Il modello sarebbe l'internet della Corea del Nord e sistemi simili sperimentati in Russia e Cina: chiusi, inaccessibili, efficacissimi strumenti di censura.
Non è ancora chiaro quante e quali figure pubbliche siano coinvolte nelle confische e nei procedimenti giudiziari. Il procuratore di Teheran ha parlato di almeno 25 individui sotto indagine per «incitamento» alle proteste e ha confermato l’intenzione delle autorità di procedere al sequestro dei loro beni per coprire i danni a moschee, negozi ed edifici pubblici. Tra i casi più rilevanti figura quello dell’imprenditore Mohammad Saedinia, a capo di una catena di bar presente in tutto il Paese, a cui sarebbero stati confiscati beni per oltre 20 milioni di dollari e i cui 60 punti vendita sarebbero stati costretti alla chiusura. Procedimenti analoghi riguardano almeno 15 tra atleti e attori, oltre ai firmatari di un comunicato della Cinema House iraniana, la più importante associazione dell’industria cinematografica locale.
Secondo Iran International, i sequestri rappresentano una strategia di deterrenza economica che si unisce alla violenza fisica, colpendo figure visibili e benestanti per dissuadere ulteriori forme di dissenso e, al tempo stesso, recuperare risorse finanziarie. Una dinamica già vista nel 2022, durante le proteste di Donna, vita, libertà seguite alla morte di Mahsa Amini, quando attori come Taraneh Alidoosti, Hediyeh Tehrani e Shahab Hosseini, atleti come Ali Daei e cantanti come Mehdi Yarahi subirono il congelamento dei conti bancari, il sequestro del passaporto o l’arresto. Anche allora, la pressione economica si rivelò uno degli strumenti centrali del tentativo del regime di riprendere il controllo del Paese.