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In Inghilterra vogliono costruire nuove case popolari per risolvere la crisi abitativa ma c’è un problema: molti dei terreni su cui costruire sono occupati dai campi da golf Il governo Starmer vuole costruire un milione e mezzo di case nei prossimi cinque anni. Ma lo spazio è poco e da qui l'idea di usare i campi da golf.
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Un tribunale cinese ha stabilito che le aziende non possono licenziare i lavoratori per sostituirli con l’AI «L’intelligenza artificiale dovrebbe essere utilizzata per creare lavoro, promuovere l’occupazione e migliorare i salari», si legge nella sentenza.
Palantir ha lanciato la sua giacca da lavoro anche se nessuno l’ha chiesta e nessuno la vuole Anche perché non costa neanche poco: 239 dollari per un oggetto brandizzato da una delle aziende più controverse e criticate del mondo.
Fred Again ha messo tutti i pezzi che ha suonato nel suo USB002 tour in un video lungo 108 ore e l’ha pubblicato su YouTube Secondo gli storici di YouTube, è il video più lungo mai pubblicato dalla piattaforma. Anche uno dei più belli, ci permettiamo di aggiungere.
Costruirsi un cyberdeck è diventata l’ultima forma di protesta contro la prepotenza di Big Tech Sono piccoli computer "artigianali", costruiti con pezzi vecchi, economici e di seconda mano, e personalizzati in ogni modo possibile e immaginabile.
Tolti gli Stati Uniti, l’Italia è il Paese in cui Il diavolo veste Prada 2 sta incassando di più in tutto il mondo Il film sta infrangendo record su record al botteghino italiano: ha già superato il milione di presenze in un solo fine settimana di programmazione.
Si è svolta in Colombia la prima conferenza dei Paesi che vogliono abbandonare per sempre i combustibili fossili Vi hanno preso parte 57 Paesi (compresa, a sorpresa, l'Italia). L'obiettivo è liberarsi della dipendenza dal fossile immediatamente.

Marcello Maloberti, le parole come Martellate

La personale dell'artista è un autoritratto sottoforma di una sequenza di frasi istintive e bambinesche: fino al 25 aprile alla Triennale di Milano.

28 Marzo 2022

“L’autoritratto è tutto quello che non decido io”, scrive Marcello Maloberti. Ed è proprio dall’idea di realizzare una sorta di autoritratto che nasce la sua mostra personale alla Triennale di Milano a cura di Damiano Gullì. Oltre venti opere prelevate da una sterminata produzione, frasi in pennarello nero su fogli bianchi che raccontano trent’anni di carriera di uno fra i più affermati artisti italiani. Il titolo restituisce lo sforzo di una ricerca ossessiva sull’uso della parola, o meglio, sull’uso di una terza lingua, quella che incrocia la volatilità del suono con la materialità della scultura: Martellate. Questo sostantivo, che per l’artista è anche un orizzonte individuale («il mio nome, Marcello, deriva dal latino e significa “martello”», precisa), satura la parete d’ingresso, si ripete e si ripete con una calligrafia in apparenza elementare, estemporanea, la cui solidità però è evidente anche nelle opere esposte. Infatti, una volta entrati nella sala dell’Impluvium, le frasi comunicano senza rispettare un programma, senza curarsi dei rapporti di causa ed effetto. Sgorgano, semplicemente. Ed è qui il punto forte della mostra, e in generale della pratica artistica di Maloberti, da sempre abituato a muoversi fra più linguaggi, dalla performance all’installazione, dall’arte pubblica e relazionale al collage: ecco, il suo punto di forza sta nell’imprevedibilità. Nel generare eccezioni. Negli strappi di libertà. “Essere nel dimenticato dove ero” oppure “Inciampare oro” dimostrano quanto Maloberti non ambisca a scovare la frase migliore, ineccepibile, piuttosto quanto si serva delle parole per fare sua ogni frase. E grazie a tale appropriazione le Martellate non si possono anticipare, non si possono predire, nemmeno una volta letto l’inizio.

“Pontormo tutto un giorno”. Che cos’è? Una filastrocca o una trovata da influencer. L’affermazione di un’intelligenza artificiale. Un ambiguo slogan pubblicitario. Un verso di poesia concreta. Nient’affatto: “Pontormo tutto un giorno” è qualcosa su cui potremmo discutere per ore senza trovare un accordo perché, probabilmente, l’errore starebbe proprio nel tentativo di cercare una spiegazione, una posologia, laddove l’opera viaggia in senso opposto, e cioè si apre, si propaga senza imbastire una trama. Questa frase è un colpo unico, una Martellata. Perciò, nella mostra, non esiste un percorso né un senso di lettura. Lo sviluppo non è lineare. Manca una cronologia. Il criterio semmai è inseguire delle pagine sparse dal vento. L’artista indugia molto sulla qualità sonora delle frasi, che definisce “a voce scritta”, da un lato per l’intervento di Lydia Mancinelli diffuso in sottofondo; dall’altro per la scelta di allestire le opere lasciando dei vuoti nelle pareti, delle pause, proprio come in una partitura musicale. Il rapporto fra vuoti e i pieni è un dilemma che non riguarda soltanto quest’ultimo capitolo bensì attraversa tutta la carriera di Maloberti, ed è così, mischiandosi, che suono e scultura creano una terza lingua.

La discontinuità di “Il pavimento si legge” dimostra che il mondo segue altre regole. Si ribalta. Finché, mormorando e mormorando la frase, così solitaria e terribile, emerge qualcosa che rivela ulteriori possibilità. Quali? Non per pigrizia, o per un’idea d’arte fine a se stessa, però è poco utile pretendere di stabilire in quale senso “il pavimento si legge”. Non è questo lo scopo di un’asserzione quasi enciclopedica, che contiene decine di implicazioni. Che il pavimento si possa leggere sembra plausibile per poi dimostrarsi falso e nuovamente plausibile. In sostanza, dice Maloberti, il mondo – così come l’Io – non si sceglie. Il mondo e l’Io dipendono dagli altri. E infatti nella mostra si avvicendano momenti privati, statement artistici, prese in giro, epifanie e persino provocazioni (“Io sono Pier Paolo Pasolini”), insomma si avvicenda tutto ciò in cui l’artista rivede se stesso. Sembrerà banale, eppure, proprio come nella vita, per sopravvivere a una scarica di botte, vere e proprie martellate in questo caso, bisogna saperle prendere una alla volta senza domandarsi il perché.

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