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00:44 giovedì 29 gennaio 2026
All’Haute Couture di Parigi, Schiaparelli ha fatto indossare all’attrice Teyana Taylor i gioielli rubati al Louvre Erano però una copia, ricreata per la maison dallo stilista Daniel Roseberry, che ha detto «avevo solo voglia di divertirmi un po'».
La polizia iraniana sta dando la caccia ai dispositivi Starlink nel Paese per impedire alle persone di riconnettersi a internet E, ovviamente, chiunque venga trovato in possesso di uno dispositivo Starlink viene arrestato. Sono già in 108 in carcere per questo motivo.
È stato annunciato un sequel di Dirty Dancing e a interpretare Baby, 39 anni dopo, sarà ancora Jennifer Grey Non è ancora confermato se sarà lei la protagonista del film, però. Ma secondo le prime indiscrezioni, è quasi sicuro che lo sarà.
Sedicimila dipendenti Amazon hanno scoperto di essere stati licenziati con una mail inviata per sbaglio dall’azienda È il secondo grande licenziamento deciso da Amazon, dopo quello di ottobre 2025 in cui avevano perso il lavoro 14 mila persone. Anche stavolta, c'entra l'AI.
Il video di Barbero sul no al referendum sulla giustizia è diventato più discusso del referendum stesso Il video, il fact checking, l'oscuramento hanno appassionato il pubblico molto più della futura composizione del Csm.
In Francia c’è stato un altro caso di sottomissione chimica e stavolta il colpevole è un ex senatore Per fortuna la potenziale vittima, una deputata dell'Assemblea nazionale, si è accorta di essere stata drogata prima che succedesse il peggio.
Dopo che Mamdani ha consigliato ai newyorchesi di leggere Heated Rivalry, i download del libro sono aumentati del 500 per cento Download tutti arrivati dalla rete delle biblioteche pubbliche della città, dove il libro si poteva scaricare gratuitamente.
Ikea ha annunciato che non produrrà più la borsa Frakta (quella blu da 99 centesimi) L'accessorio, passato anche sulle passerelle di Balenciaga e sui campi da tennis, sarà sostituito da un nuovo modello, in fase di progettazione.

Milano Moda

Le maison italiane sfilano guardando alle loro origini, tra collezioni-citazioni, show discreti, poche sorprese e molte solide certezze.

25 Settembre 2012

Nel 1958 Milano diventava una Big City, o meglio veniva considerata la nuova Big City che – insieme a le già affermate New York, Londra e Parigi – avrebbe costituito il quartetto della Moda. New York per prima, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, si trovava a dover supportare la moda ideata dai suoi stilisti: nel 1943 la febbre da couture francese era altissima (per chi poteva permetterselo) ma era altrettanto altissima la difficoltà di recapitare quei capi oltre oceano. Da una soluzione di ripiego a una di pregio: gli Stati Uniti scoprivano i propri talenti e li celebravano come patriottici creatori di consumi americani. Per farlo presero un’intera settimana di “fashion”. A Milano la moda-da-celebrare è arrivata poi. Dopo che la guerra aveva ridefinito nuovi corpi da vestire, dopo che i soldi per crinoline e toppe fittizie erano tornati nelle tasche della medio borghesia, figurarsi se non in quelle delle figlie di industriali illuminati di case di elettrodomestici alla base del boom Italiano.

Più di 50 anni dopo la Settimana della Moda di Milano ha visto di tutto: dai fasti di Gianni Versace che aveva creato la mitologia delle modelle, bellissime, inaccessibili, tutte possibili interpreti di una scena di Basic Instinct, al minimalismo importato da Calvin Klein, fino al ricorso sfrenato alle auree nipponiche. 50 anni in cui la sette giorni di passerelle ha continuato per tentativi, a volte poco riusciti, molte altre volte perfettamente in linea con i tempi e i soldi disponibili: tantissimi eventi correlati, scenografie come collezioni a sé stanti, eterno stupire (e stordire) chiunque sedesse in attesa dello show. Quest’anno il clima che si respira nella 54esima Milano Fashion Week è quello di un assestamento. Notevole. Niente fine dello show, anzi, ma uno strano sentore di routine, di tranquillità e di presa di coscienza. Neanche un paio di anni fa, il sistema moda aveva avvertito la botta, rallentato e troncato di netto orpelli e colpi di testa imprevisti. Ma la battuta d’arresto era durata poco e subito erano tornate testimonial costosissime, passerelle faraoniche, collezioni presentate con infinite uscite (e quindi numerosi capi prodotti solo per lo show).

Quest’anno però si è avvertito davvero il giro di boa, quello che rivede e riassesta tutto: dopo lo sforzo, il tentativo e gli errori i brand che in questi giorni hanno sfilato a Milano (grandi, grandissimi, piccoli, ritrovati) non hanno mirato a nessun “ismo”, hanno piuttosto preso coscienza del proprio dna e l’hanno relazionato al tempo che viviamo.

Umorismo spicciolo usare la frase fatta “prendersi le misure” per una maison come Versace che per lo show della Primavera Estate 2013 è comunque tornata a un suo format impeccabile: collezioni riconoscibilissime (gladiatori con gambale al laser e spacchi vertiginosi) e, per la sfilata della linea Versus, reintroduzione della cantante icona a rubare la scena alle modelle, meglio se oversize come Beth Ditto. Occhiolino a quello showbiz che a Donatella Versace piace, convince, perché in fondo funziona dacché suo fratello ne aveva fatto un marchio di famiglia.
Se i codici della Medusa sono questi, quelli classici di Antonio Marras si fanno più espliciti che mai, lui che per questo show ha desiderato rubare venti minuti vitali agli addetti ai lavori e li ha fatti sedere in tavolini “arredati” con torte e tazze per il té: in mezzo scorreva la collezione di parka camo, pizzi e seta stampata. Tradizione italiana che Marras mastica da tempo e che ora vuole godersi, quasi a sottolineare che il trauma per l’addio alla direzione di Kenzo è passato e che il risultato è un atelier-sfilata con la pausa del té e alle silhouette ispirate all’illustratore Henry Dinger.

C’è poi chi come Giorgio Armani da anni ha adottato la policy dell’auto-coscienza con sfilate sobrie – unico vezzo i cappelli scultura – e che anche questa volta insegna ai milanesi una formula certa da reiterare: escono in passerella abiti, non c’è bisogno di soffocarli con troppi input, meglio blazer pied de poule, ancora meglio quel tailleur pantalone classico, stampa macro, “di casa”.
Anche l’eterna diatriba di Re Giorgio vs Dolce & Gabbana sembra quietarsi in questa fashion week, perché se il clima è quello dell’understatement, la polemica viene abbandonata e si torna ai propri cavalli di battaglia (per il duo siculo-milanese, cactus e prima fila stellare con Balti-Casta-Roitfield in un perfettamente coordinato accavallamento di gambe).
Toni scontati? No, dosati il giusto per azzerare i rischi. Come la signora Jil Sander che è tornata al comando (creativo) della sua maison e che dopo il debutto nella collezione uomo era attesa per quella più impegnativa, quella donna che Raf Simons in sua assenza aveva traghettato più in là (su, dove ora giace Dior). E lei, capelli biondi raccolti e tailleur pantalone blu, ha risposto uscendo serena a fine di una collezione sua in tutto, colori, forme, capi che ti aspetteresti dalla signora tedesca e che come tali si palesano.

Tornano alle origini anche brand dai passati molto diversi e dalla salute contrastante. Gabriele Colangelo ha avuto l’onere e l’onore di riportare sul mercato le camicette e le gonnelle di Genny, brand di Ancona sbocciato negli anni di quel Boom tutto italiano celebrato appunto dalla nascita dalla Settimana della Moda di Milano. L’onere di rilanciare un brand caduto in prescrizione e allo stesso tempo l’onore di mettere le mani su una “memoria” sartoriale non da poco, quella del bonton italiano che abbracciava target intermedi. L’eleganza borghese che ora Colangelo fa rivivere nella forma più vicina alle sue origini, quindi foulard su giacche bianche look ideale per una crociera nel nuovo che ci auguriamo continui.

E poi la spirale dentro cui vortica Prada che, seppur titolare di uno storico relativamente recente (gli anni Novanta), ha già voglia di guardare indietro e rileggerlo. Dopo i divi di Hollywood strizzati in frack nero-notte, le ragazze di Prada spostano l’attenzione al pavimento: piedi rasoterra su calze in puro stile giapponese, fiori enormi, completi squadrati, intorno la quiete della signora Prada. Anche lei torna a casa, senza distrazioni, ma rilanciando deliziosamente la stessa ironica sfida di quando aveva iniziato.

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