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C’è una scuola in Vermont che insegna ai figli dei ricchi a coltivare i campi, badare al bestiame e pulire casa. Per 40 mila dollari a semestre La Mountain School offre agli studenti del terzo anno la possibilità di passare un semestre a lavorare in fattoria. Un semestre piuttosto costoso, oltre che faticoso.
Una ricerca dice che gli investimenti in energie rinnovabili sono arrivati al punto di svolta positivo: producono effetti molto migliori del previsto a un costo molto inferiore delle aspettative Ma i problemi rimangono, perché ancora oggi per ogni euro investito per proteggere la natura se ne spendono 30 per distruggerla, si legge nella stessa ricerca.
Una raver ha lanciato una petizione per vietare i pantaloni di Hello Kitty ai rave «I rave non sono pigiama party. I pantaloni del pigiama servono per dormire», ha scritto Samantha Scott su Change.org, in una petizione che finora non ha riscosso grande successo.
L’UE vuole che il Canada diventi un “membro associato” dell’Unione, ma nemmeno l’Unione sa cosa vuol dire diventare un membro associato dell’UE Ursula von der Leyen ha avanzato la proposta, il Canada si è detto interessato, resta solo da capire che cosa comporti questa proposta.
La prima ricerca sul disastro in Nepal ha confermato quello che tutti sospettavano: la crisi climatica c’entra eccome in quello che è successo Lo ha realizzato la climatologa Friederike Otto dell'Imperial College di Londra: per lei, i nepalesi stanno pagando una crisi provocata dalle emissioni di combustibili fossili.
Una città in Belgio ha affidato la cura dei suoi prati a un gregge di pecore e le pecore sono state così brave a curare i prati che ora il Comune assumerà altre pecore per curare i prati Si chiamano Lactose, Rayban, Pils, Domino, Katimini, Maria, Juliette e Puyu. E il Comune di Ixelles non può più fare a meno di loro nella cura del verde pubblico.
Stati Uniti e Israele hanno concluso una delle più grosse compravendite di una delle più grosse bombe di tutti i tempi Bombe che pesano tutte almeno una tonnellata, pensate per distruggere edifici interi e che quando esplodono lasciano crateri profondi 15 metri.
Prima di vincere la Coppa Volpi a Venezia, Mathilde Arcel è dovuta tornare a Copenaghen per presentarsi al centro per l’impiego perché è iscritta alle liste di collocamento e prende il sussidio di disoccupazione È successo subito dopo la prima di Woman Unknown, il film di May el-Toukhy che le è valso il premio per la Migliore interpretazione femminile.

My Octopus Teacher non ha messo d’accordo tutti

Il documentario sull'amicizia tra un sub e un polpo, vincitore agli Oscar, è manipolatorio o pedagogico?

09 Maggio 2021

My Octopus Teacher è un documentario sull’empatia, sui suoi limiti e sulle proiezioni che facciamo sull’altro. È il dilemma di ogni relazione, cosa vediamo davvero quando proviamo cose per qualcuno o qualcosa? Ovviamente nel documentario la questione si spinge molto in là, perché l’altro è davvero altro, un esemplare di polpo comune, forse la più extraterrestre delle specie viventi, e quindi la scala del problema è: che rapporto è sano avere con gli animali selvatici, in quanto individui e come specie umana? Tema non secondario, dal momento che siamo titolari di un’estinzione di massa in corso. Tutto questo è solo suggerito nel film, che è la storia dell’amicizia lunga un anno tra un sub e un polpo incontrato in una foresta acquatica in Sudafrica, racconta l’addomesticamento emotivo all’affetto, l’attesa, la paura e la perdita tra un uomo smarrito e una creatura aliena che sembra piena di sorprendenti risposte, una specie di versione etologica del Piccolo Principe di Saint-Exupéry, con gli stessi snodi. Forse se potessero parlare si direbbero anche cosa ci guadagni? Il colore delle alghe. È un documentario tenero, visivamente impressionante come l’ecosistema in cui è ambientato e ha vinto un Oscar allo stesso tempo meritato e figlio del senso di colpa, insomma, un classico Oscar contemporaneo. 

Il protagonista è Craig Foster, un documentarista sull’orlo del burnout (che non è il regista del documentario, ma solo personaggio e voce narrante) che inizia a nuotare ogni giorno in un tratto di oceano di difficile accesso (e quindi senza turisti) e qui incontra il polpo. Va a trovarlo ogni giorno, tra i due personaggi si crea un’intimità fisica e sentimentale che ogni tanto fa sentire scomodi, «sono io o questo tizio ci sta provando col polpo?». Il titolo italiano è Il mio amico in fondo al mare (il film è su Netflix), trascura la dinamica dell’insegnamento e sembra quasi voler ribadire: guardate che sono solo amici! C’è stato tutto un filone della conversazione social su questo presunto sottotesto sessuale, ci sono thread sulla teoria queer, gente che si interroga sul consenso del polpo e così via. Craig Foster in realtà è più un allievo del cefalopode, lo elegge a mentore in un momento di fragilità esistenziale, per imparare una serie di nozioni sulla vita, l’adattabilità, la curiosità, la scoperta e la rinascita. I polpi, con la loro intelligenza diversa dalla nostra, i tre cuori e il cervello diffuso su tutto il corpo, si prestano a questo tipo di proiezioni. Altre menti di Peter Godfrey-Smith (Adelphi) è un saggio bellissimo sull’evoluzione, ma si può leggere anche come un manuale trasformativo, il polpo è «una creatura dalle infinite possibilità» e come si fa a non voler essere un po’ così?

È una questione delicata e chi ha fatto il film ne è consapevole. Saggiamente, il polpo non ha mai un nome, è solo il polpo. Quando è in pericolo o in difficoltà il protagonista non interviene, a un livello comportamentale rispetta la neutralità dell’ecosistema. Allo stesso tempo riversa sull’animale pensieri e sentimenti umani, ne trasporta il funzionamento biologico sulla scala della morale e delle scelte, insomma, umanizza la breve favolosa esistenza del polpo e ne fa una macchina da empatia. È una linea sottile, perché le proiezioni sentimentali possono essere dannose, è come quando ci si oppone a prescindere al taglio di un albero nella foresta, anche se l’intervento selvicolturale serve a proteggere l’ecosistema nella sua interezza. La scienza è complessa e i sentimenti umani troppo elementari, primari, per essere accurati, ma la conservazione degli animali è politica e consenso, ambiti che si nutrono di empatia, preoccupazioni e proiezioni. La natura ha un problema umano, ha bisogno di soluzioni umane e quindi le conferiamo un funzionamento umano, come quando in My Octopus Teacher si racconta il polpo come madre eroica che si sacrifica morendo per i figli, come se avesse la scelta di non farlo. 

My Octopus Teacher è più un film sull’immaginazione umana che sulla natura dei polpi, è su di noi e non su di loro, e anche questo va bene, perché siamo noi il problema e perché l’ecologia ha bisogno di immaginazione, della capacità di metterci nei panni dell’altro. È una forzatura e si rischiano sciocchezze, ingenuità e anche errori, sicuramente non sapremo mai come ci si sente a essere un polpo. L’empatia è inesatta e ha dei limiti, ci spinge a scegliere, a fare gerarchie della protezione, i grandi mammiferi carismatici sì e gli insetti meno, e così via, ma è anche un passaggio insostituibile, perché non si entra nel dibattito senza sfondare la barriera emotiva, è uno strumento democratico, con tutti i limiti degli strumenti democratici. Se una mobilitazione collettiva serve, la si raggiunge solo innamorandosi, e ci innamoriamo solo di quello in cui ci rispecchiamo, lo squalo (il «cattivo» della storia) sarà sempre penalizzato nella catena alimentare dei sentimenti. Però Foster, apprendiamo alla fine, ha creato un progetto di protezione chiamato Sea Change dedicato a tutta la foresta di kelp dove è ambientato il film, comprese le specie che non vediamo mai e lo squalo che minaccia la sua amica. Documentari sulla natura come My Octopus Teacher sono manipolazioni a fin di bene, tentano (anche goffamente) l’impossibile, perché il terreno comune tra l’umano e il non umano sarà sempre l’umano. L’empatia è una scorciatoia, forse è lo strumento peggiore per proteggere gli animali, tranne tutti gli altri. 

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