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Valerio Lundini, il nonsense e la tv come rito collettivo

Intervista all'autore e comico di Una Pezza di Lundini, tra tv generalista e internet.

03 Novembre 2020

A un certo punto, in quella che si definisce seconda serata anche se ormai è la terza, facendo zapping potreste incappare in Una Pezza di Lundini, su Rai 2 e RaiPlay. Uso il condizionale perché l’orario è un po’ variabile e su questo anche lui ironizza. Insomma incapperete in un susseguirsi di sketch comici ma non del tutto comici, o meglio non da subito. Perché a Valerio Lundini piace la comicità surreale, quella che per un minuto ti fa vedere un signore che racconta della sua malattia di non distinguere i muri dai treni ad alta velocità per poi portarvi dove vuole lui: a quell’attimo dove tutto si svela e allora non rimane che ridere improvvisamente e senza remore, mandandolo anche un po’ a quel paese pensando a come cavolo gli sarà venuto in mente una roba del genere. È il nonsense, la comicità surreale che ha portato un’inaspettata boccata d’aria fresca a quella che molto spesso ci sembra una battaglia ormai perduta: vedere qualcosa di bello in tv. In realtà c’era già riuscito con Battute? lo scorso anno. Sempre Rai 2, sempre Valerio Lundini (ed Emanuela Fanelli) nel cast, sempre Giovanni Benincasa l’ideatore (e autore di numerosi programmi tv come Carramba!Quelli che il calcio, e collaboratore dei programmi radio di Fiorello). Lo stesso che ha voluto titolare il programma Una pezza di Lundini. «Ci tengo a dirlo per evitare che mi si pensi come un semi sconosciuto per giunta mitomane» precisa. Valerio Lundini, classe 1986, romano che prova a non parlare in romano «Ci provo ma poi mi riascolto e sento che un po’ si sente» (eh sì, un po’ si sente), è quello che una volta si sarebbe definito “mattatore” di un programma che vive anche grazie alle gag condivise il giorno dopo sui social. Lavorando in maniera carsica, insomma, come il nonsense, dopotutto.

Quando hai capito che avresti fatto il comico?
Non ho mai pensato di farlo io in prima persona, infatti ho iniziato come autore. Poi facendo musica con degli amici – gli stessi che suonano all’interno del programma – capitava che dal vivo venissero fuori degli sketch comici, cosa che si è rafforzata scrivendo fumetti e racconti. È nato un po’ tutto per caso, insomma, le cose che più mi divertivo a fare erano quelle a sfondo comico.

Un po’ come le star che da sconosciute vengono notate per strada, per caso.
In realtà probabilmente mi ha sempre divertito la finzione, l’inventare storie, soprattuto quelle con un risvolto surreale e quindi comico. Fin da piccolo ho guardato tanta tv, dove davano a ripetizione certi film come Una Pallottola spuntata, quindi sono cresciuto con quella comicità basata sulla serietà, mai sul tormentone o sulla battuta di pancia.

Leslie Nielsen dunque è un tuo modello? Chi altri?
Come dicevo la tv anni Novanta e poi Mel Brooks, anche se poi magari quello che faccio io poi può alla fine non c’entrare molto. Diciamo che mi ha sempre affascinato molto la parodia di altri film, cosa che adesso probabilmente sembrerebbe molto strana.

Perché?
Boh, è qualcosa che oggi mi sembrerebbe ridicola, infatti chi ci ha provato negli ultimi anni per me ha portato a casa risultati orribili. Forse all’epoca c’era molto di più la differenza tra il serio e il faceto, invece adesso anche nei film con i supereroi, ad esempio, c’è un forte elemento di ironia, per cui forse la parodia non è più necessaria.

Non è un caso allora se spesso i tuoi sketch non siano immediatamente interpretati come comici. Spesso all’inizio sembrano veri servizi o vere interviste. Penso ad esempio all’intervista ad Andrea Delogu a cui in molti poi nei social hanno scritto per solidarizzare.
All’inizio in realtà credevo sarebbero state molte di più le persone che avrebbero trovato complesso distinguere le gag comiche dalle cose vere, invece è successo soltanto in qualche occasione, come nel caso di Delogu. Per assurdo tra tutte le interviste quella era quella più palesemente combinata. C’era un’escalation di cose sempre più assurde per cui non me lo aspettavo, però di base sono molto contento quando succede.

Sei contento?
Per me quando accade è bellissimo.

Ma secondo te perché succede?
Non essendo abituati a vedere in tv cose un po’ più “strane” o quantomeno non pilotate dalla reazione desiderata, come potrebbe essere la risata del pubblico, gli spettatori sono più portati a credere che quello che vedono sia vero, o che comunque abbia la pretesa di sembrarlo.

Forse anche perché la comicità in tv per anni è stata fatta da tormentoni.
Sì, certo. Però per fortuna il programma sta andando bene. Gli ascolti sono altalenanti anche perché la messa in onda non è mai chiara, però su RaiPlay sta andando benissimo. Con Benincasa abbiamo pensato a un programma comico senza pubblico. Inizialmente il motivo era il Coronavirus, ma in realtà a me piace molto quel silenzio, quella mancanza di cornice che rende il programma quello che è.

Il linguaggio della tv oggi non offre più alternative?
Secondo me non è un problema delle televisione. Spesso è il capro espiatorio di quando si parla delle cose che cambiano. È un fatto che tutti noi guardiamo la tv molto meno rispetto di prima. Ma che molti giovani non la vedano non è la conseguenza del palinsesto che non piace, ne è anche la causa. È comodo dire “In Tv non c’è niente per noi giovani” però se i giovani non se la guardano nemmeno quando fanno le cose per loro, allora perché le devono fare quando magari c’è mia nonna che vuole vedere un’altra cosa? Lei c’è, sta lì, col telecomando in mano. Non possiamo lamentarci se al circolo di bocce non mettono la musica house.

Beh prima in tv c’erano i fratelli Guzzanti.
Quando c’era l’egemonia della tv c’erano tante cose brutte, ma c’erano anche un sacco di cose belle, che venivano imposte. Il pubblico a quella certa ora stava davanti alla tv. Se alle nove di sera l’unico programma comico era quello coi fratelli Guzzanti, anche l’analfabeta in qualche modo se lo vedeva. E questa cosa qui dopo un po’ la capiva e gli piaceva. La tv aveva una sorta di funzione educativa. Era un po’ come dire: “Vi vedete un giorno Drive-In e il giorno dopo Avanzi”. Era un equilibrio che funzionava. Adesso la tv fa ancora delle cose buone ma anche delle cose cattive, ma soprattutto c’è internet, che non impone ma si adegua. I video che hanno più visualizzazioni sono quelli che  più seguono quello che il pubblico si aspetta. Per cui se al pubblico fa ridere il meme su qualcosa di trucido, si faranno video trucidi. Purtroppo il problema, se vogliamo trovarlo, è sempre nel pubblico e di chi si adegua al pubblico.

Però i social aiutano ad esempio a veicolare cose che magari nascono su altri media, come nel caso del tuo programma. Io in effetti ho scoperto Una Pezza di Lundini per lo sketch “No Tav” che girava su Instagram.
Siccome metto tante cose online si potrebbe dedurre che sono uno che ci sta tanto, in realtà ci sto come gli altri. Ad esempio Instagram ho iniziato a usarlo tardi e mettevo cose che facevano ridere me e i miei amici, che poi spesso sono andate meglio rispetto a quelle troppo pensate. Purtroppo spesso c’è una ricerca del consenso del pubblico, si vede che c’è la voglia di compiacerlo e dopo un po’ diventa agghiacciante.

Hai sentito, scrivendo per la tv, la pressione del politicamente corretto?
Io non sono uno che ha l’esigenza di sgravare o di spararla grossa. Sono dell’idea che se una cosa ti funziona in testa e non c’è un messaggio negativo allora quella cosa va bene, può contenere una bestemmia ma è funzionale al messaggio. In tv chiaramente non la si mette, è una censura che sono felice di accettare. Molti ora, forti dell’esempio americano, pensano che per essere moderni si debba parlare di sperma, di ebrei e di olocausto. A me non è mai fregato nulla di far ridere con questo.

Non ti hanno mai censurato qualcosa a Una Pezza di Lundini?
In televisione non mi hanno censurato niente. Durante un’intervista c’era disegnata su uno schermo una svastica a caratteri cubitali e io stesso ho detto “Siamo sicuri?”. Nessuno ha battuto ciglio. Forse è la seconda serata, ma lo sappiamo che basta uno che fa lo screenshot del programma dell’episodio con la svastica e lo posta su Facebook per andare incontro a casini.

Infatti oggi spesso il nonsense in Italia va a finire in radio o nei teatri. Penso a 610 di Lillo&Greg o al Programmone di Nino Frassica, di cui sei autore.
Sì, in effetti forse è un po’ un azzardo, ma ci sta. In realtà di Frassica non sono autore, mi ha visto e mi ha chiamato per fare qualche sketch con lui nel Programmone che purtroppo hanno sospeso, mentre di Lillo&Greg sono proprio co-autore e amico. Anche per questo tutti e tre hanno fatto dei camei nel mio programma. Anche Emanuela Fanelli, ad esempio, l’ho conosciuta proprio a 610 e l’ho ritrovata in Battute?, poi Benincasa l’ha voluta nel programma. È una delle poche persone che mi fanno ridere.

Chi ti fa ridere oltre a Emanuela?
Adesso mi fanno ridere più o meno quelli che mi facevano ridere dieci anni fa.

ⓢ Dai.
È che sono miei amici e poi sembra che sia una cosa tra di noi ma te li dico lo stesso. Secondo me Edoardo Ferrario e Stefano Rapone sono bravissimi, Lo Sgargabonzi è uno dei più bravi in Italia, Antonio Rezza. Mi sono sempre piaciuti Max Tortora e Renato Pozzetto. Poi, anche se non è considerato un personaggio comico, Adriano Celentano secondo me in realtà lo è: il progetto Celentano dai suoi esordi ad oggi è un capolavoro. Non posso ritenere cringe – nonostante in molti lo pensino – uno che a ottant’anni pensa di fare un cartone animato su sé stesso. Potevi fare la serata in cui canti tutti i tuoi successi, e invece ti viene in mente di fare un cartone animato in cui sei un supereroe. Per me sei un mito.

Concludendo quindi, la tv generalista ha un futuro davanti a sé?
Spero di sì. Spero che esistano delle cose generalmente condivise, magari illuminate. Trovo bello che ci siano delle sere in cui tutti hanno visto quella cosa e se ne possa parlare il giorno dopo. Sennò poi diventa tutto troppo individuale: quello che si vede il canale YouTube, quello guarda i documentari, quello legge il blog. Poi così scompare l’immaginario condiviso. Spero sempre che ci sia un qualcosa di condiviso, come Sanremo.

Ti piacerebbe condurlo?
Non è la mia ambizione, ma non ci penserei due volte, ti danno pure un sacco di soldi.

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