L’arte di Jonathan Lyndon Chase celebra la quotidianità dell’amore queer

Nella sua prima personale milanese da Giò Marconi, l'artista esplora l’erotismo, la vulnerabilità e la quiete di vite che abitano la città e se stesse.

14 Marzo 2026

Philadelphia è stata raccontata in tutti i modi possibili: la città proletaria di Rocky, quella consumata della piaga dell’AIDS nei tribunali di Philadelphia, storie di strade operaie, di periferie, del sogno americano che si incrina. Ma la Philadelphia che Jonathan Lyndon Chase porta da Giò Marconi non ha nulla di epico né di giudiziario. È una città interiore, una città che respira piano. Una città fatta di soggiorni, camere da letto, cucine e bagni dove la vita accade senza bisogno di spiegarsi.

Keep thinking nobody does it like you here comes the sunset è un titolo che suona come una frase sussurrata all’orecchio. E in effetti la mostra ha il tono di una confidenza, Chase suddivide il piano terra della galleria in una sequenza di ambienti domestici: spazi interni privati che ricostruiscono una casa vissuta. Non un set, ma un organismo, le pareti si scuriscono, si colorano, si restringono, il white cube viene piegato e costretto a seguire le curve dei corpi che lo abitano. Nel lavoro di Chase la vita quotidiana diventa riferimento, ed è da lì che parte nella costruzione dei suoi mondi. Il suo immaginario visivo si restringe volontariamente a pochi metri quadrati, ma proprio in questa riduzione si espande. La casa diventa non solo archivio ma specchio: crepe, fili scoperti, tubi che gocciolano, soffitti scrostati, tappeti che trattengono storie. Non c’è nulla di immacolato, gli interventi domestici sembrano lasciati a metà, forse per mancanza di tempo, di soldi o di energia. È una casa reale, dove la comunità si costruisce più per necessità che per estetica.

Le figure che popolano questi spazi non sono anticonvenzionali ma vere. Corpi neri, queer segnati dal tempo, da pieghe, cicatrici, imperfezioni. Chase li spoglia della rigidità quotidiana, enfatizzandone la vulnerabilità. In lui la presenza non è mai solo individuale ma queer, politica e senza bisogno di slogan. Sono frammenti di un racconto corale, persone che cucinano, leggono, si appoggiano a un tavolo, aspettano, cercano amore.

Jonathan Lyndon Chase, Running water, 2025

Jonathan Lyndon Chase, Three lovers, a carpet, full couch and coffee table, 2025

Jonathan Lyndon Chase, Just me and you at the end of the day, 2025

L’intimità che attraversa i suoi lavori non è mai neutra, è presenza, è resistenza. È la rivendicazione di uno spazio – domestico, emotivo, erotico – storicamente negato ai corpi neri queer. Eppure non c’è retorica, le sue figure raramente sono sole: condividono letti, divani, automobili, stanze. La relazione, più che l’individuo, è il nucleo dell’opera. Ci si tiene, ci si guarda, ci si sfiora. La sessualità, quando emerge, è affettuosa, lenta, quasi timida, e più che esibizione è una ricerca di coccole, di un posto sicuro dove poter amare. In questo senso l’erotico non diventa spettacolo ma atmosfera, un gesto trattenuto, una posa che sfida la leggibilità immediata e rifiuta di tradurre l’esperienza in qualcosa di rassicurante o performativo per uno sguardo esterno.

Il corpo come archivio è una formula abusata, buona per ogni comunicato stampa. Qui però torna a significare qualcosa. Perché la casa stessa si modella sui corpi che la abitano: li contiene, li amplifica, li protegge. Le stanze sono paesaggi mentali. Il bagno è un luogo di fragilità, la cucina uno spazio di scambio, la camera da letto un territorio di negoziazione tra desiderio e riposo. Ogni ambiente riflette uno stato emotivo e psicologico. La mente e l’anima non sono entità astratte ma superfici pittoriche, colori, oggetti.

I toni scuri e saturi avvolgono le figure come una seconda pelle, mentre improvvisi lampi di rosa, arancione, verde acido o blu elettrico aprono varchi nella narrazione. Tutto sembra filtrato da un’ora precisa del giorno, forse quella del tramonto evocato nel titolo, quando i contorni si ammorbidiscono e le ombre si allungano. I colori non descrivono soltanto uno spazio, ma lo fanno vibrare, lo rendono poroso, lo trasformano in un cromatismo che non grida, ma avvolge. Ed è forse qui che la mostra trova il suo punto più forte, nella costruzione di una calma che non è evasione ma conquista. In un tempo che chiede performance, velocità, visibilità, Jonathan Lyndon Chase mette in scena una quotidianità che rallenta, che si concede il lusso della tenerezza. La comunità che immagina non è utopica né eroica, è fatta di una ricerca di equilibrio, di riposo, di amore queer vissuto senza spettacolarizzazione. Come se il vero gesto radicale fosse permettersi di abitare il mondo con dolcezza.

 

Leggi anche ↓
Quest’anno in concorso al Festival di Cannes ci sono soltanto film lunghissimi

Oltre la metà durano più di due ore, ben otto superano le due ore e mezza, ce n'è uno che arriva a tre ore e un quarto.

Quentin Tarantino ha fatto di tutto per fare il film crossover di Django e Zorro, ha convinto un produttore a finanziarlo ma all’ultimo momento ha detto che lui non ha voglia di dirigerlo

Film basato, tra l'altro, su un fumetto scritto dallo stesso Tarantino. Che però, a quanto pare, di tornare sul set non vuole proprio saperne.

Il MoMA di New York ha organizzato una gara di sosia di Marcel Duchamp e della sua alter ego Rrose Sélavy

Anche uno dei più importanti e prestigiosi musei del mondo cede al trend dei lookalike contest. L'appuntamento per i sosia è a New York il 30 aprile.

Bon Iver ha fondato una cover band di Bob Dylan e l’ha chiamata Bon Dylan

Band che farà soltanto due concerti, il 24 e il 25 luglio a Eau Claires, Wisconsin, città in cui Bon Iver ha vissuto tutta la vita.

Il nuovo libro di Haruki Murakami sarà il primo della sua carriera con una protagonista femminile

The Tale of KAHO sembra una risposta diretta alle tante accuse di misoginia che gli sono state rivolte dal 1979, anno del suo esordio, a oggi.

Park Chan-wook è finalmente riuscito a trovare i soldi e il cast per girare il film western a cui sta lavorando da dieci anni

Sessanta milioni di dollari, un cast composto da Matthew McConaughey, Austin Butler e Pedro Pascal e un titolo: The Brigands Of Rattlecreek.