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05:33 sabato 17 ottobre 2026
Un report dell’Onu dice che in Cisgiordania non ci sono mai stati così tanti atti di violenza dei coloni israeliani Nei primi quattro mesi del 2026 erano già 190 al mese, numeri che porterebbero a superare i duemila attacchi entro la fine dell'anno.
C’è un ragazzo inglese che da 7 anni recensisce panchine su Instagram Il suo profilo si chiama RateThisBench, raccoglie ormai più di 300 recensioni di panchine ed è anche il modo in cui ha conosciuto sua moglie.
L’Agenzia meteorologica giapponese ha avvisato i cittadini dell’imminente arrivo del terremoto più forte di sempre, poi ha cancellato l’avviso e ha detto di essersi sbagliata A quanto pare, si è trattato di un gigantesco errore del sistema di allerta precoce, di solito affidabilissimo e precisissimo.
La Giornata nazionale della meraviglia e la Giornata nazionale del riciclo della carta hanno messo a dura prova la pazienza di Sergio Mattarella Dopo aver firmato una legge che istituisce l'una e l'altra, il Presidente della Repubblica ha invitato la politica a darsi una regolata perché queste giornate stanno «vertiginosamente aumentando».
I matematici di tutto il mondo sono disperati dopo che ChatGPT ha risolto 372 problemi a cui loro lavoravano da anni in tre ore Ora i matematici stanno ancora cercando di capire quanto ci sia di giusto, e cosa voglia dire adesso fare il loro mestiere.
Di tutte le cose incredibili che succedono continuamente sul Monte Bianco, il fatto che la sua altezza aumenti (o diminuisca) ogni anno è la meno incredibile di tutte In questo periodo misura 4.807,47 metri: la sua crescita dipende da fenomeni «estremamente variabili».
Del possibile allarme sanitario in Siberia si sono preoccupati tutti tranne gli abitanti della cittadina siberiana da cui l’allarme è partito L'OMS chiede spiegazioni, Trump ne parla, i giornali di mezzo mondo scrivono di peste. A Irkutsk e a Shelekhov nessuno porta la mascherina e la frase che ripetono tutti è «va tutto bene, è tutto normale»
Nel centenario di Winnie the Pooh, l’Inghilterra sta litigando con l’America perché vuole che le siano restituiti gli orsacchiotti fatti dal creatore di Winnie the Pooh Il libro di A. A. Milne compie cent’anni, ma il pupazzo che lo ha ispirato vive a New York. E una parte dei fan britannici lo rivuole indietro.

Addio Martin Amis, maestro della spiacevolezza

È morto a 73 anni l'autore di Money. Dalla sua penna un tipo di letteratura che non aveva paura di mettere a disagio il lettore.

21 Maggio 2023

Come con la vittoria della lotteria, o come la probabilità di essere colpiti da un meteorite o da un fulmine, ci sono scarsissime possibilità che un famoso e talentuoso scrittore dia alla luce un altrettanto famoso e talentuoso scrittore. È successo a Kingsley Amis, i cui numerosi paperback Penguin si possono trovare nelle librerie dell’usato in Inghilterra, e non solo, tra un P.G. Wodehouse e un Henry James. Sono libri che gli editori non hanno mai messo fuori catalogo e che riescono ogni tanto con nuove copertine adattate ai tempi. Il suo Lucky Jim, esempio massimo di campus novel pre Rumore Bianco, pre Macchia umana, è stato inserito da Time magazine tra i più grandi 100 romanzi in lingua inglese, e nella stessa lista compare anche Money, scritto da suo figlio Martin esattamente trent’anni dopo. Lo stesso accade nella compilazione del Guardian delle “100 greatest novels of all time” (Lucky Jim al 65esimo posto, Money al 90esimo), ed entrambi sono nella lista del Times tra i più grandi scrittori britannici del Novecento. Per il valore che si può dare ai listoni dei giornali anglosassoni, la presenza di entrambi resta un unicum. Senza retoriche o false costumatezze, Martin ne ha sempre parlato, su richiesta, nelle interviste. Nel coccodrillo uscito sul New Yorker, Salman Rushdie scrive che Amis aveva due padri, oltre il suo: Vladimir Nabokov e Saul Bellow. Da Kingsley ha preso la comicità, da Nabokov un tipo di «alto intellettualismo» e da Bellow la «venerazione per lo stile». Di Bellow fu amico, così come di Rushdie (andarono insieme a vedere al cinema Quattro matrimoni e un funerale, quando Rushdie era sotto scorta. Entrambi lo detestarono). 

Martin nasce quando suo padre Kinglsey sta facendo il dottorato, a Oxford (studente insieme a Philip Larkin di J. R. R Tolkien). Non supera il padre a livello di onori e di vendite (Kinglsey vinse il Booker e fu fatto baronetto dalla Regina), Martin è forse un po’ meno mainstream, decisamente meno midcult, ma anche la letteratura è meno mainstream di allora. Martin riesce a prendere il postmodernismo imperante e trattarlo come fosse Flaubert, con una cura chirurgica dello stile, di quella che gli scrittori italiani chiamano lingua, e gli inglesi chiamano voce. Raffinatissimo, crudo, il romanzo di Amis è l’apice di quello che possiamo chiamare il romanzo dell’acuta e disarmante (e divertente) spiacevolezza, che ha avuto nel secondo novecento e nei primi 2000 molti epigoni. 

Quella di Amis è un tipo di letteratura che non ha paura di mettere a disagio il lettore, anzi, lo fa, ma senza compiacersene. Senza ammiccamenti, senza sbavature, senza smancerie moralistiche. Mette a disagio, ma non nel modo pomposo della Beat generation, senza il ditino alzato di un Franzen, senza la pesantezza di un David Foster Wallace. Non ha quella sporcizia annebbiata che ricerca a tutti i costi il dissacrante, il re nudo, no, c’è qualcosa di balzacchiano invece nel modo in cui si dissezionano i vizi e le relazioni umane e si caricaturizzano gli individui e le situazioni, e c’è qualcosa di Laurence Sterne nel modo inglesissimo di farlo, con understatement e la giusta dose di scherno, tipo James Bond e Monty Python. Nell’intervista a Paris Review (l’aveva fatta, ovviamente, anche il padre anni prima) Amis parla di Money, il suo libro più famoso, che lui chiama una voice novel, «La trama è importante solo nei thriller»; dice, Money «è essenzialmente un libro senza trama». Eppure, nonostante la voice sia tutto, c’è una struttura, un equilibrio, da scrittore artigiano, da regista. I lettori di Amis hanno letto più o meno tutto di Amis, o comunque pensano molto spesso, anche più volte al mese, ad almeno uno dei suoi libri (a me succede con L’informazione – purtroppo fuori catalogo in italiano – che resta il romanzo perfetto nella relazione tra due scrittori nemici-amici).

La morte di Amis avviene solo pochi giorni prima dell’uscita, in italiano, di Inside story, La storia da dentro (Einaudi, traduzione di Gaspare Bona) che ha sulla copertina un Amis abbastanza giovane che fuma una sigaretta – forse il suo vizio preferito. A posteriori possiamo leggerlo come un libro testamento. A un certo punto scrive: «Lo scrittore muore due volte». Quando è andato in una tv americana a presentare il libro gli viene chiesto: «È possibile dire di cosa parla questo libro?». «Bè, questo libro, alla fine, parla della morte», risponde con un sorrisetto albionico. «Ma è anche una lettera d’amore alla vita», lo incalza il giornalista. «Ma questo enfatizza la difficoltà di morire». La cosa iper-amisiana è che Inside story viene presentato come un romanzo. Raccontava, Amis, che quando suo padre lesse un suo libro e ci trovò dentro un personaggio che si chiamava Martin Amis lanciò via il volume, perché secondo lui «avevo distrutto il patto tra scrittore e lettore».  

Anche solo le poche pagine del preludio di La storia da dentro sono una scuola di scrittura – valgono almeno tre anni alla Holden. Le informazioni, le idee, le verità che ci sono dentro farebbero fare a un Carrère, o aspirante tale, un libro per ogni capitolo, ogni frase (vera, come la chiamerebbe Hemingway) verrebbe gonfiata, coprendo così qualche anno di uscite. Qui invece è tutto condensato, ma con il giusto respiro, senza small talk. C’è la biografia, ci sono le storie, c’è quella partecipazione al dibattito pubblico di cui Amis non ha mai avuto paura. Alcuni l’hanno attaccato, dicendo di essere un privilegiato proprio in virtù delle sue posizioni a volte taglienti, demistificatorie. Non ha mai detto o scritto niente, soprattutto sui current events – almeno apparentemente – per piacere a qualcuno, per vincere i favori di qualcuno. Trump, Islam, democrazia, paternità: quando è stato interpellato ha sempre detto quello che pensava. Dentro il libro-testamento poi ci sono anche Bellow e Larkin e poi il suo Bff, Christopher Hitchens, altro intellettuale che sembrava non avesse nulla da perdere quando parlava e scriveva. Morto per lo stesso tumore nel 2011, di lui scrive che «è l’unica persona con cui potessi essere completamente onesto». Sulla copertina della versione inglese del libro, ci sono loro due, e viene fuori guardandoli l’elemento struggente del libro. Due amici che ridono e pensano e fumano. Iconoclastia e martini. 

La differenza tra gli americani e gli inglesi si potrebbe vedere nelle differenze con cui Philip Roth e Martin Amis hanno salutato i loro lettori e il mondo. Roth ha ingaggiato Blake Bailey, biografo già di John Cheever e di Richard Yates, dandogli accesso totale agli archivi, per scrivere la sua biografia definitiva, il volumone accademico-divulgativo che tiene conto di ogni istante, di ogni incontro, di ogni recensione. Amis ha scritto un libro che non si capisce se è più divertente, istruttivo o commovente, che dice di essere un romanzo ma è forse un inno all’amicizia, un omaggio ai maestri, una chiacchierata sulla propria famiglia e sullo stato del mondo. 

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