Com’è andata la moda uomo

I debutti, le assenze, le passerelle miste: cos’è successo tra Londra, Firenze e Milano.

16 Gennaio 2019

All’appello manca solo Parigi, che inizia nel pomeriggio di mercoledì 15 e continua fino a domenica 20, quando sfilerà Hedi Slimane con la prima collezione maschile di Celine, pronto a scatenare le orde di critici inviperiti e dare così l’ultimo sussulto di vita a un format chiaramente in difficoltà. Succede infatti che molte delle soluzioni trovate per risollevare le settimane della moda tentennino pericolosamente e non sembrino in grado di attivare il cambio di passo sperato. Si prendano, ad esempio, le collezioni miste e la pratica oramai sdoganata di presentare le collezioni maschili e femminili in un unico, grande evento, spesso scollegato dal calendario ufficiale della propria città di riferimento: è significativa dal punto di vista della contemporaneità, ma può tradursi anche in una micidiale perdita di rilevanza e solidità di interi sistemi economici. Se in alcuni (rari) casi la passerella unificata è davvero un’occasione di riflettere sulle norme di genere e il superamento delle stesse, come da Gucci, in molti altri si dimostra un tentativo maldestro di padroneggiare un discorso culturale che si comprende evidentemente solo a metà, con il solo risultato di annacquare il messaggio stilistico. Oppure si pensi al rilascio occasionale di prodotti mutuato dai “drop” dello streetwear, un modello che può garantire il successo dei marchi nati con una struttura snella e degli obiettivi precisi ma anche mettere in difficoltà il tradizionale ciclo di produzione e distribuzione di quelli consolidati, creando la necessità di riprogrammare i momenti in cui tradizionalmente si incontrano i compratori (come le fashion week, appunto).

Eppure c’è un gran desiderio di moda, qualunque cosa questo termine significhi oggi, e in particolare di moda maschile: lo ha scritto recentemente Eugene Rabkin su Highsnobiety.com che il futuro del settore sarà sempre più determinato da tutto ciò che ruota attorno ai desideri degli uomini, e lo aveva scritto Maria Luisa Frisa qui su Studio che è sempre la moda uomo quella che, storicamente, ha aiutato a cambiare i paradigmi dell’industria. E allora come sono andate queste settimane – piuttosto ristrette, a dire la verità – di sfilate? Sono iniziate a Londra il 5 gennaio evidentemente troppo a ridosso delle vacanze natalizie. Senza Burberry e J.W. Anderson sono passate ancora più in fretta del previsto mentre metà degli addetti ai lavori era ancora in vacanza e persino la macchina di auto-promozione che Londra è sempre stata faticava a ritagliare a Craig Green e Charles Jeffrey l’attenzione che pur meritavano. Il 7 gennaio è toccato a un Pitti Uomo meno brillante del solito, in lotta per la sua fetta di visitatori mentre molti dei commercianti erano alle prese con i primi giorni dei saldi e altrettanti giornalisti e influencer erano stati chiamati a Roma per l’evento di Moschino. Il risultato è un’edizione in cui sono calati i buyer italiani, inglesi e francesi, e se si pensa alla situazione politica di questi tre paesi qualche larga, ma legittima, considerazione si può fare.

A differenza delle settimane maschili di Londra e New York, però, alle quali persino Business of Fashion consiglia di «staccare la spina», Firenze può far valere l’appartenenza a un sistema ben più solido e all’alleanza, forzata ma sempre più necessaria, con Milano, che alle collezioni uomo ha dedicato un weekend lungo senza Giorgio Armani e Gucci, ma con tanti esordienti. E come sono andati i “giovani” (che spesso sono tra i trenta e i quaranta) di Milano? Alcuni di loro – M1992, Magliano, United Standard – hanno debuttato nel calendario, calcando la prima passerella ufficiale della loro storia. Un momento importante per loro, per chi oggi li osserva e per chi un domani li comprerà: ed è un momento strano, considerato che fin qui abbiamo rimesso in discussione la stessa validità della sfilata come medium. Sono state passerelle convincenti? Angelo Flaccavento, ad esempio, ha promosso Luchino Magliano e Dorian Tarantini di Malibù e rimandato Giorgio Di Salvo. L’invito è quello di uscire dal guscio, tanto più se vogliamo che Milano mantenga il suo valore – 57,8 milioni di euro in asse con Firenze, secondo uno studio di Launchmetrics in collaborazione con Esquire Italia e Camera della Moda – come sta facendo Francesco Risso da Marni, ma per crescere in autorialità e autorevolezza, bisogna dirlo, servono tempo e mezzi. E se il primo è un lusso che la moda oggi sembra non potersi concedere, vedi le direzioni creative a scadenza immediata, i secondi se li possono permettere in pochi.

Le difficoltà nel ridisegnare il calendario di Milano e Firenze raccontano allora delle difficoltà croniche che questo paese ha nel fare impresa, nell’investire nelle sue risorse e nel promuovere il ricambio generazionale. Fino a quando agli eventi internazionali verranno premiati Gucci, Valentino e Prada? E tolti i marchi che appartengono alle conglomerate e nei quali il turn-over dei designer è inevitabile, cosa succederà ai grandi indipendenti come Giorgio Armani, Prada e Dolce & Gabbana quando non ci saranno più i loro fondatori? Mentre tutt’intorno le cose sono cambiate, e storie di successo personale come quelle che hanno segnato la storia della moda italiana sembrano sempre più irripetibili, potremmo passare il tempo a chiederci se lanciare una linea di vestiti sia un’altra aspirazione che i Millennial devono accettare solo in versione riveduta e corretta, rimpicciolita e precaria, oppure pensare a cosa farcene nel concreto di queste nuove esperienze, a come rafforzarle, incoraggiarle, amplificarle, anche quando esulano dalle esperienze tipicamente italiane come nel caso di United Standard. La Commissione per la moda istituita lo scorso dicembre dal ministro Alberto Bonisoli, d’altronde, si pone proprio questi obiettivi: è il momento sì di uscire dai circoli, ma anche quello di crearne uno largo abbastanza da tenerci tutti dentro e garantire alle cose della nostra moda di vivere altri, tanti, decenni eccezionali.

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Invece di andare al Met Gala, Mamdani ha promosso un progetto dedicato ai lavoratori e ai sindacalisti della moda

Il progetto si chiama Work of Art – Turning the lens on the workers that power fashion, una serie di ritratti firmati dalla fotografa Kara McCurdy.

Palantir ha lanciato la sua giacca da lavoro anche se nessuno l’ha chiesta e nessuno la vuole

Anche perché non costa neanche poco: 239 dollari per un oggetto brandizzato da una delle aziende più controverse e criticate del mondo.

Il Met Gala starebbe abbassando i prezzi perché con Jeff Bezos e Lauren Sánchez a finanziarlo nessuno ha granché voglia di andarci

Dagli iniziali 75 mila dollari per l'ingresso e 350 mila per un tavolo da 10, i prezzi adesso si starebbero abbassando sensibilmente.

Acne Paper ha messo in mostra per la prima volta 70 disegni di René Bouché che ritraggono 70 donne che hanno fatto la storia

Tra i ritratti dello storico illustratore di Vogue compaiono i volti di Lee Radziwill, Billie Holiday, Helena Rubinstein e Babe Paley.