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Scrivere di rock è come fare un’autopsia

Il racconto in prima persona di un pellegrinaggio nei luoghi delle sciagure, dei suicidi e degli omicidi celebri legati al mondo della musica.

10 Settembre 2018

Nel 2003 Chuck Klosterman sale in macchina e inizia un viaggio di ventuno giorni e diecimila chilometri attraverso gli Stati Uniti d’America. Lo fa per una buona ragione: perché Spin, la rivista musicale per cui lavora, gli ha commissionato un reportage sui morti illustri del rock’n’roll. Nel 2003 Klosterman ha trentuno anni, un passato vissuto tra Breckenridge, Minnesota (avete presente quelle cittadine sepolte nella neve in cui la vita si trascina blandamente finché non fa capolino un Lorne Malvo che coinvolge uno sprovveduto assicuratore in un assurdo piano criminale?) e una fattoria del North Dakota, e si è trasferito da appena un anno a New York, dove ha intrapreso la carriera di critico musicale ed esperto di cultura pop.

Il tema che il suo capo – una “bionda straordinaria” che si chiama Sia Michel – gli ha affidato non è tra i più originali: le morti del rock’n’roll sono il rock’n’roll, il che è come chiedere a uno storico delle religioni di farsi un giro sul Golgota per scrivere un reportage sulle morti illustri del cristianesimo. Ma Klosterman schiva i rischi legati alla convenzionalità del genere mettendo in campo tutto se stesso. L’assioma che sta alla base di questo lavoro è il seguente: la storia del rock è un miscuglio di leggende, mitologie, favole, e le leggende sono tali perché sono vere fino a un certo punto. Raccontare la storia del rock quindi è fare della fiction. Per aggiungere un livello di credibilità e di pathos che solo una storia vera si dimostrerebbe in grado di trasmettere occorre invece rivolgersi agli strumenti della non fiction. In particolare dando una marca di autenticità al testo, certificandone la referenzialità nel mondo reale attraverso il ricorso a una narrazione in prima persona e a uno stile quanto più personale possibile. Il risultato è Killing Yourself to Live: 85% of a True Story, uscito negli USA nel 2005 e riproposto ora in Italia da minimum fax con la traduzione di Maurizio Bartocci.

Morire per sopravvivere – Una storia vera all’85% in effetti è molto più di un classico reportage. Si apre con un’avvertenza: «Questa storia parla d’amore, di morte, di automobili, di narcisismo, dell’America, della sconsiderata glamourizzazione dell’uso ricreativo delle droghe, del non fare sesso, del mangiare grissini all’Olive Garden, del parlare agli sconosciuti, del provare nostalgia per un passato molto recente, di film che non avete mai visto, dei Kiss, dei Radiohead, di Rod Stewart, e – in misura minore – degli elefanti preistorici delle pianure del Midwest. Se questi argomenti non sono di vostro interesse, lasciate perdere questo libro».

È il tipo di linguaggio, di sentimento, di scrittura, di impostazione, di tono che di solito mi spinge a scaraventare il libro che sto leggendo contro un muro. Direi più in generale un atteggiamento nei confronti della scrittura – e vorrei dire della vita – disinvolto, smaccatamente intelligente, artificioso, ostentatamente cool, che sovente dopa molta letteratura americana, dal postmoderno alle correnti del New Journalism fino agli ipercelebrati reportage di David Foster Wallace (leggerete il nome di Wallace in qualsiasi, e dico qualsiasi, recensione a questo libro), ma anche un modo per ribadire: «Guardate tutti che vita bizzarra faccio, e quanto sono matto, e quanti modi conosco per dire in modo originale una cosa che non è per niente originale».

Un cartellone all’ingresso del Kurt Cobain Memorial Park di Aberdeen, Washington, oggi meta di pellegrinaggio dei fan (Sebastian Vuagnat/Afp/Getty Images)

Insomma, passaggi come questo: «Nella redazione di Spin la gente mi prende in giro perché vado al lavoro con i bermuda, insistendo sul fatto che così sembro un turista. Io me ne frego. In un certo senso siamo tutti turisti. In un certo senso, la vita stessa è turismo. Per quel che mi riguarda, i dinosauri hanno ancora il contratto d’affitto di questo sasso dimenticato da Dio».

Ma la questione in sé mi interessa a prescindere dalle pose bizzarre in cui troppo spesso indugia Klosterman. Mi interessa principalmente perché si parla di rock, e perché si parla dei luoghi in cui alcune delle più famose rockstar della storia sono morte. Perché ciò che non ho ancora detto è che il filo conduttore di questo libro, lo schema scelto da Klosterman per tratteggiare la sua personale epopea, è quello di andare a visitare i luoghi delle sciagure, dei suicidi e degli omicidi celebri legati al mondo della musica.

Quello che si va a comporre è un rosario di luoghi senza attrattiva, privi di qualsiasi fascino, in cui neppure l’aura del mito si è sedimentata, posti come la strada sterrata dietro a un pollaio che ha visto schiantarsi l’aereo dei Lynyrd Skynyrd; o la serra in cui Kurt Cobain inghiottì una cartuccia di fucile, demolita nel 1996 e trasformata nel frattempo in un semplice giardino; o ancora l’incrocio in cui Robert Johnson, il padre del blues, vendette l’anima al diavolo («Questo incrocio di oggi non assomiglia a niente: assomiglia (ma dai!) a due strade. C’è dell’orzo sparpagliato sul ciglio di entrambe, quindi deve essere questo il punto di transito per i camion di cereali locali. L’unico segno di riconoscimento è un cartellone che pubblicizza aggressivamente l’intervento microchirurgico di reversione della vasectomia»).

In effetti, come evidenzia lo stesso Klosterman, di solito i fan prediligono i luoghi di sepoltura. Alzi la mano chi, passando per Parigi al culmine dell’adolescenza, non si è seduto sulla tomba di Jim Morrison al Père Lachaise. Se ci penso, anch’io non ho mai sentito la necessità di visitare i luoghi in cui sono morti i miei miti. Unica eccezione qualche anno fa, quando stavo per prenotare una stanza nel residence “Le Rose” di Rimini, dove il giorno di San Valentino del 2004 fu ritrovato il corpo senza vita di Marco Pantani. Allora mi trattenne una sorta di pudore, poiché le mie intenzioni non erano animate da alcun istinto necrofilo, ma dalla volontà di comprendere l’humus in cui l’estrema solitudine di un uomo (uno dei più grandi campioni che lo sport italiano abbia mai avuto) si era consumata fino alla morte.

Questi luoghi lasciano molto a desiderare in fatto di attrattiva. In essi di rado si avverte la presenza del mito, quella vibrazione nell’aria che ci indica che lì una vita illustre è caduta. Ma ho sempre trovato che i reportage migliori siano quelli che raccontano luoghi e situazioni in cui non accade praticamente niente di speciale, la bravura dell’autore sta nel rendere interessante all’occhio del lettore proprio quel nulla. Esercizio che a Klosterman in effetti riesce come a pochi altri.

Ma Morire per sopravvivere è anche un’interessante meditazione sui temi della fama e della fortuna postuma: «La morte è l’unica garanzia per una rockstar di lasciare un’eredità che vada oltre un interesse passeggero. […] E io voglio capire perché è così. Voglio scoprire perché la scelta migliore che un musicista possa fare per la sua carriera sia quella di smettere di respirare». Si parte dalla sindrome di Cotard, che è la sindrome di cui sono affette le persone che credono di essere già morte. Sindrome di cui lo stesso Klosterman teme di essere affetto. In questo senso Morire per sopravvivere diventa una moderna Commedia in cui un uomo che si crede già morto va a visitare le anime dannate del rock.

Sid Vicious suona con i Vicious White Kids all’Electric Ballroom di Londra il 15 agosto 1978 (Aubrey Hart/Evening Standard/Getty Images)

Tempo fa con un’amica facevamo un gioco macabro. Immaginavamo quale potesse essere la canzone perfetta per suicidarsi, ossia la canzone capace di ricreare il giusto pathos, un livello così intenso di commozione da garantire all’aspirante suicida un epico trapasso. Non avevamo nessuna intenzione di suicidarci, era piuttosto un’osservazione sulle capacità evocative delle canzoni. Nel mio caso il titolo se lo aggiudicò, senza troppa fantasia, Song To Say Goodbye dei Placebo. Non ricordo la canzone che prevalse nella speciale classifica della mia amica. Klosterman, da parte sua, sceglie inaspettatamente un pezzo di Beyoncé, Crazy In Love, e ricorda che Elizabeth Wurtzel, in Prozac Nation, scrive che avrebbe voluto tenere in sottofondo Strawberry Fields Forever qualora avesse deciso di tagliarsi le vene dei polsi nella vasca da bagno.

Ma in questo libro, oltre alla morte, c’è l’amore. O meglio, gli amori tormentati di Klosterman. L’amore in effetti sembra il problema più grande con cui ha a che fare il trentunenne Klosterman nei ventuno giorni della sua peregrinazione lungo i sacrari della musica leggera americana. Uno che ogni volta che prova amore, prova inconsciamente anche eccessi di rabbia, e al quale diventa sempre più difficile distinguere fra le due emozioni. Non è un caso che, oltre alla morte, gli altri due vertici che compongono il sacro triangolo del rock’n roll siano proprio l’amore e la rabbia.

Quest’estate ho girato alcuni tra i migliori festival rock italiani. Parliamo di festival che mi hanno dato la sensazione di vivere un’evasione temporale, poiché in essi ho ritrovato intatto lo spirito della mia gioventù. Come a dire: in vent’anni nulla è cambiato. Ma allora il rock è morto per davvero o si è solo cristallizzato? C’è chi dice che il rock’n roll sia come un fiume carsico che nel corso della sua storia periodicamente si inabissa per poi riemergere in forme nuove. E c’è chi dice che la decadenza sia una delle peculiarità che rendono il rock tanto affascinante. Insomma, il rock è bello perché è sempre sul punto di morire, o, stirando il ragionamento all’estremo, perché il morire è in sé un gesto rock.

E allora non c’è un modo migliore di questo per andare al cuore dell’annosa questione; ossia, se il rock è morto, andiamo a visitare il luogo in cui è spirato, o meglio, i luoghi in cui il rock, di volta in volta, è stato assassinato, si è suicidato, si è schiantato, è affogato, e tutte le meravigliose, tragiche, brutali, perverse varianti attraverso cui si è eternato.

L’intuizione – o se volete il colpo di genio – appare a pagina 80 del libro. Klosterman è nel North Carolina, in una città che si chiama Concorde. Si registra in un albergo, prende possesso della stanza, dopodiché decide di infilarsi le Nike da running, un paio di bermuda, la maglietta dei Weezer ed esce a correre. Ma subito gli sorge un timore: «Se morissi qui», si domanda, «quanto tempo ci vorrebbe prima che qualcuno mi trovasse?». E giù una pioggia di considerazioni sull’infarto immaginario che lo stende dietro la collina, le possibili reazioni dei colleghi, dei coinquilini, delle sue donne. Per concludere infine con quello che a mio avviso sarebbe l’epitaffio perfetto da apporre sulla lapide del rock: «Non voglio morire, ma certamente adoro l’idea di essere morto».

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