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21:12 mercoledì 18 marzo 2026
Elio Germano si è fatto un profilo Instagram solo per far campagna per il No al referendum sulla giustizia La “canzone” che Germano canticchia nel video riprende quella che cantava Gigi Proietti in uno spot per il no al referendum sul divorzio.
Una ragazza ha trovato la discarica in cui è stato buttato il tappeto rosso degli Oscar, ci è entrata, ha strappato un pezzo del tappeto, se l’è portato a casa e ne ha fatto un tappeto da salotto La ragazza, Paige Thalia, ha documentato tutto su TikTok e ha precisato che con la stoffa avanzata ha fatto una copertina per il suo cane.
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Vogue ha fatto causa a un giornale di moda per cani perché si chiama Dogue Secondo la casa editrice Condé Nast, il magazine, che ha una circolazione di 100 copie, «potrebbe danneggiare in maniera irreparabile la reputazione di Vogue».
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L’annuncio di Meloni ospite del podcast di Fedez sembrava la cosa più assurda della campagna referendaria. Poi abbiamo visto il trailer della puntata La puntata verrà pubblicata giovedì 19 marzo alle 13. Nel frattempo, abbiamo un trailer che ha già raggiunto altissime vette di surrealismo.
Il fatto che continui a chiedere alla Nato di intervenire nello Stretto di Hormuz dimostra che Trump non ha capito cos’è la Nato La Nato non può fare nulla perché è un'alleanza difensiva, che tra l'altro non è neanche stata interpellata prima degli attacchi Usa e Israele contro l'Iran.
La foto di un giornalista ha mostrato cosa resta al Dolby Theatre dopo la cerimonia degli Oscar: una montagna di spazzatura Cibo, cartacce, bottiglie vuote: la foto ha fatto arrabbiare molti per l'inciviltà mostrata dai partecipanti alla cerimonia. La colpa, però, non è delle celebrity.

Inge Morath, la prima donna della Magnum

Esuberante, temeraria, nel ’55 fu la prima donna a entrare nella celebre agenzia fotografica. Ora il suo lavoro è in mostra al Museo di Roma in Trastevere.

05 Dicembre 2019

Quando lavorava a un ritratto, Inge Morath si occupava in maniera maniacale di ogni minimo dettaglio ma preferiva quasi sempre evitare di incontrare prima il suo soggetto. «C’è un elemento meraviglioso in un nuovo incontro», diceva. Per l’audacia e la grande fiducia in se stessa, che forse gli derivava da una precedente vita vissuta sotto le bombe, Morath, appassionata viaggiatrice e superba fotografa, potrebbe ricordare l’Oriana Fallaci dei primi tempi, la giornalista che davanti all’ayatollah Khomeini ebbe la sfrontatezza di togliersi volutamente il chador che era stata costretta ad indossare per essere ammessa alla presenza del leader iraniano. La fotografa austriaca era in grado di agire con la stessa vitale esuberanza.

In uno dei suoi numerosi viaggi in Spagna una volta riuscì a intrufolarsi nel camerino del grande Arturo Ordonez, l’aristocratico torero di Ronda reso immortale da Hemingway, che aveva sempre preferito l’eleganza della sue veroniche all’arrogante sacralità del grande rivale Dominguín, in seguito per tutti solo Luis Miguel, o “il torero”, come solennemente lo chiamava Lucia Bosè. Solo che in quella Spagna del sud che tanto odorava di conservazione, alle donne era severamente proibito varcare quella soglia. Questione di (mala) suerte, veniva raccontato. Ma la temerarietà di questa ragazza austriaca che parlava sette lingue oltre al nativo tedesco non poteva certo arrestarsi di fronte a qualche superstizione novecentesca. «Quando lavoro indosso i pantaloni – disse una volta ricordando quell’episodio – quindi non sono né uomo né donna». Ne venne fuori un ritratto magnifico che raccontava per immagini la meticolosa preparazione al combattimento: il corpo nudo, la tensione del volto, i pantaloni attillati ricamati di paillettes.

Inge Morath è stata una brillante fotoreporter, la prima donna entrata a far parte, nel ’55, dell’agenzia fotografica Magnum Photos; eppure, fuori dall’ambiente del mondo fotografico e da alcuni circoli che facevano la sponda tra Parigi e New York è conosciuta più che altro per un episodio. Reno (Nevada), 1960. Inge accompagna Cartier-Bresson, di cui fu per anni assistente e tuttofare, sul set de Gli spostati (The Misfits, il titolo originale), pellicola con Marilyn Monroe e Clarke Gable diretta da John Huston e sceneggiata da Arthur Miller, che aveva scritto il film modellando il personaggio femminile sulla figura di sua moglie Marilyn. È in quell’occasione che la fotografa scatterà uno dei suoi ritratti più belli e popolari: una Marilyn Monroe solitaria che nella sua magnifica scompostezza prova, lontano dal set, dei passi di danza. Osservando quella foto viene in mente la definizione che Truman Capote diede dell’attrice americana, nel corso di una celebre intervista: «Una bambina bellissima, una vergine pubescente, appena entrata in un orfanotrofio, che piange sulla sua malasorte». Durante le riprese del film Inge conoscerà Miller, che diventerà suo marito nel 1962. Vivranno tutta la vita assieme.

Ora, a diciassette anni dalla sua scomparsa, arriva, al Museo di Roma in Trastevere, Inge Morath. La vita. La fotografia (dal 30 novembre al 19 gennaio), la prima retrospettiva italiana dedicata alla fotografa austriaca. Seguendo un percorso espositivo che si sviluppa in 12 sezioni e 140 immagini, la mostra, curata da Marco Minuz, Brigitte Blüml-Kaindl e Kurt Kaindl, ripercorre la storia professionale della Morath, dalla fuga a piedi da una Berlino bombardata dagli Alleati (si racconta che camminò oltre 500 chilometri per raggiungere il confine austriaco e rifugiarsi dai genitori, che erano simpatizzanti nazisti), alle prime foto pubblicate sui diversi magazine con lo pseudonimo di Egni Tharom, dagli imperdibili scatti della foto della casa di Boris Pasternak fino al celebre ritratto di Rosanna Schiaffino, l’attrice e modella che Time definí «una bellezza tipicamente italiana». In mostra c’è anche il suo primo importante reportage, datato 1953 e dedicato ai “Preti operai”, eseguito dopo aver vissuto per un periodo con alcuni preti attivisti che lavoravano a stretto contatto con la povertà. Inge mostrò le foto di quel servizio a Robert Capa e solo dopo la sua approvazione gli rivelò che era stai lei a scattarle. Fu il suo lasciapassare per entrare nella mitica agenza Magnum dalla porta principale.

Ma a prescindere dal soggetto immortalato, che si tratti di celebrità o di personaggi comuni, nei suoi scatti si può sempre intravede una poetica e un’eleganza di stile, riassunta dalla figlia Rebecca Miller con l’espressione «the feeling of sensual joy». Come se questa spensierata ragazza fosse riuscita a raccontare e a mettere in scena non tanto un’apparante realtà quanto una sorta di teatralità della vita. Un modo tutto suo di vedere il mondo. In fondo, raccontava Inge Morath, la fotografia «è un fenomeno strano. Ti fidi dei tuoi occhi e non puoi fare a meno di mettere a nudo la tua anima».

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