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TikTok ha chiuso l’account di Bisan Owda, una delle più note e apprezzate giornaliste palestinesi, senza una spiegazione Secondo la giornalista, 1.4 milioni di follower, vincitrice di un Emmy per i suoi reportage, la versione Usa dell'app sta censurando le voci palestinesi.
È uscita la prima immagine di Paul Mescal, Barry Keoghan, Harris Dickinson e Joseph Quinn nei panni dei Beatles e in tanti li trovano piuttosto buffi Hanno colpito molto soprattutto la scodella e i baffoni sfoggiati da Barry Keoghan, che nella saga diretta da Sam Mendes sarà Ringo Starr.
L’IDF ha confermato che i morti a Gaza sono almeno 70 mila, la stessa cifra riportata dal ministero della Salute della Striscia Finora, il numero di 71,667 non era stato considerato credibile da alcuni perché fornito da Hamas. Adesso anche l'esercito israeliano lo conferma.
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Nel sottosuolo di Niscemi c’è un sistema di rilevamento delle frane di cui tutti si sarebbero “dimenticati” per 20 anni Lo si è scoperto grazie a un'inchiesta della Stampa, secondo la quale gli strumenti di rilevamento sarebbero stati installati e poi abbandonati.
Un uomo ha tentato di far evadere dal carcere Luigi Mangione usando un forchettone da barbecue e una rotella tagliapizza L'improbabile colpo tentato da un ex pizzaiolo noto alle autorità si è concluso con la sua incarcerazione nella stessa prigione di Mangione.
Dopo due mesi di silenzio, Paul Dano ha risposto ai commenti offensivi che Quentin Tarantino ha fatto su di lui Al Sundance Film Festival, Dano ha raccontato di essere estremamente grato alle persone che lo hanno difeso

Il nuovo film di Charlie Kaufman è un road movie nella coscienza

Sto pensando di finirla qui è su Netflix dal 4 settembre.

07 Settembre 2020

Ci sono film per cui qualcuno, in un’ideale videoteca, dovrebbe assumersi il compito di informare ogni spettatore eventuale circa la cautela con cui maneggiarli. In the Mood for Love, “se lo guardate, non riuscirete ad apprezzare i film occidentali per i successivi quattro anni”. Qualsiasi opera scritta o diretta da Charlie Kaufman, “guardare solo se psicologicamente pronti ad accettare che la vostra vita fa schifo”. E potrebbe anche essere un modo per sintetizzare Sto pensando di finirla qui, il nuovo film dello sceneggiatore di Eternal Sunshine of the Spotless Mind, Essere John Malkovich, il terzo diretto da Kaufman dopo Synecdoche e Anomalisa, arrivato su Netflix lo scorso 4 settembre.

Cosa sarebbe potuto succedere se avessimo preso una certa decisione? Se fossimo nati in un’altra famiglia, con diverse possibilità economiche e di carriera, o se avessimo avuto maggiore autostima? E soprattutto, quanto porci simili domande, analizzare la vita che abbiamo e non abbiamo avuto può farci del male o demolire una storia d’amore? Sono i tanti interrogativi che Sto pensando di finirla qui scompone in una miriade di possibilità narrative diverse – lo stesso Kaufman sul suo film aveva detto: «Siamo abituati a pensare che ogni storia debba svolgersi in tre atti, inizio, svolgimento e fine. Non è così» – attraverso una trama che è superficialmente semplicissima.

Una ragazza, il cui nome e background cambiano spesso nel corso del film, ha intrapreso un lungo viaggio in macchina con il suo fidanzato, Jake, per andare a conoscere i genitori di lui nonostante abbia deciso di lasciarlo. E questa è la storia, basata sul romanzo dello scrittore canadese Iain Reid, che per i primi venti minuti sembra tematizzare la dinamica di coppia. Se non fosse che il tutto si svolge durante una tormenta, nel pieno di riflessioni letterarie, cinematografiche, con i genitori di lui (tra cui la splendida Toni Collette) che abitano in una fattoria inquietante come lo sono tutte le fattorie che si raggiungono dopo chilometri di superstrada in mezzo alla neve – da Misery non deve morire, a Fargo fino a The Visit, il cinema ci ha insegnato che se nevica e non è Natale, e non è nemmeno Frozen, ci sarà sempre un potenziale morto – la madre e il padre di Jake che diventano più giovani o più vecchi ogni volta che lasciano la stanza. Fino alla scoperta – che è più una sensazione implicita, nulla viene mai spiegato davvero – di trovarci davanti a una fantasia, al viaggio mentale di qualcuno (non dirò chi) sulla vita che avrebbe potuto vivere ma che non ha mai vissuto. E come tale, essendo soltanto un compendio di immaginazioni, pieno di incongruenze, di uno, nessuno, centomila possibilità di esistenza che si sovrappongono.

Quanto potrebbe aiutarci riflettere continuamente sul modo in cui stiamo o non stiamo sprecando il nostro tempo – è un tema che ricorre spesso nel corso del film – e quanto invece frenarci? Chiedersi se le frequentazioni che abbiamo avuto le abbiamo effettivamente volute, o ci sono semplicemente capitate, «forse è la natura umana, andare avanti pur essendo consapevoli», dice la ragazza, andare avanti perché per abbandonare tutto servirebbe troppa risolutezza, perché «è più facile dire di sì, invece che dire di no». Che Sto pensando di finirla qui non è un film sul pensiero, ma un pensiero filmato, un grande omaggio alle “sliding doors” della vita, a quello che sarebbe potuto capitarci se non avessimo pensato troppo, di non essere abbastanza bravi, abbastanza intelligenti, abbastanza belli.

Quasi fosse connaturato al viaggio, in ogni road movie nella storia del cinema c’è il momento della riflessione. Sto pensando di finirla qui non è altro che un road movie nella coscienza umana, un viaggio incredibile in un senso desolato e doloroso. Come se alla fine di Easy rider avessimo scoperto che stava tutto nella mente di Jack Nicholson, strafatto e ubriaco nella cella da cui in realtà non è mai uscito.

Nei nostri viaggi mentali c’è sempre un diaframma tra il mondo reale e quello in cui ci proiettiamo, dove sappiamo come rispondere, come comportarci, dove uscire dalla comfort zone è facilissimo, ma c’è una linea che ci tiene saldamente da questa parte. E nell’opera di Kaufman, il film sui film mentali per eccellenza, il confine collassa, andiamo dall’altra parte, viviamo solo, pericolosamente, di immaginazioni e fantasie.

«Siamo gli unici esseri a sapere che la nostra vita finirà, e forse per questo abbiamo creato la speranza», fa dire il regista ai personaggi che popolano quello che il New York Times ha definito «il suo film più audace, ma anche il meno riuscito». In cui la forza risiede nei dialoghi brillanti, nel citazionismo, per cui Kaufman ha preso in prestito gli elementi principali delle sue sceneggiature passate, il voice over, il disagio di Joel e Clementine di Eternal Sunshine, le anomalie del burattinaio di Essere John Malkovich, eternal sunshine of an incel mind. In un film che è come un saggio, un trattato sul fatto che forse dovremmo smetterla, pensare di finirla qui con le nostre paranoie, le nostre peregrinazioni mentali, provare soltanto a vivere e basta.

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