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Berlino d’Italia

Due romanzi usciti di recente, Gli annegati e Lingua madre, parlano entrambi di italiani a Berlino, ma raccontano due città diverse.

29 Aprile 2021

Secondo il sito ufficiale della città di Berlino (dati del 2019), il 21 percento della popolazione della città è di origine straniera. Le provenienze più diffuse, dopo quella autoctona, sono quella turca, polacca e siriana, ma in totale le nazionalità presenti nella capitale tedesca sono più di 190. Al quinto posto di questa classifica si trovano gli italiani, con circa 32.000 residenti in maniera ufficiale, che possono cioè testimoniare di avere la preziosissima Anmeldung, la registrazione al comune della città, che dà accesso a lussi inusitati come il test antigenico per il Covid gratuito una volta a settimana.

Le conseguenze di questo alto tasso di italianità si ripercuotono in maniera importante sull’esistenza di una vita culturale legata al mondo italiano molto variegata: ci sono cinema che offrono l’intero programma in italiano, ci sono almeno due librerie italiane, ci sono corsi di scrittura creativa in italiano, esistono almeno un giornale ed un magazine culturale scritti interamente in italiano e con sede a Berlino.

Eppure ho sempre avuto la netta sensazione che ci fosse una specie di timore reverenziale per questa città da un punto di vista della produzione letteraria in tempi recenti, come se in un posto così non ci fosse il potenziale per mettere in scena una storia italiana con tutti i crismi, oppure, al contrario, ce ne fosse così tanto da essere persino troppo da gestire tutto in una storia. Infatti il Berghain, le droghe, la techno, i parchi, le piste ciclabili, la cancelliera, i turchi, i rave, i kebabbari, le start-up, la Willkommenspolitik sono potenzialmente una grandissima fucina, se si sa come disporne, ma il rischio insito è che tutto questo carburante letterario si trasformi in una accozzaglia di luoghi comuni se non si sa come gestirli.

E invece, in tempi recenti, sono arrivate due storie che ci raccontano almeno due dei volti di Berlino, e lo fanno con due voci diverse, quasi opposte e che, neanche a farlo apposta, dividono ancora una volta questa città a metà. Nel suo romanzo di esordio Gli annegati (Il Saggiatore), Lorenzo Monfregola ci racconta una storia berlinese picaresca che mette in scena un tableaux vivant di momenti caratterizzati da uno sguardo acuto e filtrato da una lente che si focalizza sulle dinamiche politiche e sociali di questa città.

Arthur Cipriani è un online Marketing Manager che decide di tornare a Berlino per risolvere un momento cruciale della sua vita ed elegge la capitale tedesca a luogo designato per la sua personalissima rinascita. Questo ritorno però è più complesso del previsto. Nella scena che apre il romanzo, non appena arriva in città, Cipriani si trova immerso nella Sprea, è ferito e non si ricorda più perché. Ma è quando riesce a riemergere dal fiume che ha inizio un viaggio nella Berlino Est che a tappe aiuterà il protagonista a ricostruire il ricordo di un passato recente di cui lui non conosce più le caratteristiche.

Le tessere di questo puzzle sono disseminate nei club, nelle cene a casa degli expat, in orge con ending molto poco happy, e anche in un amore salvifico che arriva al momento giusto per mettere in ordine un caos a cui il protagonista sembra non riuscirne a venire a capo da solo. È, infatti, a partire dall’incontro con Kimiko, una ragazza tedesca di Marzahn, che Cipriani comincerà a sciogliere, uno dopo l’altro, gli enigmi che lo tengono separato da ciò che è accaduto la notte del suo arrivo a Berlino.

C’è il rischio che questa esposizione precisa di ogni singola esperienza, a modo suo estrema, che il romanzo racconta possa risultare come un artefatto per compiere uno spiegone su quello che succede a Berlino di notte. Monfregola descrive, infatti, questa città esattamente come il luogo di perdizione che si aspetta chi viene qui per un fine settimana. Il punto è che Berlino può essere anche questo, e cioè la parodia di sé stessa, ma la maestria in questo caso sta proprio nella consapevolezza di ciò, e scaturisce in una competente gestione del materiale esplosivo di cui parlavo in apertura.

Ma è la lingua ad essere uno degli aspetti più interessanti di quest’esordio, non tanto nel timbro del protagonista che in certi tratti ricorda moltissimo l’Henry Miller del Tropico del cancro, quanto per il fatto che Gli annegati è un vero e proprio romanzo trilingue in cui italiano, tedesco e inglese si mescolano creando una nuova lingua, che non è quasi mai grammaticalmente corretta, ma ci restituisce con precisione lo slang sgrammaticato di certe parti di questa città. Monfregola non fa sconti in questo e i dialoghi in inglese/tedesco/italiano si incalzano l’un l’altro, l’uno dentro l’altro senza nessun appiglio di traduzione all’interno del testo – non sapere una di queste tre lingue significa perdere anche un po’ del libro, esattamente come non sapere una di queste tre lingue significa perdere alcuni passaggi di un normale dialogo che intercorre sui divanetti del Panorama Bar.

Ed è interessante come lingua sia il centro attorno a cui gravita anche Lingua Madre di Maddalena Fingerle, l’altro romanzo berlinese, edito da Italo Svevo Editore. Nel libro, Paolo Prescher è originario di Bolzano e parla italiano, lingua con la quale ha un rapporto controverso. Il ragazzo, infatti, non sopporta le parole che si sporcano, e dopo la morte del padre lascia Bolzano per raggiungere Berlino alla ricerca di una lingua pura, non imbastardita come quella che parla nella sua città d’origine. Quando arriva nella capitale tedesca, Prescher smette completamente di parlare italiano ed entra in estasi per il rapporto speciale che instaura con la lingua tedesca, pura per definizione.

Prescher arriva a Berlino con uno zaino in spalla, dorme su una panchina e la mattina va a lavarsi in una biblioteca, dove poco dopo il suo arrivo inizierà a lavorare come bibliotecario. Fingerle non ci racconta quasi niente della città, non ci dà nessun appiglio per capire in quale delle circa ottanta biblioteche di Berlino il suo personaggio abbia deciso di ricercare la lingua pura. La città di Fingerle è un aspetto che resta secondario rispetto al ventre sicuro che rappresentano per Prescher gli scaffali pieni di libri, pieni di parole pulite.

«Ci sono alcune persone che quando parlano mi sfamano. Non è una metafora, non è retorica: davvero a me passa la fame», ha dichiarato Maddalena Fingerle, che è filologa di formazione. E questo bagaglio filologico “Lingua Madre” se lo porta e su un piano di registro linguistico e su un piano narrativo. Così come l’autrice, anche il suo protagonista si intestardisce sulla parola, ci ruota attorno con un atteggiamento quasi maniacale, così come maniacale è il desiderio di Paolo di pulire la parola, di renderla scevra dalla sporcizia della contaminazione che esiste nel suo paese d’origine. Una fissazione che Paolo Prescher si porta anche nel nome, anagramma di “parole sporche”.

Questi due romanzi rappresentano due possibili emisferi di questa città, due metà che affiancate possono darci almeno due possibili letture di Berlino. Da una parte la città fervente, sporca, violenta e contraddittoria; quella delle feste nascoste a cui si accede bussando tre volte alla porta e dove non è poi così raro entrare a contatto con una donna-angelo che esprime la sua tedeschità non mettendo piede in un kebabbaro per nessuna ragione al mondo.

Dall’altra invece c’è Fingerle, che ci racconta una Berlino in valore assoluto, una città che è tutta racchiusa nello stanzone di una biblioteca con la moquette polverosa e i mappamondi giganti al primo piano. Entrambe le città fittizie che ci vengono narrate sono ovviamente portate alle loro estreme conseguenze, ma sono a modo loro verosimili. Entrambe sono possibilità davvero accessibili a chi si accosta a Berlino. Ho visto molte volte berlinesi parcheggiare la bicicletta fuori dalla biblioteca e sedersi al tavolo di lavoro, stanchi ma elettrizzati dopo certe notti durate tre giorni dentro ad un club a Berlino Est.

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