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13:34 giovedì 5 novembre 2026
Le banche stanno iniziando a rinegoziare i mutui concessi alle persone che vivono nelle zone più a rischio a causa del Super El Niño Con il super El Niño che si sta formando nel Pacifico, i grandi istituti di credito stanno rivedendo i prestiti esposti a siccità e alluvioni, soprattutto in agricoltura.
Se come noi siete ancora in lutto per la morte di Juan Atkins, il padre della techno, sappiate che su YouTube è stato appena pubblicato uno dei suoi ultimi set in versione integrale L'uomo che a Detroit inventò un suono che non esisteva è morto a 64 anni. Una delle sue ultime esibizioni è stata quella al Dekmantel di Amsterdam, nella scorsa estate. Ora la si può vedere tutta, ancora e ancora.
Nonostante non ci siano stati né incidenti né scontri, la polizia ha comunque sgomberato l’accampamento del movimento per la casa a Puerta del Sol a Madrid Quattrocento agenti hanno allontanato 334 persone dall’accampamento nato dopo lo sfratto e la morte di Maricarmen Abascal. La protesta contro la crisi abitativa, però, continua.
La Casa Museo di Rembrandt offre agli amanti di Rembrandt un tatuaggio di Rembrandt alla modica cifra di 400 euro Il museo dice che non è affatto una trovata pubblicitaria, perché le stampe e i tatuaggi servono alla stessa cosa: far conoscere l'arte di Rembrandt.
La comunità scientifica ha deciso che dal 2027 cambieremo il modo di misurare il tempo e questo cambierà il funzionamento di computer, telefoni, aerei, navi, satelliti e GPS La Conferenza generale dei pesi e delle misure (esiste davvero) ha deciso che l’ora ufficiale potrà discostarsi dalla rotazione terrestre fino a un’ora. Il motivo è che la Terra ha cominciato ad andare più veloce.
Ci sono voluti Gucci, Demna e Harmony Korine per convincere Mariah Carey a farsi vedere prima di Natale Mariah Carey è la protagonista della campagna natalizia di Gucci: un corto diretto da Harmony Korine, ovviamente con All I Want for Christmas Is You in sottofondo.
Il Brasile è il primo Paese del mondo a pubblicare una tabella di marcia per abbandonare i combustibili fossili da subito e per sempre Le linee guida promesse alla COP30 di Belém propongono misure concrete, dal metano ai sussidi, ma non sono vincolanti e non fissano date. Il documento, quindi, rischia di restare un manifesto e niente più.
Dopo quasi dieci anni, i fratelli Coen sono finalmente tornati a fare un film insieme Netflix ha comprato il nuovo film di Joel Coen, un mistero gotico ambientato nelle Highlands con Patsy Ferran e Josh O’Connor. In sala nell’autunno 2027, con una sorpresa: la sceneggiatura l'ha scritta assieme al fratello Ethan.

Cosa ricorderemo della Mostra del Cinema di Venezia

Dall'“effetto Scarlett Johansson” alla vittoria di Joker, il cinecomic di Todd Phillips: perché la 76esima edizione è stata rivoluzionaria.

09 Settembre 2019

All’annuncio del Leone d’oro a Joker, ecco spuntare subito gli aggettivi per la vittoria: clamorosa, epocale, rivoluzionaria. La lingua dei social, si sa, tende al massimalismo, ma in questo caso non è un’iperbole. I cinecomic si prendono pure i festival, è un dato di fatto e ne va tenuto conto. Certo a vincere non sono i cinecomic intesi come nuovi cartoni animati, leggi Avengers. Vince, se mai, la strada buia, intimista, meta-filmica, e non a caso con l’unico universo possibile: quello di Batman. Joker, come i nolaniani Cavalieri oscuri precedenti, è il fumetto non di supereroi con superpoteri, ma di uomini molto poco super, al massimo con superdrammi. Due ore attorno alla malattia mentale del pagliaccio Joaquin Phoenix, sicuro Oscar l’anno venturo, due ore senza azione, senza computer grafica, senza accessorietti da far diventare gadget nei centri commerciali. La DC Comics era in crisi nera, ecco la volata verso il riposizionamento, nerd e intellettuale insieme. Il regista Todd Phillips, da Una notte da leoni al massimo trofeo in una manifestazione «d’arte cinematografica» (chapeau), segna un nuovo modo di essere autore da platee cinéphile e insieme hollywoodiano, popolare, maggioritario.

Anche il festival cinematografico più vecchio del mondo, fino a meno di dieci anni fa, era in crisi nera. La vittoria di Joker è il sigillo della resurrezione di Venezia, e della nuova (terza?) via indicata dal direttore Alberto Barbera. Ovvero, i festival come luoghi che accolgono le grosse produzioni e dunque gli Studios: la classica Warner Bros., che quest’anno se ne torna a casa col Leone, ma anche il rampantissimo nuovo player Netflix; ma pure le tradizionali adunate dove fare, per quanto possibile, ricerca. Non senza ironia: nell’anno in cui Barbera ha interrotto il filotto di grandi titoli americani nella serata d’apertura (tra gli altri del recente passato: Gravity, Birdman, La La Land, First Man), scegliendo invece il franco-giapponese La vérité di Hirokazu Kore’eda, il grande titolo americano gli è rientrato dalla finestra, portandosi via il massimo premio. Sarà una coincidenza, un caso, un destino: ma è evidente che non si può fare un festival popolare, dunque rivolto principalmente al pubblico, senza puntare su un immaginario popolare. I soliti autori cari alla critica (Roy Andersson, Atom Egoyan, Robert Guédiguian, Olivier Assayas) occupavano caselle obbligatorie nel concorso, ma con film che non arriveranno a nessuno. L’hype del pubblico, e anche della stampa, era appunto per il Joker, per i papi di Sorrentino, pure per Chiara Ferragni. Il suo documentario è un brutto spottone? Amen, è stato un tentativo, forse sbagliato, da parte della Biennale di intercettare e dialogare col mondo là fuori.

Il palmarès di Venezia 76 dice qualcosa in più del cinema che viviamo, del mondo che viviamo. Pare che, a qualche ora dalla cerimonia di premiazione, il film più vicino al Leone d’oro fosse J’accuse di Roman Polanski. Il veto sarebbe arrivato dalla presidente Lucrecia Martel, critica fin dalla vigilia non sulla presenza del titolo in gara, ma sul passato da molestatore del suo autore. A J’accuse è andata la medaglia d’argento, cioè il Gran premio della giuria. È giusto così. Per una volta, nel dibattito senza sfumature che investe questa nostra epoca neo-moralizzatrice, si è saputo distinguere tra uomo e artista. La sua opera assai meritevole ha incassato un premio di grande peso, e lasciato spazio alla piccola rivoluzione del Leone a un cinecomic. Un esito imprevisto e felice.

Ho deciso di chiamarlo “effetto Scarlett Johansson”. (Parentesi. L’attrice è la protagonista dell’unico titolo a cui è mancato un premio: il bellissimo Marriage Story di Noah Baumbach. Peccato, ma produce e distribuisce Netflix, lo vedranno in tanti). Dunque, Scarlett Johansson è l’attrice più pagata dell’anno: cinquantasei milioni di fatturato principalmente grazie agli Avengers. Prossimamente sarà protagonista dello spin-off Vedova Nera, arriveranno altri soldi, tanti soldi. Lo stipendio che le dà la Disney/Marvel dovrebbe convincerla a stare zitta, a non soffiare sul fuoco della polemica, ad accodarsi all’andazzo del nostro tempo. Invece, qualche giorno fa, si è espressa a favore di Woody Allen, ingiustamente reietto: «Con lui ho un dialogo aperto e sincero anche sulle questioni più delicate, di lui mi fido». La prima regista contattata per dirigere Vedova Nera è stata proprio Lucrecia Martel. Ha rinunciato perché, ha dichiarato in un pubblico j’accuse, la produzione avrebbe affidato le scene d’azione a un aiuto-regista uomo: «Gli Studios sono interessati alle registe donne, ma pensano ancora che le scene d’azione siano roba da maschi». Johansson e Martel si incontrano indirettamente oggi. La prima, dal suo stallo di potere hollywoodiano, non rinuncia a difendere Woody Allen; la seconda, dalla posizione di piccolo potere che riveste il presidente di giuria di un grande festival internazionale, non nega un premio importante a Roman Polanski. Una coincidenza, un caso, un destino? Forse, semplicemente, l’indicazione che il cinema sa ancora distinguere le singole storie, i singoli artisti, i singoli film. Un cinecomic che vince il Leone d’oro non ci dice, in fondo, la stessa cosa?

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