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È uscita la prima immagine di Paul Mescal, Barry Keoghan, Harris Dickinson e Joseph Quinn nei panni dei Beatles e in tanti li trovano piuttosto buffi Hanno colpito molto soprattutto la scodella e i baffoni sfoggiati da Barry Keoghan, che nella saga diretta da Sam Mendes sarà Ringo Starr.
L’IDF ha confermato che i morti a Gaza sono almeno 70 mila, la stessa cifra riportata dal ministero della Salute della Striscia Finora, il numero di 71,667 non era stato considerato credibile da alcuni perché fornito da Hamas. Adesso anche l'esercito israeliano lo conferma.
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Nel sottosuolo di Niscemi c’è un sistema di rilevamento delle frane di cui tutti si sarebbero “dimenticati” per 20 anni Lo si è scoperto grazie a un'inchiesta della Stampa, secondo la quale gli strumenti di rilevamento sarebbero stati installati e poi abbandonati.
Un uomo ha tentato di far evadere dal carcere Luigi Mangione usando un forchettone da barbecue e una rotella tagliapizza L'improbabile colpo tentato da un ex pizzaiolo noto alle autorità si è concluso con la sua incarcerazione nella stessa prigione di Mangione.

Marcello Maloberti, le parole come Martellate

La personale dell'artista è un autoritratto sottoforma di una sequenza di frasi istintive e bambinesche: fino al 25 aprile alla Triennale di Milano.

28 Marzo 2022

“L’autoritratto è tutto quello che non decido io”, scrive Marcello Maloberti. Ed è proprio dall’idea di realizzare una sorta di autoritratto che nasce la sua mostra personale alla Triennale di Milano a cura di Damiano Gullì. Oltre venti opere prelevate da una sterminata produzione, frasi in pennarello nero su fogli bianchi che raccontano trent’anni di carriera di uno fra i più affermati artisti italiani. Il titolo restituisce lo sforzo di una ricerca ossessiva sull’uso della parola, o meglio, sull’uso di una terza lingua, quella che incrocia la volatilità del suono con la materialità della scultura: Martellate. Questo sostantivo, che per l’artista è anche un orizzonte individuale («il mio nome, Marcello, deriva dal latino e significa “martello”», precisa), satura la parete d’ingresso, si ripete e si ripete con una calligrafia in apparenza elementare, estemporanea, la cui solidità però è evidente anche nelle opere esposte. Infatti, una volta entrati nella sala dell’Impluvium, le frasi comunicano senza rispettare un programma, senza curarsi dei rapporti di causa ed effetto. Sgorgano, semplicemente. Ed è qui il punto forte della mostra, e in generale della pratica artistica di Maloberti, da sempre abituato a muoversi fra più linguaggi, dalla performance all’installazione, dall’arte pubblica e relazionale al collage: ecco, il suo punto di forza sta nell’imprevedibilità. Nel generare eccezioni. Negli strappi di libertà. “Essere nel dimenticato dove ero” oppure “Inciampare oro” dimostrano quanto Maloberti non ambisca a scovare la frase migliore, ineccepibile, piuttosto quanto si serva delle parole per fare sua ogni frase. E grazie a tale appropriazione le Martellate non si possono anticipare, non si possono predire, nemmeno una volta letto l’inizio.

“Pontormo tutto un giorno”. Che cos’è? Una filastrocca o una trovata da influencer. L’affermazione di un’intelligenza artificiale. Un ambiguo slogan pubblicitario. Un verso di poesia concreta. Nient’affatto: “Pontormo tutto un giorno” è qualcosa su cui potremmo discutere per ore senza trovare un accordo perché, probabilmente, l’errore starebbe proprio nel tentativo di cercare una spiegazione, una posologia, laddove l’opera viaggia in senso opposto, e cioè si apre, si propaga senza imbastire una trama. Questa frase è un colpo unico, una Martellata. Perciò, nella mostra, non esiste un percorso né un senso di lettura. Lo sviluppo non è lineare. Manca una cronologia. Il criterio semmai è inseguire delle pagine sparse dal vento. L’artista indugia molto sulla qualità sonora delle frasi, che definisce “a voce scritta”, da un lato per l’intervento di Lydia Mancinelli diffuso in sottofondo; dall’altro per la scelta di allestire le opere lasciando dei vuoti nelle pareti, delle pause, proprio come in una partitura musicale. Il rapporto fra vuoti e i pieni è un dilemma che non riguarda soltanto quest’ultimo capitolo bensì attraversa tutta la carriera di Maloberti, ed è così, mischiandosi, che suono e scultura creano una terza lingua.

La discontinuità di “Il pavimento si legge” dimostra che il mondo segue altre regole. Si ribalta. Finché, mormorando e mormorando la frase, così solitaria e terribile, emerge qualcosa che rivela ulteriori possibilità. Quali? Non per pigrizia, o per un’idea d’arte fine a se stessa, però è poco utile pretendere di stabilire in quale senso “il pavimento si legge”. Non è questo lo scopo di un’asserzione quasi enciclopedica, che contiene decine di implicazioni. Che il pavimento si possa leggere sembra plausibile per poi dimostrarsi falso e nuovamente plausibile. In sostanza, dice Maloberti, il mondo – così come l’Io – non si sceglie. Il mondo e l’Io dipendono dagli altri. E infatti nella mostra si avvicendano momenti privati, statement artistici, prese in giro, epifanie e persino provocazioni (“Io sono Pier Paolo Pasolini”), insomma si avvicenda tutto ciò in cui l’artista rivede se stesso. Sembrerà banale, eppure, proprio come nella vita, per sopravvivere a una scarica di botte, vere e proprie martellate in questo caso, bisogna saperle prendere una alla volta senza domandarsi il perché.

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