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È stato annunciato un sequel di Dirty Dancing e a interpretare Baby, 39 anni dopo, sarà ancora Jennifer Grey Non è ancora confermato se sarà lei la protagonista del film, però. Ma secondo le prime indiscrezioni, è quasi sicuro che lo sarà.
Sedicimila dipendenti Amazon hanno scoperto di essere stati licenziati con una mail inviata per sbaglio dall’azienda È il secondo grande licenziamento deciso da Amazon, dopo quello di ottobre 2025 in cui avevano perso il lavoro 14 mila persone. Anche stavolta, c'entra l'AI.
Il video di Barbero sul no al referendum sulla giustizia è diventato più discusso del referendum stesso Il video, il fact checking, l'oscuramento hanno appassionato il pubblico molto più della futura composizione del Csm.
In Francia c’è stato un altro caso di sottomissione chimica e stavolta il colpevole è un ex senatore Per fortuna la potenziale vittima, una deputata dell'Assemblea nazionale, si è accorta di essere stata drogata prima che succedesse il peggio.
Dopo che Mamdani ha consigliato ai newyorchesi di leggere Heated Rivalry, i download del libro sono aumentati del 500 per cento Download tutti arrivati dalla rete delle biblioteche pubbliche della città, dove il libro si poteva scaricare gratuitamente.
Ikea ha annunciato che non produrrà più la borsa Frakta (quella blu da 99 centesimi) L'accessorio, passato anche sulle passerelle di Balenciaga e sui campi da tennis, sarà sostituito da un nuovo modello, in fase di progettazione.
Sydney Sweeney rischia una denuncia per atti vandalici per aver coperto la scritta Hollywood con i suoi reggiseni Era tutta una trovata pubblicitaria per lanciare la sua linea di biancheria intima, Syrn. Ma, a quanto pare, la trovata pubblicitaria la porterà in tribunale.

Julie Mehretu, l’arte come insieme

Ensemble, la più grande mostra in Europa dedicata all’astrattista, dal 17 marzo a Palazzo Grassi a Venezia, comprende anche una selezione di opere di altri artisti, presentate secondo un principio di rimandi visivi.

17 Marzo 2024

Julie Mehretu mancava da Venezia da oltre dieci anni, da quando la sua opera era esposta nella mostra L’elogio del dubbio a Punta della Dogana, una delle due sedi, insieme a Palazzo Grassi, della Pinault Collection. Da allora sono passate molte mostre in quei luoghi, e in tutta la città, ma il “cubo di cemento armato”, una sorte di corte cubica realizzata da Tadao Ando all’interno del museo di Punta della Dogana, porta ancora le tracce di quell’opera nella memoria di molte delle visitatrici e dei visitatori. Il dipinto di grande formato di Mehretu ricordava le forme geometriche di una città, forme stratificate di passaggi e linee, visioni e discorsi, e un filo rosso. Nella parete della corte cubica – muro di un interno veneziano che racconta come la storia di questi edifici sia fatta di continue metamorfosi anche nell’apparente staticità immobile di ogni cosa – quell’opera, con il suo filo rosso, ha legato Mehretu al luogo, a Venezia, a tutte le persone che vi sono passate, e che in quel dipinto hanno intravisto la loro città, qualunque essa fosse, aumentandone le connessioni. Forse è stata anche la complicità di alcuni concerti che si tenevano all’interno della corte cubica dall’acustica impeccabile a rendere il dipinto di Mehretu un cameo, un istante incastonato, nella memoria di molte e di molti.

La bellezza del ritorno di Julie Mehretu a Venezia è un grande avvenimento, per quel cameo ma per molto altro ancora. Il grande avvenimento sta nel fatto che Julie Mehretu. Ensemble, dal 17 marzo al 6 gennaio a Palazzo Grassi a cura di Caroline Bourgeois e dell’artista stessa, è la più grande esposizione a lei dedicata in Europa. Presenta al pubblico circa cinquanta stampe e dipinti realizzati nell’ultimo quarto di secolo e opere prodotte in questi ultimi tre anni, disposte sui due piani del celebre palazzo affacciato sul Canal Grande. A fare da eco al titolo anche opere di altri artisti che con Mehretu condividono affinità e amicizia in dialogo continuo tra arte e parola: le opere di Nairy Baghramian, Huma Bhabha, Tacita Dean, David Hammons, Robin Coste Lewis, Paul Pfeiffer e Jessica Rankin costellano le sale in un costante richiamo con le opere di Mehretu.

La mostra presenta l’opera dell’artista – nata in Etiopia, vive e lavora a New York – soprassedendo all’ordine cronologico di composizione e privilegiando un principio di rimandi visivi: un percorso del guardare che può essere intrapreso attraversando sale diverse in un intreccio continuo che diviene molto personale. Il dialogo che rinvia a un costante “insieme”, quello del titolo della mostra, è il filo rosso che srotola tutta l’opera degli ultimi quasi trent’anni di Mehretu, un dialogo dei dipinti nel loro avvicendarsi nel tempo, nei loro collegamenti e nelle loro stratificazioni: dipinti e stampe dal profondo segno astratto che si fa concretezza legata ai temi del contemporaneo tramite la storia dell’arte, per farsi consapevolezza lotta e sociale.
È un dialogo che sembra soprassedere il tempo eppure in realtà lo attraversa, che potrebbe sembrare un monologo ma a soffermarsi si percepisce che è un insieme di segni, voci, che si alzano da ogni opera in un flusso continuo. Ensemble è questo costante rinvio con le opere degli altri artisti in mostra: le sculture astratte di Barghramian, le culture totemiche di Bhabha, i ritratti in filmati in 16mm di Den, le opere tessili di Rankin, le sculture iperrealistiche di Pfeiffer, le installazioni visive di Lewis e le composizioni di Hammons, parlano visivamente tra loro e con quelle di Mehretu, disponendo in più livelli così senso e significato in una relazione continua perché sono nate dalla condivisione, in uno scambio di stimoli, temi, idee, discussioni.

Quel filo rosso che aveva fatto capolino oltre dieci anni fa a Venezia nella parte superiore di un dipinto di Mehretu arriva sino a oggi, e ritroviamo proprio lui al primo piano della mostra, lo vediamo già da lontano dalla balconata interna del palazzo, lo scorgiamo. Avvicinandoci Invisible Line è come se ci aspettasse, da sempre lì, come se riprendesse quel discorso solo sopito e mai interrotto, di astrattismo che nasce dalla concretezza, di linee che attraversano una parte di dipinto per poi fermarsi o uscire verso non sappiamo quale dove, ma lo possiamo immaginare. Il filo rosso che avviluppa chi lo segue nel tempo e nel luogo, lo rende partecipe di questa esposizione corale che nasce dal dialogo di chi ha vissuto simili esperienze artistiche e di vita: sono persone che hanno subito geografie imposte scegliendo l’immigrazione per salvarsi da dittature religiose o militari, o per superare gli effetti devastanti delle colonizzazioni, e hanno lavorato con il loro talento a una ricostruzione della propria identità senza mai chiudersi in un ego ombelicale ma rivolgendosi alla società collettivamente, civilmente, politicamente. La pittura o l’espressione artistica in loro non è fine a sé stessa ma è piuttosto uno strumento per connettersi al mondo civile, al mondo politico, agli altri; è un richiamo a superare l’individualismo e a condividere invece che isolarsi, come accade sempre più spesso anche nel mondo dell’arte con la tecnologia.

Julie Mehretu con questa mostra ha preso i confini del proprio creare e li ha spostati, allargati, così tanto da farci stare dentro altre artiste e artisti, altri modi di fare arte, altri paesi e paesaggi, altre geografie, altre culture, provando in tal modo che la propria patria dell’anima si può costruire e si costruisce con delle scelte, con l’impegno, proprio come le sue opere. A noi spettatrici e spettatori non resta che prenderci il tempo necessario per visitare questa esibizione che forma una grande e composita opera d’arte, scendere e risalire le scale di Palazzo Grassi, lasciarci trasportare dal flusso degli intrecci, farci largo attraverso gli strati di visioni e di significati, ammirare, stupirci, farci legare da quel filo rosso che di così tanto ci parla.

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