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Il Segretario della Guerra Pete Hegseth si rifiuta di ammettere di aver citato Pulp Fiction in una preghiera per i soldati americani in Iran, nonostante la sua preghiera fosse identica al monologo “Ezechiele 25:17” di Pulp Fiction E nonostante il fatto che tutti si siano accorti subito che stava citando il monologo "Ezechiele 25:17" di Pulp Fiction. Anche perché l'unica altra spiegazione possibile è che Hegseth non conosca i versetti della Bibbia che cita.
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Il libro fotografico con le ragazze che imbracciano armi che compare in The Drama esiste davvero (più o meno) Si intitola Chicks with Guns, lo ha fatto la fotografa Lindsay McCrum ed è uscito nel 2011. Ed è molto, molto simile a quello che si vede nel film.
La prima canzone dei Massive Attack dopo quasi dieci anni è un pezzo contro la guerra fatto assieme a Tom Waits Si chiama Boots on the ground e parla di disordini che stanno avvenendo negli Usa, mescolando liriche belliche a immagini grottesche.

Se tutti i boomer invecchiassero come Michael Stipe

Dopo la fine dei R.E.M è diventato artista figurativo, ha imparato a usare Instagram, è stato modello per Saint Laurent e ora sta lavorando a un album da solista che non ha nessuna fretta di finire: storia della terza età perfetta di una ex rockstar.

30 Gennaio 2024

Dopo aver visitato I Have Lost And I Have Been Lost But For Now Im Flying High, la mostra di Michael Stipe alla Fondazione ICA di Milano, mi è venuto in mente l’episodio dei Simpson in cui c’è l’ex cantante dei R.E.M.. Homer ha aperto un bar nel suo garage, invita la band a suonare all’inaugurazione promettendo di raccogliere fondi per la foresta pluviale, quando i R.E.M. scoprono l’inganno, Stipe rompe una bottiglia per aprire la testa a Homer, ma gli altri lo fermano, lui dice: «Va bene, ricicliamo questi cocci e andiamocene». Lo sketch faceva ridere e coglieva qualcosa della natura di Michael Stipe, che non era né la bontà né l’ingenuità, ma una sfumatura diversa: il nucleo di inscalfibile candore che lo ha accompagnato nella sua carriera nei R.E.M., come in quella attuale da artista (o le sue notevoli storie Instagram). Della mostra a Milano, Michael Stipe ha detto: «Vorrei che fosse possibile goderne anche senza sapere chi sono», ma è piuttosto difficile. Le opere sono installazioni di teste in gesso o totem in plastica, foto di amici famosi e non senza didascalia o contesto, vasi o copertine di libri vuoti con sopra i nomi delle persone che ha amato e ammirato: è tutto inafferrabile, come il suo modo scrivere i testi o cantare le canzoni ai tempi dei R.E.M.. Andare alla mostra è un atto di nostalgia, provare a replicare l’esperienza di ascoltare un nuovo album dei R.E.M., cosa che non accade più dal 2011, quando hanno chiuso bottega senza rancori o strascichi, nel momento in cui avevano appena iniziato ad annoiarci e annoiarsi. Una rarità, per i gruppi nati negli anni ’80 quella fase può durare decenni. Però la ricompensa è anche qualcosa di meglio della nostalgia.

Nessun altro, a parte Michael Stipe, avrebbe potuto portare avanti così ostinatamente quel nucleo di candore per tutta la vita, conservandolo intatto fino alla vecchiaia, che sta più o meno iniziando ora che ha da poco compiuto sessantaquattro anni. È strano scriverlo, perché è sia difficile immaginare Michael Stipe da vecchio, che accettare che sia ancora così giovane. Quel candore, evidente nella sua arte così priva di pose intellettuali, gli sta permettendo di entrare in questa fase della vita senza i disastri che di solito capitano alle persone famose quando compiono sessant’anni. Non è diventato stronzo, né pazzo, né una caricatura. Michael Stipe ha fatto di sé un role model della difficilissima arte di invecchiare con grazia, continuando a essere interessante, in un modo diverso da quello che ricordavamo. Ai millennial Michael Stipe manca, eppure c’è ancora, con generosità, ma senza darsi obblighi o scadenze: è un paio d’anni che deve pubblicare un disco solista, forse lo farà nel 2024, ma chissà. Non si mette fretta, non se ne fa mettere, come se avesse ancora un’intera esistenza davanti, è bello vedere una ex popstar così libera dai cicli dell’autopromozione, mentre abbraccia tutto il nonsense della sua vivacità intellettuale, felice di sentirsi un dilettante di talento in un campo nuovo. Sia per lui che per noi, è pratica dell’esercizio di lasciar andare.

Michael Stipe riesce ad avere un rapporto così sano col tempo che passa anche perché tutto nella sua vita è successo quando doveva, né prima né dopo. College rock quando era al college, ad Athens, in Georgia. Indipendente da giovane, quando aveva un senso estetico e politico, poi il passaggio a una major, la Warner, giusto prima di compiere trent’anni. I dischi monumento (Out of Time e Automatic for the People), tra i trenta e i trentacinque anni, quando aveva gli strumenti per gestire il fatto di essere diventato la popstar più famosa al mondo. Kurt Cobain era un altro che vedeva in Stipe un modello, un fratello maggiore e «un santo», Michael provò a salvarlo, la mitografia di Cobain prevede che sia morto lasciando Automatic for the People sul giradischi. E poi il declino dello status di rock star credibile, scattato a cavallo dei quarant’anni, quando i R.E.M. hanno iniziato a perdere pezzi e idee, e infine la chiusura della band subito dopo i cinquanta, con ancora praterie di tempo davanti. È un privilegio che Michael Stipe ha messo a frutto con intelligenza. Forse l’unica altra persona a cui questo passaggio sia riuscito così bene è la sua amica Patti Smith, che una o due cose sul diventare interessanti in modo nuovo a sessant’anni deve avergliele insegnate. Smith ha pubblicato Just Kids, il memoir che ha reinventato tutta la sua narrazione, a sessantaquattro anni.

In lungo ritratto, il New York Times ha raccontato di come i due sono diventati amici, è la storia più Michael Stipe di sempre ed è un buon estratto di quel candore. Nel 1995, era in tour in Spagna, ubriaco dopo aver bevuto assenzio di scarsa qualità. Era il giorno di San Valentino, gli venne in mente dal nulla che forse Patti Smith stava passando una brutta giornata: era il primo San Valentino dopo la morte di suo marito, Fred «Sonic» Smith, chitarrista degli MC5. Magari Patti aveva voglia di una telefonata. Il punto è che i due non si conoscevano, non si erano mai incontrati. Lui si procurò il numero e fece la chiamata al suo appartamento di Detroit. «Ciao, sono Michael Stipe, non ti avrei chiamata, ma sono ubriaco di assenzio». E così entrò nella sua vita, non sapendo di essere stato a lungo un inside joke ricorrente tra Patti Smith e il suo marito da poco scomparso. Ogni tanto infatti beccavano i video dei R.E.M. in tv, in particolare quello di The One I Love a lei aveva ricordato del suo rapporto col fotografo Robert Mapplethorpe (la storia raccontata in Just Kids). Ne parlava spesso e con entusiasmo, di quel giovane cantante. Fred sapeva del fatto che Patti gli era affezionata, un po’ invaghita, come ci si invaghiva delle popstar negli anni ’80. Quando divenne famoso con Losing My Religion e c’era il video su Mtv (cioè sempre), Fred chiamava lei dicendo: «Hey, Trisha, c’è il tuo ragazzo in tv». E poi un giorno, quando Fred non c’era più, il ragazzo fece una chiamata a caso, chiedendole se era triste. Mesi dopo, Stipe la invitò a un concerto vicino casa di lei, in Michigan. All’epoca lei non era ancora tornata a sentire musica dal vivo dopo la morte di suo marito, ed era passato più di un anno. A Man on the Moon, Patti Smith pianse, e così divennero amici, collaboratori, compagni di strada.

Di recente, Stipe ha anche debuttato come modello, per la campagna primavera di Yves Saint Laurent. Per l’occasione, ha fatto un’intervista con GQ in cui commenta 35 di suoi look del passato, da quelli più politici a quelli più queer, attraversando le epoche e i decenni. La carrellata di varietà è notevole: è stato davvero tante persone diverse. Il New York Times racconta che quando ha compiuto sessantadue anni ha detto: «Sono sano e giovane, ma mi sento come in una crisalide. Sto cambiando», cose che è un privilegio poter dire, e con intenzione, a quell’età. È un tema sul quale Michael Stipe gioca senza pudore. Nel post Instagram per il suo ultimo compleanno, ha scritto: «Passo da essere tre ventunenni a essere quattro sedicenni». Nessun altro potrebbe scrivere una cosa del genere senza passare per un imbecille.

Si parla ormai spesso di generazione perennial. Oltre a essere l’ennesimo segmento di mercato creato a scopo marketing, questa conversazione sembra spesso un’alibi per la normalizzazione dell’immaturità. Michael Stipe è uno dei pochi che riesce a essere un manifesto perennial credibile, a poter essere davvero un attivista per la liberazione dalla dittatura dell’età che si ha che, al contrario di quello che diceva Gassman a Trintignant nel Sorpasso, fa sempre schifo. Nella mostra di Milano ci sono tre opere dedicate alla scomposizione di una famosa poesia di Max Ehrmann, Desiderata, un testo che nella cultura americana ha avuto una strana evoluzione degna di Michael Stipe, da testo oscuro a patrimonio degli hippie a feticcio delle convention aziendali. E c’è un verso della poesia che dice: «Be yourself. Especially do not feign affection. Neither be cynical about love; for in the face of all aridity and disenchantment, it is as perennial as the grass», «Sii te stesso. Non fingere affetto, non essere cinico sull’amore, perché nonostante l’aridità e il disincanto, è perenne come l’erba».

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