Hype ↓
09:54 lunedì 5 gennaio 2026
Le azioni di Warner Bros. sono salite del 170 per cento da quando è iniziato il triangolo con Netflix e Paramount L'offerta d'acquisizione di Netflix e la battaglia con Paramount hanno trasformato Warner nel titolo più desiderato del 2025.
Xavier Dolan ha confermato che non è più in pensione e che quest’anno girerà un nuovo film Dopo aver annunciato l’addio al cinema nel 2023, il regista ha deciso di tornare a lavoro e ha mostrato una nuova sceneggiatura su Instagram.
Anche quest’anno lo Studio Ghibli ha festeggiato il Capodanno pubblicando un nuovo disegno di Hayao Miyazaki Sui social dello studio è apparso il disegno di Miyazaki che celebra nel 2026 l'anno del cavallo, secondo lo zodiaco cinese.
Secondo le prime ricostruzioni, il rogo di Crans-Montana sarebbe stato causato dalle stelle filanti infilate nelle bottiglie di champagne Una foto mostrerebbe il momento dell’innesco del rogo durante i festeggiamenti di Capodanno, costato la vita a quarantasette persone.
Martin Scorsese ha scritto un editoriale sul New York Times in cui spiega perché Misery è il miglior film di Rob Reiner In un commosso editoriale, Scorsese ha individuato nel thriller del 1990 l’apice della filmografia del collega, ricordando la loro amicizia.
Dopo il documentario su Diddy arriverà un documentario sui figli di Diddy che parlando di Diddy Justin e Christian Combs racconteranno il rapporto col padre in una docuserie che uscirà nel 2026 e di cui è già disponibile il trailer.
La crisi climatica sta portando alla velocissima formazione del primo deserto del Brasile La regione del Sertão sta passando da arida a desertica nell'arco di una generazione: un cambiamento potenzialmente irreversibile.
L’episodio di Stranger Things in cui Will fa coming out è diventato quello peggio recensito di tutta la serie E da solo ha abbassato la valutazione di tutta la quinta stagione, nettamente la meno apprezzata dal pubblico, almeno fino a questo punto.

Se tutti i boomer invecchiassero come Michael Stipe

Dopo la fine dei R.E.M è diventato artista figurativo, ha imparato a usare Instagram, è stato modello per Saint Laurent e ora sta lavorando a un album da solista che non ha nessuna fretta di finire: storia della terza età perfetta di una ex rockstar.

30 Gennaio 2024

Dopo aver visitato I Have Lost And I Have Been Lost But For Now Im Flying High, la mostra di Michael Stipe alla Fondazione ICA di Milano, mi è venuto in mente l’episodio dei Simpson in cui c’è l’ex cantante dei R.E.M.. Homer ha aperto un bar nel suo garage, invita la band a suonare all’inaugurazione promettendo di raccogliere fondi per la foresta pluviale, quando i R.E.M. scoprono l’inganno, Stipe rompe una bottiglia per aprire la testa a Homer, ma gli altri lo fermano, lui dice: «Va bene, ricicliamo questi cocci e andiamocene». Lo sketch faceva ridere e coglieva qualcosa della natura di Michael Stipe, che non era né la bontà né l’ingenuità, ma una sfumatura diversa: il nucleo di inscalfibile candore che lo ha accompagnato nella sua carriera nei R.E.M., come in quella attuale da artista (o le sue notevoli storie Instagram). Della mostra a Milano, Michael Stipe ha detto: «Vorrei che fosse possibile goderne anche senza sapere chi sono», ma è piuttosto difficile. Le opere sono installazioni di teste in gesso o totem in plastica, foto di amici famosi e non senza didascalia o contesto, vasi o copertine di libri vuoti con sopra i nomi delle persone che ha amato e ammirato: è tutto inafferrabile, come il suo modo scrivere i testi o cantare le canzoni ai tempi dei R.E.M.. Andare alla mostra è un atto di nostalgia, provare a replicare l’esperienza di ascoltare un nuovo album dei R.E.M., cosa che non accade più dal 2011, quando hanno chiuso bottega senza rancori o strascichi, nel momento in cui avevano appena iniziato ad annoiarci e annoiarsi. Una rarità, per i gruppi nati negli anni ’80 quella fase può durare decenni. Però la ricompensa è anche qualcosa di meglio della nostalgia.

Nessun altro, a parte Michael Stipe, avrebbe potuto portare avanti così ostinatamente quel nucleo di candore per tutta la vita, conservandolo intatto fino alla vecchiaia, che sta più o meno iniziando ora che ha da poco compiuto sessantaquattro anni. È strano scriverlo, perché è sia difficile immaginare Michael Stipe da vecchio, che accettare che sia ancora così giovane. Quel candore, evidente nella sua arte così priva di pose intellettuali, gli sta permettendo di entrare in questa fase della vita senza i disastri che di solito capitano alle persone famose quando compiono sessant’anni. Non è diventato stronzo, né pazzo, né una caricatura. Michael Stipe ha fatto di sé un role model della difficilissima arte di invecchiare con grazia, continuando a essere interessante, in un modo diverso da quello che ricordavamo. Ai millennial Michael Stipe manca, eppure c’è ancora, con generosità, ma senza darsi obblighi o scadenze: è un paio d’anni che deve pubblicare un disco solista, forse lo farà nel 2024, ma chissà. Non si mette fretta, non se ne fa mettere, come se avesse ancora un’intera esistenza davanti, è bello vedere una ex popstar così libera dai cicli dell’autopromozione, mentre abbraccia tutto il nonsense della sua vivacità intellettuale, felice di sentirsi un dilettante di talento in un campo nuovo. Sia per lui che per noi, è pratica dell’esercizio di lasciar andare.

Michael Stipe riesce ad avere un rapporto così sano col tempo che passa anche perché tutto nella sua vita è successo quando doveva, né prima né dopo. College rock quando era al college, ad Athens, in Georgia. Indipendente da giovane, quando aveva un senso estetico e politico, poi il passaggio a una major, la Warner, giusto prima di compiere trent’anni. I dischi monumento (Out of Time e Automatic for the People), tra i trenta e i trentacinque anni, quando aveva gli strumenti per gestire il fatto di essere diventato la popstar più famosa al mondo. Kurt Cobain era un altro che vedeva in Stipe un modello, un fratello maggiore e «un santo», Michael provò a salvarlo, la mitografia di Cobain prevede che sia morto lasciando Automatic for the People sul giradischi. E poi il declino dello status di rock star credibile, scattato a cavallo dei quarant’anni, quando i R.E.M. hanno iniziato a perdere pezzi e idee, e infine la chiusura della band subito dopo i cinquanta, con ancora praterie di tempo davanti. È un privilegio che Michael Stipe ha messo a frutto con intelligenza. Forse l’unica altra persona a cui questo passaggio sia riuscito così bene è la sua amica Patti Smith, che una o due cose sul diventare interessanti in modo nuovo a sessant’anni deve avergliele insegnate. Smith ha pubblicato Just Kids, il memoir che ha reinventato tutta la sua narrazione, a sessantaquattro anni.

In lungo ritratto, il New York Times ha raccontato di come i due sono diventati amici, è la storia più Michael Stipe di sempre ed è un buon estratto di quel candore. Nel 1995, era in tour in Spagna, ubriaco dopo aver bevuto assenzio di scarsa qualità. Era il giorno di San Valentino, gli venne in mente dal nulla che forse Patti Smith stava passando una brutta giornata: era il primo San Valentino dopo la morte di suo marito, Fred «Sonic» Smith, chitarrista degli MC5. Magari Patti aveva voglia di una telefonata. Il punto è che i due non si conoscevano, non si erano mai incontrati. Lui si procurò il numero e fece la chiamata al suo appartamento di Detroit. «Ciao, sono Michael Stipe, non ti avrei chiamata, ma sono ubriaco di assenzio». E così entrò nella sua vita, non sapendo di essere stato a lungo un inside joke ricorrente tra Patti Smith e il suo marito da poco scomparso. Ogni tanto infatti beccavano i video dei R.E.M. in tv, in particolare quello di The One I Love a lei aveva ricordato del suo rapporto col fotografo Robert Mapplethorpe (la storia raccontata in Just Kids). Ne parlava spesso e con entusiasmo, di quel giovane cantante. Fred sapeva del fatto che Patti gli era affezionata, un po’ invaghita, come ci si invaghiva delle popstar negli anni ’80. Quando divenne famoso con Losing My Religion e c’era il video su Mtv (cioè sempre), Fred chiamava lei dicendo: «Hey, Trisha, c’è il tuo ragazzo in tv». E poi un giorno, quando Fred non c’era più, il ragazzo fece una chiamata a caso, chiedendole se era triste. Mesi dopo, Stipe la invitò a un concerto vicino casa di lei, in Michigan. All’epoca lei non era ancora tornata a sentire musica dal vivo dopo la morte di suo marito, ed era passato più di un anno. A Man on the Moon, Patti Smith pianse, e così divennero amici, collaboratori, compagni di strada.

Di recente, Stipe ha anche debuttato come modello, per la campagna primavera di Yves Saint Laurent. Per l’occasione, ha fatto un’intervista con GQ in cui commenta 35 di suoi look del passato, da quelli più politici a quelli più queer, attraversando le epoche e i decenni. La carrellata di varietà è notevole: è stato davvero tante persone diverse. Il New York Times racconta che quando ha compiuto sessantadue anni ha detto: «Sono sano e giovane, ma mi sento come in una crisalide. Sto cambiando», cose che è un privilegio poter dire, e con intenzione, a quell’età. È un tema sul quale Michael Stipe gioca senza pudore. Nel post Instagram per il suo ultimo compleanno, ha scritto: «Passo da essere tre ventunenni a essere quattro sedicenni». Nessun altro potrebbe scrivere una cosa del genere senza passare per un imbecille.

Si parla ormai spesso di generazione perennial. Oltre a essere l’ennesimo segmento di mercato creato a scopo marketing, questa conversazione sembra spesso un’alibi per la normalizzazione dell’immaturità. Michael Stipe è uno dei pochi che riesce a essere un manifesto perennial credibile, a poter essere davvero un attivista per la liberazione dalla dittatura dell’età che si ha che, al contrario di quello che diceva Gassman a Trintignant nel Sorpasso, fa sempre schifo. Nella mostra di Milano ci sono tre opere dedicate alla scomposizione di una famosa poesia di Max Ehrmann, Desiderata, un testo che nella cultura americana ha avuto una strana evoluzione degna di Michael Stipe, da testo oscuro a patrimonio degli hippie a feticcio delle convention aziendali. E c’è un verso della poesia che dice: «Be yourself. Especially do not feign affection. Neither be cynical about love; for in the face of all aridity and disenchantment, it is as perennial as the grass», «Sii te stesso. Non fingere affetto, non essere cinico sull’amore, perché nonostante l’aridità e il disincanto, è perenne come l’erba».

Articoli Suggeriti
Le azioni di Warner Bros. sono salite del 170 per cento da quando è iniziato il triangolo con Netflix e Paramount

L'offerta d'acquisizione di Netflix e la battaglia con Paramount hanno trasformato Warner nel titolo più desiderato del 2025.

Con il suo finale, Stranger Things si è dimostrato all’altezza di tutti i classici che lo hanno ispirato

Dopo dieci anni, e con un'ultima, grande sorpresa, è giunta al termine quella che è senza dubbio la serie Netflix più rilevante e amata di sempre.

Leggi anche ↓
Le azioni di Warner Bros. sono salite del 170 per cento da quando è iniziato il triangolo con Netflix e Paramount

L'offerta d'acquisizione di Netflix e la battaglia con Paramount hanno trasformato Warner nel titolo più desiderato del 2025.

Con il suo finale, Stranger Things si è dimostrato all’altezza di tutti i classici che lo hanno ispirato

Dopo dieci anni, e con un'ultima, grande sorpresa, è giunta al termine quella che è senza dubbio la serie Netflix più rilevante e amata di sempre.

Xavier Dolan ha confermato che non è più in pensione e che quest’anno girerà un nuovo film

Dopo aver annunciato l’addio al cinema nel 2023, il regista ha deciso di tornare a lavoro e ha mostrato una nuova sceneggiatura su Instagram.

Anche quest’anno lo Studio Ghibli ha festeggiato il Capodanno pubblicando un nuovo disegno di Hayao Miyazaki

Sui social dello studio è apparso il disegno di Miyazaki che celebra nel 2026 l'anno del cavallo, secondo lo zodiaco cinese.

Per Park Chan-wook non c’è niente di più spaventoso di un uomo che ama il suo lavoro

Con No Other Choice il regista coreano approfondisce il discorso iniziato da Parasite e Squid Game, raccontando un mondo del lavoro in cui l'unica maniera per sopravvivere è distruggere la propria umanità.

Martin Scorsese ha scritto un editoriale sul New York Times in cui spiega perché Misery è il miglior film di Rob Reiner

Nell'articolo, Scorsese analizza nel dettaglio il film ma racconta anche la sua lunghissima amicizia con Reiner.