giovani artisti) e se Luca le continua a trovare «necessarie, una delle poche azioni davvero sensate in questo ingranaggio rotto dell’arte all’italiana» DMF sembra quasi una forma autodidattica di residenza, dove quella in Libano è una startup che chiunque può proseguire. Eppure per quanto Luca la voglia allargare a molti, altri, tanti,  il romanticismo incondizionato di questo artista potrebbe rendere l’operazione molto più un progetto a firma unica, che proseguirà nei prossimi mesi nonostante il trauma libanese . Forse perché è iniziato tutto «in una città con otto religioni e un traffico mostruoso, tu, perso, inizi d’istinto ad allontanati da tutto e a mandarti in crisi. Ma più cercavo di dimenticarmi più andavo in profondità e quello che trovavo erano dettagli lucidissimi della mia adolescenza, che riaffioravano spontanemente. E questo è stato di una potenza incredibile».

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