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03:54 giovedì 5 marzo 2026
Dopo una saga di libri, tre serie tv, fumetti, videogiochi e merchandise d’ogni tipo, adesso arriverà anche un film di Game of Thrones Sarà ambientato 300 anni prima dell'inizio del primo episodio della serie originale. C'è però un problema: Hbo sta girando un'altra serie spin-off di Game of Thrones ambientata nello stesso periodo.
A Parigi aprirà il primo museo al mondo interamente dedicato ad Alberto Giacometti Sarà inaugurato a fine 2028 e nella sua collezione permanente ci saranno 10 mila tra opere, oggetti e documenti dello scultore.
Siccome non sono già abbastanza impegnati militarmente, gli Stati Uniti sono intervenuti anche contro i narcotrafficanti in Ecuador Le operazioni sono iniziate il 3 marzo e rientrano in quella che gli Usa definiscono «offensiva contro il narcoterrorismo in America Latina».
Per festeggiare i loro compleanni, è uscito un disco da collezione in cui Lucio Dalla e Lucio Battisti cantano per la prima volta “assieme” Sarà disponibile in pre ordine solo per due giorni: il 4 e il 5 marzo, data di nascita rispettivamente di Dalla e di Battisti.
Il centrodestra ha affossato la proposta di legge sulla settimana lavorativa corta La proposta di Avs, M5S e Pd prevedeva quattro giorni di lavoro a parità di stipendio. La maggioranza ha deciso che non se ne farà nulla.
Dopo la Spagna, anche Francia e Canada si sono accorti che l’attacco di Usa e Israele all’Iran viola il diritto internazionale Sia Emmanuel Macron che Mark Carney hanno condannato un'operazione eseguita senza il consenso dell'Onu e in violazione del diritto internazionale.
Tutta internet sta gongolando per le disgrazie degli influencer che si sono trasferiti a Dubai e ora si ritrovano in mezzo a una guerra Decine di reel e tiktok in queste ore ritraggono influencer e creator che scoprono, improvvisamente, che fuori c'è la morte. Internet non aspettava altro.
In cima al botteghino italiano c’è un documentario religioso sulle «apparizioni del Cuore di Gesù a Santa Margherita Maria Alacoque» di cui nessuno sembra sapere niente Il film si intitola Sacro Cuore – Il suo regno non avrà mai fine e ha incassato 264 mila euro in un giorno di programmazione.

E se la spuntasse Kamala Harris?

La senatrice della California, dopo un inizio sfolgorante, sembrava aver perso terreno. Oggi, invece, è vicinissima ai favoriti per le primarie democratiche.

17 Luglio 2019

Ora si parla di Kamala Harris. Sarà lei a sfidare Donald Trump? È ancora troppo presto per dirlo, ma gli articoli e gli approfondimenti sui giornali americani, l’ultimo sul New Yorker di questa settimana, si moltiplicano. C’è che la prima tappa della lunga campagna elettorale è stata vinta da lei, Kamala Harris, una dei venti candidati democratici che alle primarie di partito si contendono la nomination per sfidare, il 3 novembre del 2020, il presidente in carica Donald Trump. Cinquantaquattro anni, madre indiana e padre giamaicano, accademici separatisi quando Kamala aveva 7 anni, senatrice della California, ex procuratore distrettuale di San Francisco e Attorney General della California, prima asio-americana a candidarsi alla Casa Bianca, seconda donna di colore nella storia del Senato di Washington, Kamala Harris è una predestinata che lavora da anni per questo momento. Il 27 gennaio di quest’anno, il giorno in cui ha annunciato di candidarsi a presidente, ha raccolto ad Oakland, sua città natale, una folla oceanica, che ha colpito anche Donald Trump, solitamente restio a complimentarsi con gli avversari. Dopo quell’inizio sfolgorante, ha stentato ad emergere tra i tanti candidati, ma il 27 giugno scorso, sul palcoscenico televisivo di Miami, ha dominato il dibattito democratico assestando alcuni colpi potenzialmente letali al grande favorito della competizione, l’ex vice presidente di Barack Obama, Joe Biden. Fino a quel momento si diceva che Harris sarebbe stata un’ottima vicepresidente di Biden, dopo il dibattito lei fa battute su quanto sarebbe bello avere Biden come “running mate”.

La senatrice della California sta impostando il suo messaggio presidenziale sulla stessa lunghezza di quello obamiano, ovvero quello di fornire soluzioni intelligenti a problemi complessi e di mostrare agli elettori un’edificante storia personale di riscatto sociale. Il momento chiave dello scambio Harris-Biden, infatti, è stato quando Harris ha raccontato la storia di una piccola bambina che faceva parte della seconda annata di studenti che finalmente uscivano dalla segregazione razziale ancora in vigore nelle scuole pubbliche della California: «E quella piccola bambina ero io», ha detto rivolto a Biden che all’epoca aveva espresso dubbi sulla desegregazione forzosa degli scuolabus pubblici, coniando una di quelle frasi che finiscono dritte sulle t-shirt di tendenza e fanno la storia.

Harris punta a mobilitare gli elettori di colore, ma anche le donne ancora scottate dalla sconfitta di Hillary Clinton nel 2016, fino a oggi l’unica donna nominata da uno dei due partiti principali alle elezioni presidenziali. Oggi sono sei le candidate alle primarie, oltre a Harris anche le colleghe senatrici Elizabeth Warren del Massachusetts, Amy Klobuchar del Minnesota e Kristen Gillibrand di New York, più la deputata delle Hawaii Tulsi Gabbard e la life-coach Marianne Williamson, tutte tranne quest’ultima fotografate da Annie Leibovitz sul numero di luglio di Vogue Us. Ma guai a chiedere alla senatrice Harris di parlare di questioni femminili: «Quando qualcuno mi chiede di parlarmi di questioni femminili – ha detto a Vogue – lo guardo, sorrido e dico che sono molto felice di parlargli di economia o di sicurezza nazionale».

Subito dopo il primo dibattito, Kamala Harris è schizzata in alto nei sondaggi che registrano il consenso degli elettori, superando l’altro favorito Bernie Sanders, senatore socialista del Vermont, e piazzandosi, a seconda delle diverse rilevazioni, al secondo o al terzo posto dopo Biden, assieme alla collega Warren. Oltre ai sondaggi, l’altro elemento di valutazione della popolarità dei candidati è la quantità di denaro raccolto. Anche qui, la senatrice Harris è messa bene: seconda dopo Sanders nella raccolta fondi nei primi tre mesi dell’anno e quinta nel trimestre successivo, dietro Pete Buttigieg, Biden, Warren e Sanders, con un exploit di denaro ricevuto nelle 24 ore successive al dibattito.

“Ma ciò che i dibattiti danno, i dibattiti tolgono”, si dice di solito delle campagne presidenziali, in particolare di questo ciclo con tanti candidati e ancora altre due tornate di confronti televisivi, il 30 e il 31 luglio e il 12 e il 13 settembre, prima dell’apertura delle urne il 3 febbraio 2020 con i caucus in Iowa. Ma la strategia di Harris, studiata assieme alla sorella Maya, già consigliera politica di Hillary Clinton, è quella di far pesare negli incontri con gli altri candidati le sue superiori capacità dialettiche, addestrate nelle aule dei tribunali californiani e, più di recente, nelle commissioni al Congresso, dove si è distinta per essere riuscita a mettere in seria difficoltà i membri dell’Amministrazione Trump coinvolti nel Russiagate. C’è sempre il rischio di qualche capitombolo, però. Ad Harris, per esempio, durante un’intervista radiofonica hanno chiesto se aveva mai fumato una canna. La sua risposta, «Che domande, sono per metà giamaicana», non è piaciuta al padre, con cui di fatto non ha rapporti, il quale si è lamentato con la figlia per la reiterazione di un odioso stereotipo sul suo popolo.

Ma queste, al momento, sono quisquilie. In un Partito democratico che si è spostato molto a sinistra rispetto alla tradizione americana, fino a sfiorare posizioni socialiste, Harris è considerata  dell’ala progressista, non moderata. Eppure nella città più di sinistra dell’Unione, San Francisco, le contestano di non aver assecondato, quando era procuratore distrettuale, la decisione di una corte federale che avrebbe portato alla dichiarazione di incostituzionalità della pena di morte, pur essendo lei contraria alla pena capitale e nonostante (o forse proprio per questo) agli inizi della carriera sia stata sul punto di essere rimossa dal ruolo perché non aveva chiesto l’esecuzione dell’assassino di un poliziotto, limitandosi a chiedere l’ergastolo. Harris invece è stata decisiva nel processo, nato in California, che ha portato al riconoscimento giurisprudenziale del matrimonio omosessuale. L’accusa, insomma, è di essere molto cauta e troppo attenta a prendere posizioni che non la danneggino nelle più importanti sfide successive: per questo diceva di essere contro la pena di morte a San Francisco, ma evitava di diventarne una paladina quando l’obiettivo era quello di diventare Attorney General di tutta la California convincendo anche elettori meno progressisti di quelli residenti a San Francisco. Troppo lenta come riformatrice, troppo dura come tutore dell’ordine. Non è detto che sia uno svantaggio elettorale.

Alla seconda Convention nazionale di Obama, a Charleston nel 2012, da Attorney General, era stata annunciata come la futura stella del partito indicata personalmente dal presidente: Obama l’aveva presentata come l’Attorney General di gran lunga più bella del paese, con l’intento di segnalare che la gran parte di quei posti è di uomini bianchi, ma il commento fu giudicato sessista e Obama è stato costretto a scusarsi. Il discorso di Kamala a Charleston fu talmente guardingo e ponderato da risultare noioso ed essere dimenticato seduta stante. Ma ora che sta affrontando la sfida più grande, Harris sembra finalmente più libera di dire ciò che pensa, ma sempre con la circospezione del caso. La strada per arrivare a sfidare Trump è complicata e gli ostacoli sono imprevedibili, ma Harris ha cominciato bene, prendendo di mira il favorito Biden e sovrastando il vice-favorito Sanders. Chi l’ha vista in televisione su quel palco di Miami non ha potuto fare a meno di pensare in che trappola retorica potrebbe catturare Trump l’estate prossima. Tra questi c’era anche Trump.

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