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TikTok ha chiuso l’account di Bisan Owda, una delle più note e apprezzate giornaliste palestinesi, senza una spiegazione Secondo la giornalista, 1.4 milioni di follower, vincitrice di un Emmy per i suoi reportage, la versione Usa dell'app sta censurando le voci palestinesi.
È uscita la prima immagine di Paul Mescal, Barry Keoghan, Harris Dickinson e Joseph Quinn nei panni dei Beatles e in tanti li trovano piuttosto buffi Hanno colpito molto soprattutto la scodella e i baffoni sfoggiati da Barry Keoghan, che nella saga diretta da Sam Mendes sarà Ringo Starr.
L’IDF ha confermato che i morti a Gaza sono almeno 70 mila, la stessa cifra riportata dal ministero della Salute della Striscia Finora, il numero di 71,667 non era stato considerato credibile da alcuni perché fornito da Hamas. Adesso anche l'esercito israeliano lo conferma.
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Nel sottosuolo di Niscemi c’è un sistema di rilevamento delle frane di cui tutti si sarebbero “dimenticati” per 20 anni Lo si è scoperto grazie a un'inchiesta della Stampa, secondo la quale gli strumenti di rilevamento sarebbero stati installati e poi abbandonati.
Un uomo ha tentato di far evadere dal carcere Luigi Mangione usando un forchettone da barbecue e una rotella tagliapizza L'improbabile colpo tentato da un ex pizzaiolo noto alle autorità si è concluso con la sua incarcerazione nella stessa prigione di Mangione.
Dopo due mesi di silenzio, Paul Dano ha risposto ai commenti offensivi che Quentin Tarantino ha fatto su di lui Al Sundance Film Festival, Dano ha raccontato di essere estremamente grato alle persone che lo hanno difeso

Michele Serra e la fuga dalla città (e dalla politica)

L'ultimo libro, Le cose che bruciano, ha come protagonista un politico che si rifugia in campagna.

10 Aprile 2019

Attilio Campi è la risposta più seria e approfondita a Marie Kondo e a al suo magico potere. Campi non pensa a quali cose sprigionano gioia, ma a quali sprigionano fuoco. Non ci sono cose da salvare e cosa da buttare, non ci sono processi di selezione sentiti, dolorosi, purificatori, è solo il fuoco che purifica. Non ci sono oggetti che trattengano in sé un ricordo e, se lo fanno, c’è un problema e forse è meglio liberare quel ricordo, dandogli fuoco. Sono solo Le cose che bruciano (Michele Serra, Feltrinelli, 170 pp.) a sprigionare gioia. Quel fumo un po’ più nero che libereranno quando le incendierete, fumo nero inquinante, sarà proprio il segno di quanto sia insalubre trattenere la memoria. Non c’è differenza tra accumulare pochissime cose e accumularne tante, ma solo tra accumularne o non accumularne affatto.

Attilio Campi ha 48 anni, la sua proposta di legge per rendere obbligatorie le uniformi a scuola è stata sonoramente bocciata e spernacchiata e lui ha deciso di ritirarsi a vivere in campagna. Sembra una scelta aristocratica – Cincinnato che si ritira a lavorare il grano nei campi (a proposito, era già allora politica dei popcorn?) in attesa che Roma abbia di nuovo bisogno di lui –, invece non c’è calcolo di quel tipo. Tra una giornata di lavoro e l’altra, Campi pensa a come chiudere davvero col proprio passato e fantastica continuamente su come costruire la pira perfetta. Cosa metterci e come disporla. Le sedie rotte che dovrebbe far riparare da anni, il vecchio canapé della zia, la corrispondenza della madre con Sandro Losandro racchiusa in una scatola di cui lei era gelosissima, la stampa di quel ballerino che a lui ha sempre ricordato Roberto Pruzzo.

Ne L’ordine del tempo, il fisico Carlo Rovelli spiega che, tra le recenti e grandiose scoperte della fisica, c’è anche che tra calore e futuro esiste un nesso fondamentale. Solo la conduzione di calore dal caldo al freddo, infatti, ci permette di distinguere un prima e un dopo, un passato e un futuro. Senza calore le cose non invecchierebbero. E ciò che a noi appare come “tempo” è spesso il frutto della nostra capacità di percezione estremamente limitata. Intanto, però, le vediamo invecchiare, ossidarsi, dunque bruciare lentamente. Allora è come se Attilio Campi ne accelerasse l’invecchiamento, per accelerare anche il futuro. Un futuro che, per lui, aleggia anche sotto forma di una guerra imminente che potrebbe essere catartica per l’umanità, chissà utile all’ambiente, di sicuro ineludibile. Se ne sentono già i rumori.

Se poi consideriamo che anche in medicina un corpo invecchia quando non sa più liberarsi del superfluo, quando il fegato non riesce più a svolgere la sua funzione per bene e a liberarsi dalle scorie, quando le vene si ingrossano, quando i reni non drenano più correttamente e producono calcoli, ne viene fuori che solo liberarsi dagli ammassi involontari ci porta avanti sani. Sono giornate di lavoro vero quelle di Attilio, lavoro manuale, fisico, vermi, legna, concime, attrezzi, schiena a pezzi, però ti fa arrivare stanco nel letto e lì dormire bene. Adesso che non fa più politica, che non scrive discorsi, che non prende appunti, infatti dorme molto meglio. Anche in Cavalli selvaggi di Cormac McCarthy, quando i due protagonisti si domandano il senso di tutta quella fatica nel domare i cavalli, la risposta è «dormiremo benissimo». Deve essere vero, dunque. Lavorare per dormire.

La campagna non è finezza o signorilità, ma soprattutto non è un luogo dove cercare “coerenza” o rifugio. In questi anni l’idea della fuga e del rifugio torna parecchio (per esempio In esilio, romanzo di Simone Lenzi). Inquietano le storie sui rifugi che i grandi ricchi si sono preparati per sfuggire alla catastrofe, affascinano le storie sui modi per scampare alle apocalissi più disparate – zombi, asteroidi, mostri che rendono tutti ciechi, e su come dovremmo reagire alla fine del mondo: scappare, da soli o in gruppo, coi cattivi o coi buoni. (Poi finiamo a guardare su Amazon uno di quei kit con dentro già tutto l’occorrente per resistere nelle prime 48 ore dopo una catastrofe). Ma l’idea di maggior successo è quella della fuga in campagna o nella natura come scelta di “coerenza”. Intendendo che tutto ciò che è città è malato – rapporti personali compresi -, e, se si vuol fare davvero ecologia, bisogna scomparire. Guarda caso proprio in questi giorni un politico che si rifugia in campagna per imparare la sacra arte della falegnameria ce l’ha offerto anche la vita reale, ma pur esistendo davvero risulta molto più forzato di Campi.

Perché quella della coerenza è un’impostura e, allo stesso tempo, una scusa per elevare gli standard al punto da renderli irraggiungibili e, difatti, nessuno poi si trasferisce davvero. («Il locale fa schifo, ma stanno sempre qui dentro» diceva quel comico). Campi non scappa in cerca di purezza per venire a raccontare agli altri quanto è pura la vita in campagna e questa è la ragione principale per cui si fa volere bene. Anche di libri ne possiede abbastanza, un sacco dei quali mai letti, gli bastano e avanzano e non gliene servono di nuovi. Nulla, per il protagonista, sarà più inquietante dell’arrivo inaspettato di uno di quei fattorini vestiti a bande colorate come uno sbandieratore al Palio di Siena. Da dove arriva quel fantasma del consumismo che consegna pacchi? Lui non ha bisogno di niente, tranne di una dispensa piena, senza essere sazio. Attilio Campi non è la “sinistra borghese”, a proposito con quale ISEE si diventa “sinistra borghese” e si finisce di essere “sinistra di popolo”? In ogni caso non conta, a Campi non serve granché. Tranne, forse, i soldi per una sarchiatrice. Mica è un luddista.

Una cosa, però, gli manca ed è chiudere davvero i conti con Mirabolani, lo “stronzo” che gli ha aizzato contro i “giustizieri della rete”. A Mirabolani «piace molto “al soldo del potere” – e soprattutto è perfettamente funzionale agli umori del popolino rancoroso che per assolvere la propria nullaggine la attribuisce ai soprusi altrui: il suo pubblico insomma. L’esatto contrario del popolo fiero, e severo con se stesso, che ha animato i sogni dei grandi rivoluzionari. Quale rivoluzione, almeno nel suo impianto teorico, ha potuto fare a meno della nobiltà d’animo, e fondarsi dunque sull’ignobiltà? Ve lo dico io: nessuna rivoluzione, mai, se non quella che cova nel petto di Ettore Mirabolani e di milioni di stronzi come lui». Non so se Serra sia Campi, alcuni sospettano, ma io non credo. Invece di Mirabolani ne conosciamo diversi e credo proprio che si riconosceranno.

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