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LuisaViaRoma, una delle storiche mete dello shopping italiano, è in grave crisi L'azienda ha chiesto al Tribunale 60 giorni di tempo per presentare un piano di risanamento e ripagare i debiti. Nel frattempo i dipendenti hanno scioperato e i sindacati parlano di «scelte manageriali non adeguate».
A Seoul c’è un club del libro in cui si leggono i libri mentre si ascolta la techno «Ritmi ripetitivi e suoni minimali aiutano a immergersi più a fondo nella lettura», dicono gli organizzatori di questo curioso club del libro.
Sui profili social della Casa Bianca sono apparsi degli inquietanti post di cui nessuno sta capendo né il senso né lo scopo Foto sgranatissime, video incomprensibili, una musica che se ascoltata al contrario riproduce il messaggio «exciting announcement tomorrow».
Sta per arrivare un musical di Trainspotting con canzoni scritte da Irvine Welsh La prima è prevista per luglio al Theatre Royal Haymarket di Londra, giusto il tempo di far finire a Welsh tutte le canzoni a cui sta lavorando.
Nella guerra in Iran, per la prima volta nella storia i data center privati sono stati attaccati in quanto obiettivi militari legittimi I Pasdaran hanno iniziato a colpire i data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, sostenendo che gli attacchi di Usa e Israele passano anche da quelle strutture.
Per la sorpresa di nessuno, la persona più contenta della decisione del CIO di escludere le donne trans dalle gare olimpiche femminili è J.K. Rowling La decisione del Cio l'ha talmente entusiasmata che si è persino dimenticata di commentare il trailer della nuova serie di Harry Potter.
Gregory Bovino, il famigerato capo dell’operazione anti immigrazione di Minneapolis, è andato in pensione e ha detto che il suo unico rimpianto è non aver espulso più immigrati Dopo la disastrosa operazione nelle Twin Cities, Bovino era stato declassato e rinnegato dall'amministrazione Trump. Ora va in pensione, rivendicando tutto.

Marcello Maloberti, le parole come Martellate

La personale dell'artista è un autoritratto sottoforma di una sequenza di frasi istintive e bambinesche: fino al 25 aprile alla Triennale di Milano.

28 Marzo 2022

“L’autoritratto è tutto quello che non decido io”, scrive Marcello Maloberti. Ed è proprio dall’idea di realizzare una sorta di autoritratto che nasce la sua mostra personale alla Triennale di Milano a cura di Damiano Gullì. Oltre venti opere prelevate da una sterminata produzione, frasi in pennarello nero su fogli bianchi che raccontano trent’anni di carriera di uno fra i più affermati artisti italiani. Il titolo restituisce lo sforzo di una ricerca ossessiva sull’uso della parola, o meglio, sull’uso di una terza lingua, quella che incrocia la volatilità del suono con la materialità della scultura: Martellate. Questo sostantivo, che per l’artista è anche un orizzonte individuale («il mio nome, Marcello, deriva dal latino e significa “martello”», precisa), satura la parete d’ingresso, si ripete e si ripete con una calligrafia in apparenza elementare, estemporanea, la cui solidità però è evidente anche nelle opere esposte. Infatti, una volta entrati nella sala dell’Impluvium, le frasi comunicano senza rispettare un programma, senza curarsi dei rapporti di causa ed effetto. Sgorgano, semplicemente. Ed è qui il punto forte della mostra, e in generale della pratica artistica di Maloberti, da sempre abituato a muoversi fra più linguaggi, dalla performance all’installazione, dall’arte pubblica e relazionale al collage: ecco, il suo punto di forza sta nell’imprevedibilità. Nel generare eccezioni. Negli strappi di libertà. “Essere nel dimenticato dove ero” oppure “Inciampare oro” dimostrano quanto Maloberti non ambisca a scovare la frase migliore, ineccepibile, piuttosto quanto si serva delle parole per fare sua ogni frase. E grazie a tale appropriazione le Martellate non si possono anticipare, non si possono predire, nemmeno una volta letto l’inizio.

“Pontormo tutto un giorno”. Che cos’è? Una filastrocca o una trovata da influencer. L’affermazione di un’intelligenza artificiale. Un ambiguo slogan pubblicitario. Un verso di poesia concreta. Nient’affatto: “Pontormo tutto un giorno” è qualcosa su cui potremmo discutere per ore senza trovare un accordo perché, probabilmente, l’errore starebbe proprio nel tentativo di cercare una spiegazione, una posologia, laddove l’opera viaggia in senso opposto, e cioè si apre, si propaga senza imbastire una trama. Questa frase è un colpo unico, una Martellata. Perciò, nella mostra, non esiste un percorso né un senso di lettura. Lo sviluppo non è lineare. Manca una cronologia. Il criterio semmai è inseguire delle pagine sparse dal vento. L’artista indugia molto sulla qualità sonora delle frasi, che definisce “a voce scritta”, da un lato per l’intervento di Lydia Mancinelli diffuso in sottofondo; dall’altro per la scelta di allestire le opere lasciando dei vuoti nelle pareti, delle pause, proprio come in una partitura musicale. Il rapporto fra vuoti e i pieni è un dilemma che non riguarda soltanto quest’ultimo capitolo bensì attraversa tutta la carriera di Maloberti, ed è così, mischiandosi, che suono e scultura creano una terza lingua.

La discontinuità di “Il pavimento si legge” dimostra che il mondo segue altre regole. Si ribalta. Finché, mormorando e mormorando la frase, così solitaria e terribile, emerge qualcosa che rivela ulteriori possibilità. Quali? Non per pigrizia, o per un’idea d’arte fine a se stessa, però è poco utile pretendere di stabilire in quale senso “il pavimento si legge”. Non è questo lo scopo di un’asserzione quasi enciclopedica, che contiene decine di implicazioni. Che il pavimento si possa leggere sembra plausibile per poi dimostrarsi falso e nuovamente plausibile. In sostanza, dice Maloberti, il mondo – così come l’Io – non si sceglie. Il mondo e l’Io dipendono dagli altri. E infatti nella mostra si avvicendano momenti privati, statement artistici, prese in giro, epifanie e persino provocazioni (“Io sono Pier Paolo Pasolini”), insomma si avvicenda tutto ciò in cui l’artista rivede se stesso. Sembrerà banale, eppure, proprio come nella vita, per sopravvivere a una scarica di botte, vere e proprie martellate in questo caso, bisogna saperle prendere una alla volta senza domandarsi il perché.

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