Cultura | Arte

Le grandi mostre del 2020

Cosa ci attende nel nuovo anno, da Edward Hopper in Svizzera fino a Steve McQueen all'Hangar Bicocca di Milano.

di Germano D'Acquisto

© Photography by Studio Tomás Saraceno, 2016, in mostra a Firenze dal 22 febbraio

La banana di Cattelan: alla fine del 2019, fra galleristi, artisti, curatori e semplici appassionati, non si è parlato d’altro. Ma di che cosa si parlerà nel 2020? Le mostre in calendario nei musei di tutto il mondo promettono scintille. Firenze, per esempio, sogna con la mostra Aria, firmata dall’artista filosofo Tomàs Saraceno, che porta a Palazzo Strozzi il meglio della sua produzione artistica, fatta di giardini volanti e soprattutto ragnatele abitabili. «Mi prendo cura dei ragni che vivono nel nostro pianeta da 380 milioni di anni», racconta l’artista argentino con studio a Berlino. «Per secoli abbiamo creduto che l’uomo fosse la punta della piramide della vita. Ma oggi tutto è più complesso. Anche noi siamo un insieme di microbiomi, e quindi la visione non è più verticale ma orizzontale. Il mio compito etico è non tenere tutto per me, ma trasmettere e far circolare le mie esperienze». Save the date: 22 febbraio –19 luglio.

Parigi invece brucia dal desiderio di ammirare la spettacolare mostra che la Fondation Louis Vuitton dedicherà alla fotografa americana Cindy Sherman. In scena quarant’anni di trasformazioni in cui l’artista è diventata tutto e il contrario di tutto. Milf inquietante e clown nostalgico, rockstar scatenata e bionda glaciale. «Mi vedo come una tela nera che muta ogni giorno. Sto ancora imparando chi sono davvero». Appuntamento il primo aprile fino al 31 di agosto. La capitale francese sarà anche il teatro della retrospettiva che il Centre Pompidou dedica a Henri Matisse dal 13 maggio al 31 agosto, e della spettacolare mostra floreale griffata Damien Hirst. Cherry Blossom alla Fondation Cartier, dal 15 giugno fino a novembre, presenta infatti dipinti che hanno solo a che fare con fioriture, boccioli e corolle creati dall’ex bad boy dell’arte britannica (quella nello spazio espositivo di Montparnasse è la prima apparizione di Hirst dopo lo show di Punta della dogana a Venezia).

Ancora Parigi, stavolta nella struttura circolare della Bourse de Commerce, aperta nel 1767 e riveduta e corretta dall’archistar Tadao Ando. Protagonista, a partire da giugno, è la Collezione Pinault, una raccolta sterminata che comprende oltre tremila opere d’arte moderna e contemporanea, riunite in più di quarant’anni. In scena lavori di Marcel Broodthaers, Tatiana Trouvé, Zeng Fanzhi, Thomas Schütte e Thomas Houseago. «Desideriamo fare di questa nuova istituzione culturale un cuore radioso e palpitante», ha spiegato il giorno della presentazione dell’ambizioso progetto il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, «in rapporto con il nuovo quartiere delle Halles, in rapporto con la nostra metropoli, in rapporto con l’Europa e il mondo intero». Si tratta di uno degli eventi più attesi di tutto l’anno.

“Secondo piano al sole” di Edward Hopper in mostra alla Fondazione Beyeler di Riehen dal 26 gennaio

E ancora: la Fondazione Beyeler di Riehen, a una manciata di chilometri da Basilea, l’anno prossimo svelerà tutta la solitudine del pittore americano Edward Hopper, che ha fatto dell’incomunicabilità – raccontata attraverso quadri che sembrano frame cinematografici – la sua cifra stilistica. Nato a Nyack da una famiglia protestante evangelica, Hopper amava Courbet, Vallotton e Cezanne. La Svizzera dal 26 gennaio al 17 maggio lo onora mettendo in scena i suoi paesaggi assolati del New England, le sue desolate camere da letto e i suoi silenziosi uffici, diners e teatri. Se la Fondazione Beyeler è una sorta di paradiso per chi ama l’arte, lo stesso vale per il Louisiana Museum di Humlabaek, vicino Copenhagen che, dal 23 gennaio al 17 maggio, inviterà i visitatori a riscoprire la poetica dell’artista Ann Veronica Janssens. Classe 1956, originaria di Folkestone, nel Regno Unito, sviluppa un’opera sperimentale e poetica che privilegia le installazioni che giocano con materiali intangibili come la luce, il suono, la nebbia artificiale.

Si chiama semplicemente Judd l’antologica che il MoMA di New York intitola a Donald Judd, padre dell’arte minimalista. Il museo nel cuore di Manhattan presenta le sue sculture astratte, eleganti e geometriche realizzate dagli anni Sessanta agli anni Novanta, decennio quest’ultimo in cui il grande artista aveva deciso di stabilirsi in una sorta di esilio esistenziale a Marfa, in Texas. Dalla Grande Mela fino a Venezia: Palazzo Grassi punta tutto sull’immagine e organizza dal 22 marzo al 10 gennaio un’esibizione su più livelli in cui l’Egitto fantastico e in technicolor ritratto da Youssef Nabil nell’esposizione Once Upon a Dream dialoga con il magico bianco e nero di un maestro immortale della fotografia come Henri Cartier-Bresson, star della mostra Le Grand Jeu. Sempre a marzo, ma stavolta a partire dal 12, la Tate Modern di Londra racconta l’Andy Warhol (sì, ancora lui) più profetico e divinatorio. Quello che aveva anticipato a colpi di serigrafie, tv e zuppe della Campbell’s ciò che saremmo diventati oggi. E non è un bel vedere. L’opera da non perdere a Bankside è l’installazione video rock “Exploding Plastic Inevitabile”, fantasmagorico mix di Pop art, psichedelia e cultura underground girato nel 1966 a Hollywood a cui parteciparono, fra gli altri, Jim Morrison, Julie Christie, Dennis Hopper e Jack Nicholson. Il viaggio prosegue fino a Roma. Dall’11 febbraio al 2 giugno il Palazzo delle Esposizioni ospita una mostra dedicata all’americano Jim Dine: in tutto 80 opere, tra cui quelle che l’artista esponente del movimento Neo-Dada ha donato al Centre George Pompidou.

L’opera di Steve McQueen in mostra a fine anno, dal 29 ottobre, all’Hangar Bicocca.

Last but not least: Steve McQueen. Dal 29 ottobre al 28 febbraio 2021 l’Hangar Bicocca di Milano accoglierà l’arte del grande artista e regista britannico. Turner Prize nel ’99, è considerato uno dei più grandi maestri dell’immagine in movimento degli ultimi anni. Radicale e commovente, nei suoi lavori mette al centro il proprio corpo per sollevare questioni legate ai temi dell’identità, delle convenzioni sociali, delle pulsioni e dei tabù. «Provo ad avvicinarmi il più possibile al mio lato bambino perché nell’infanzia siamo tutti artisti», ha raccontato McQueen in una recente intervista. «Quindi devi solo chiudere gli occhi e tornare indietro il più possibile nella tua vita, fino al primo ricordo che hai di te stesso e di quando la tua creatività non aveva alcun tipo di barriere». McQueen ha al suo attivo due presenze alla Biennale di Venezia e film duri come12 anni schiavo (Oscar per il miglior film) e Hunger (che gli è valso la Caméra d’Or al Festival di Cannes). La mostra milanese avrà lo stesso effetto dirompente.

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