Il baby doll è mio e lo gestisco io

È bastato un baby doll indossato da Olivia Rodrigo per scatenare una shitstorm durata settimane. Il problema più grave, però, non riguarda l'armadio della popstar ma l'idea che ci sia un modo giusto di essere giovani donne su un palco (e nel mondo).

03 Giugno 2026

Ogni volta che si principia un articolo dedicato ai vestiti e alle loro diramazioni ideologiche, a ciò che implica un particolare capo d’abbigliamento quando indossato in uno specifico contesto, chi vede nella moda un concentrato di frivolezze prive di una qualunque validità culturale è spesso tentato di liquidare l’argomento con la tautologia per eccellenza del “sono solo vestiti”. A smentire questa affermazione, ce ne fosse bisogno, è bastato il polverone suscitato nelle scorse settimane dal baby-doll indossato da Olivia Rodrigo a Barcellona, dove si è esibita allo Spotify’s Billions Club Live.

La 23enne californiana è salita sul palco probabilmente inconsapevole che poco dopo l’Internet si sarebbe accapigliato con reazioni verbalmente inconsulte, usando termini come “sexy baby” o addirittura “pedo-core”. Se da un lato i critici  la incolpavano di “infantilizzarsi”, rifacendosi ad estetiche lolitesche devianti e pericolose, il nutrito fandom della cantante (o anche chi semplicemente la pensava diversamente) sosteneva che una pop star ha la libertà di vestirsi come meglio crede. Nell’agone è scesa persino Courtney Love, che dei baby-doll nella sua carriera ha fatto una religione, scrivendo che “Se state sessualizzando questo (il capo d’abbigliamento specifico, ndr), forse il problema siete voi… dovrete staccare il baby-doll dal mio cadavere”.

La colpa di Rodrigo è aver insistito nel suo errore vestimentario: se a Barcellona indossava un baby-doll del brand Génération 78, abbinato a degli anfibi di Dr.Martens, il capo (firmato però da Chloé, parte della collezione pre-fall 2026) lo aveva già sfoggiato nel video del suo singolo Drop Dead, girato da Petra Collins, che l’aveva ritratta mentre ballava per i corridoi di Versailles, con le cuffie nelle orecchie e, appunto, un baby-doll abbinato a calze in lana traforata al ginocchio. Un immaginario che rimandava chiaramente, persino nella scelta della location, agli estetismi di Sofia Coppola e della sua Marie Antoinette, ma anche alle vestaglie da camera delle sorelle Lisbon de Il giardino delle vergini suicide, incastrate per sempre nella mitologia collettiva nelle loro camerette, in quella fase liminale e misteriosa che divide l’adolescenza dall’età adulta.

La discordia che nasce già dal nome di battesimo

A livello storico, l’idea stessa del baby-doll e la sua onomastica in effetti sottolineano una certa appartenenza a una terra di mezzo: quando nel 1942 venne concepito dalla designer di lingerie Sylvia Pedlar, l’idea era semplicemente quella di sopperire alle limitazioni che vigevano sui tessuti negli anni della seconda guerra mondiale, con della creatività capace di alleggerire un momento storicamente drammatico.  Si iniziò a chiamarlo baby-doll probabilmente per i volumi ridotti che ricordavano i vestiti di una bambola, ma quel termine Pedlar lo detestava apertamente, e si rifiutò per tutta la vita di utilizzarlo.

Ad aggiungere benzina sul fuoco arrivò il film omonimo di Elia Kazan del 1956 (in italiano ribattezzato La bambola viva) adattamento di due opere di Tennessee Williams (27 Wagons Full of Cotton e The Unsatisfactory Supper) che metteva al centro della sceneggiatura l’attrice Carrol Baker nel ruolo di “Baby Doll” Meighan, 19enne sposa senza nome di Archie Lee Meighan, uomo di mezz’età che aveva promesso al defunto padre di lei di occuparsi di sua figlia, senza poter consumare il matrimonio fino al suo ventesimo anno d’età. Per evitare tentazioni, Baby doll dormiva quindi in una stanza separata, in una culla di ferro (la stessa che poi è presente sul manifesto promozionale del film, con Baker al suo interno vestita, ovviamente, in baby-doll). L’opera scatenò prevedibilmente un’alzata di scudi da parte del mondo cattolico statunitense e pure italiano ma popolarizzò definitivamente l’utilizzo del capo tra le donne che l’adolescenza di “Baby Doll Meighan” l’avevano superata. Nel 1958 persino uno tra i più raffinati pensatori di couture, Cristóbal Balenciaga, si ispirò al capo realizzando vestiti in pizzo con le spalle a barca e la linea ad A, chiamandoli “baby-doll dress” Un’immaginario da diva Anni ’50 a cui si rifanno popstar come Sabrina Carpenter (che lo indossa sul palco) così come Addison Rae.

L’inversione del dispositivo patriarcale con il kinderwhore

Eppure, negli Anni ’90, quello stesso immaginario (usato dalle pop star di oggi per evocare i tempi dell’innocenza di un paese che innocente non può più essere definito) è stato sovvertito nel suo significato da donne che erano stanche di farsi definire da dispositivi inventati per loro da altri, apposta per categorizzarle e renderle inoffensive. La potenza incendiaria di personalità come Courtney Love e Kat Bjelland (insieme nel progetto Babes in Toyland, precedente alle Hole) non era soltanto nelle libertà che rivendicavano per le donne in un ambiente a maggioranza maschile e maschilista, quello del rock degli Anni ’90, ma anche nei vestiti che usavano per farlo, tra i quali spiccavano i baby-doll di Love e Bjelland, così come i vestiti in nuance zuccherose e con i colli tondi alla Peter Pan di Kathleen Hanna delle Bikini Kill.

Vestiti che probabilmente oggi definiremmo “infantili” e che trovavano il loro controcanto ironico in make up fatti di rimmel colati e labbra dai profili sbagliati, a sottolineare il ridicolo se non addirittura il grottesco di certi stereotipi estetici. La postura estetica finì sotto il nome di Kinderwhore, e ad oggi sono ancora in corso diatribe sul genitore ufficiale di questo termine: il Guardian sostiene che l’imprimatur lessicale arrivi dalla stessa Bjelland, i-D attribuisce il merito al giornalista di Melody Maker True Everett. In una lunga intervista del 1994 data a Rolling Stone, interrogata in merito, la stessa Love disse «mi piacerebbe pensare in fondo che sto cambiando alcuni aspetti psicologici e sessuali della musica rock. Non perché sia desiderabile: non ho fatto la roba del kinderwhore perché pensavo di essere sexy. Quando ho iniziato, era più una cosa alla What Ever happened to Baby Jane? L’angolo che ho scelto era quello dell’ironia»

In un saggio scritto per SHOWStudio la studiosa di moda Morna Laing, autrice del libro Picturing the Woman-Child: Fashion, Feminism and the Female Gaze, sostenne che «il kinderwhore può essere compreso come una sorta di drag: esagera e mostrifica le aspettative contraddittorie della femminilità ideale; tradisce la sua costruzione; la sovverte dall’interno». Nello specifico si riferiva alla sfilata del brand inglese Meadham Kirchhoff, che per la primavera/estate 2012 (chiamata A Wolf in sheep’s clothing) si aprì con un esercito di replicanti di Love, con la sua capigliatura biondo platino e i vestiti iper-femminili, impegnate a ripassarsi il rossetto tra archi fatti di palloncini, sotto le note di Miss World, brano delle Hole del 1994 nel quale Love si picchettava la cipria sul viso diafano, con indosso un virginale vestito bianco e uno sguardo perso nel vuoto. E proprio Love, non affatto a caso, ha ripostato quella stessa sfilata sul suo profilo IG una settimana fa,  in concomitanza con la bagarre scatenata online da Rodrigo, a ribadire che il tempo passa, ma gli errori che facciamo, gli abiti di cui ci scandalizziamo – non per via degli abiti, ma dei significati di cui, secondo noi, sono portatori – sono sempre gli stessi. Tutto questo nonostante le varie ondate di femminismo che si sono avvicendate,  e che non ci hanno mai lavato davvero di quell’ossessione vischiosa che abbiamo per il corpo femminile e il nostro desiderio di controllarne le manifestazioni per autorizzarne e validarne l’esistenza in società. 

Un approccio che diventa ancora più drammatico, se si si pensa che la postura di Olivia Rodrigo nel sistema musicale non è in alcun modo divisiva, e quel baby-doll nulla aveva a che vedere negli intenti con quello di Courtney Love. Considerata la passione dichiarata di Rodrigo per il rock degli anni ’90 – nel suo personale Olimpo ha citato i Rage Against the Machine, Fiona Apple, Alanis Morrissette e i White Stripes – poteva essere al massimo un omaggio estetizzante, un pastiche limato da tutte le asperità e da tutte le contraddizioni, un ordigno tessile disinnescato eppure non ancora abbastanza inoffensivo per i censori del web, che hanno talmente a cuore la libertà di espressione delle donne e del loro corpo, da intestarsene la protezione, che a loro piaccia o meno (che poi è stata la stessa cosa che ha detto il presidente Trump nella scorsa campagna elettorale, e sappiamo come è andata a finire). Perché in fondo, non sono mai stati “solo vestiti”.

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