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06:13 lunedì 30 marzo 2026
Il libro fotografico del reunion tour degli Oasis conterrà più di mille foto inedite Si intitola Oasis Live ‘25 Opus, uscirà a maggio e verrà venduto in diverse versioni, la più "ricca" delle quali costerà quasi 1500 euro.
LuisaViaRoma, una delle storiche mete dello shopping italiano, è in grave crisi L'azienda ha chiesto al Tribunale 60 giorni di tempo per presentare un piano di risanamento e ripagare i debiti. Nel frattempo i dipendenti hanno scioperato e i sindacati parlano di «scelte manageriali non adeguate».
A Seoul c’è un club del libro in cui si leggono i libri mentre si ascolta la techno «Ritmi ripetitivi e suoni minimali aiutano a immergersi più a fondo nella lettura», dicono gli organizzatori di questo curioso club del libro.
Sui profili social della Casa Bianca sono apparsi degli inquietanti post di cui nessuno sta capendo né il senso né lo scopo Foto sgranatissime, video incomprensibili, una musica che se ascoltata al contrario riproduce il messaggio «exciting announcement tomorrow».
Sta per arrivare un musical di Trainspotting con canzoni scritte da Irvine Welsh La prima è prevista per luglio al Theatre Royal Haymarket di Londra, giusto il tempo di far finire a Welsh tutte le canzoni a cui sta lavorando.
Nella guerra in Iran, per la prima volta nella storia i data center privati sono stati attaccati in quanto obiettivi militari legittimi I Pasdaran hanno iniziato a colpire i data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, sostenendo che gli attacchi di Usa e Israele passano anche da quelle strutture.
Per la sorpresa di nessuno, la persona più contenta della decisione del CIO di escludere le donne trans dalle gare olimpiche femminili è J.K. Rowling La decisione del Cio l'ha talmente entusiasmata che si è persino dimenticata di commentare il trailer della nuova serie di Harry Potter.
Gregory Bovino, il famigerato capo dell’operazione anti immigrazione di Minneapolis, è andato in pensione e ha detto che il suo unico rimpianto è non aver espulso più immigrati Dopo la disastrosa operazione nelle Twin Cities, Bovino era stato declassato e rinnegato dall'amministrazione Trump. Ora va in pensione, rivendicando tutto.

L’Italia e il muro europeo del 3%

Conta l'economia alla fine, e su questo terreno il governo è atteso alla prova della frustata del cavallo. Messe in campo tutte le riforme possibili, molti si pongono un interrogativo: non valeva forse la pena infischiarsene, come han fatto altri, dei rigidi parametri europei?

05 Novembre 2014

It’s the economy, stupid. Da un certo punto di vista non è un errore dire che il futuro del governo Renzi dipenda in buona parte dall’impatto reale che le sue riforme riusciranno a dare al mondo dell’economia. È la famosa teoria della frustata al cavallo: puoi promettere di far correre il cavallo quanto ti pare ma se poi non sei capace a frustarlo e il cavallo rimane al suo posto non potrai mai essere considerato un buon fantino.

Certo. Le riforme istituzionali, il Senato, il titolo V, la legge elettorale, la riforma della giustizia civile, e tutto il resto, sono ingredienti importanti e centrali del renzismo, e in fondo l’ex sindaco di Firenze è arrivato a Palazzo Chigi proprio perché forte di una promessa che il suo predecessore (Enrico Letta) non era in grado di poter mantenere: approvare nel minor tempo possibile alcune cruciali riforme insieme con un arco di forze politiche più ampio (ovvero, anche con Forza Italia) rispetto a quello di cui era dotato il suo predecessore. Tutto questo è vero ma è inutile prendersi in giro. Il successo del governo guidato dal segretario del Pd dipenderà infatti da tre dati: la capacità di far ripartire i consumi, la capacità di ridurre il tasso di disoccupazione, la capacità di incidere sulla crescita del paese.

Quando a marzo Renzi venne intervistato a Bersaglio Mobile da Enrico Mentana, il Presidente del Consiglio fissò tre obiettivi politici importanti: portare, entro la fine della legislatura, il Pd al 40 per cento; portare, entro la fine del 2014, il pil italiano tra lo 0,8 e l’uno per cento; portare, entro la fine dei mille giorni di governo, la disoccupazione a una cifra (dunque sotto il dieci per cento). Sul 40 per cento non si può dire che Renzi non abbia mantenuto la promessa (Europee 2014: Pd al 40,8 per cento). Sul resto la situazione è invece molto più complicata e, stando ai dati di questi giorni, promette di non essere meno complicata il prossimo anno. Le statistiche offerte lunedì dall’Istat ci dicono che l’effetto della manovra rischia di essere nullo il prossimo anno (nel 2013, quando l’Istat disse la stessa cosa della legge di stabilità del governo Letta, i renziani si affrettarono a dire che la legge di stabilità non può essere concepita solo per garantire la stabilità, ricordate?).

La Commissione Ue ha rivisto ieri al ribasso le stime di crescita dell’Italia e dell’intera Eurozona (secondo Bruxelles, l’anno prossimo l’indebitamento del nostro paese arriverà al suo massimo storico, circa il 133,8% del pil). Le previsioni arrivate dall’ufficio parlamentare di bilancio sembrano essere più incoraggianti (la possibilità di portare il Tfr in busta paga potrebbe dare un aumento di 0,1 punti di Pil con una crescita di 2,7 miliardi dei consumi prevista nel 2015). Ma in tutto questo la domanda che si aggira minacciosa sopra la testa del governo non è tanto quali riforme Renzi avrebbe potuto fare che oggi ancora non ha fatto o che ha fatto con troppo ritardo ma è quanto Renzi avrebbe potuto osare in Europa più di quanto ha fatto finora.

Il Premier è stato magistrale nel trasformare una battaglia sui decimali in uno scontro di civiltà (il governo aveva promesso che avrebbe sforato il deficit dello 0,7, l’Europa ha chiesto di sforarlo dello 0,1, alla fine lo sforamento è stato dello 0,4). E’ stato furbo nel dare l’impressione di essere diventato l’alfiere della lotta contro i burocrati cattivi (ricordate la lettera segreta del temibilissimo commissario Katainen pubblicata sul sito del ministero del Tesoro?). Ma quando la minoranza del Pd (così come hanno fatto a vario titolo alcuni osservatori di altra estrazione come Corrado Passera e Carlo De Benedetti) contesta al Presidente del Consiglio di non aver osato sufficientemente in Europa e di non aver sfidato come avrebbe potuto i cattivi burocrati europei, siamo sicuri che abbia del tutto torto? E siamo sicuri che faccia bene il Presidente del Consiglio a rimanere, come ha fatto finora, in continuità con i suoi predecessori, dentro la rigida gabbia offerta dall’Unione europea? Quando in Europa paesi come la Francia scelgono di non rispettare il tetto del tre per cento. Quando paesi come la Spagna scelgono di non rispettare il tre per cento. Quando paesi come la Polonia e come la Slovenia – seppure con percorsi diversi – scelgono di non rispettare il tre per cento. E quando in fondo era lo stesso Renzi, nel suo programma elettorale presentato alle primarie giusto un anno fa, a dire che un governo coraggioso sarebbe stato un governo capace di superare il tre per cento (punto numero cinque del programma di Renzi). Testuale: “Solo cambiando, l’Italia può acquistare la forza e la credibilità necessarie per chiedere all’Europa di cambiare le sue regole e per fino i suoi paletti. A partire dal parametro del 3 per cento  nel rapporto deficit/pil; un parametro anacronistico”.

Renzi ha scelto invece di rimanere nella gabbia. Lo ha fatto con l’idea di poter contare sulla propria forza. Il ragionamento è chiaro: dipende tutto da me e dall’Italia. Ma proprio in virtù di questo ragionamento la conseguenza è ovvia: dipende tutto dal governo; ma se i suoi sforzi non dovessero rapidamente produrre dei risultati non ci sarebbero altre alternative, un domani, se non quella di andare a votare; e anche con una certa fretta. It’s the economy, stupid.

Foto: Mark Renders/Getty Images

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