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Non si è capito se è stato Morgan a non voler duettare con Chiello o Chiello a non voler duettare con Morgan nella serata delle cover di Sanremo Morgan ha detto che è stato lui a decidere di non esibirsi con Chiello, Chiello ha detto che la scelta di fare da solo è tutta sua.
I prezzi dei club di Berlino sono aumentati così tanto che è stato necessario inventarsi il termine technoinflazione Tutto è partito dal Berghain, ovviamente, che negli ultimi tre anni ha aumentato il costo del biglietto del 20 per cento. E tutti gli altri hanno seguito.
Nanni Moretti ha annunciato che voterà No al referendum sulla giustizia con una storia Instagram molto morettiana «Al referendum voto no cari saluti» ha annunciato sul social, in una storia che secondo tanti è un rimando anche a Caro diario.
L’avvocato di Maduro si è lamentato del fatto che Maduro non lo sta pagando per colpa delle sanzioni statunitensi al Venezuela Quando ha accettato di difendere in tribunale i coniugi Maduro, l'avvocato Barry Pollack non immaginava che avrebbe dovuto farlo gratis.
Alla prossima Biennale d’Arte di Venezia non ci sarà neanche un artista italiano A parte quella scelta per rappresentare il nostro Paese nel Padiglione Italia, Chiara Camoni.
Dopo essere stato snobbato agli Oscar, Park Chan-wook si è consolato con la nomina a presidente della giuria del Festival di Cannes Il regista torna, stavolta con un ruolo "istituzionale", al Festival che lo ha fatto conoscere a tutto il mondo: fu qui che nel 2004 presentò Oldboy.
L’Isis sta invitando i suoi miliziani a imparare a usare l’AI per diventare «jihadisti migliori» E sta fornendo anche delle pratiche guide per capire quale delle numerose AI oggi disponibile si presta meglio a ogni jihadistico proposito.
Un’artista ha passato gli ultimi 12 anni a girare un remake di Titanic identico inquadratura per inquadratura a quello di James Cameron L'opera è dell'artista cilena Claudia Bitrán, si intitola Titanic, A Deep Emotion e verrà esposta alla Cristin Tierney Gallery di New York.

Chi rifà il letto dell’influencer?

Perché il rifiuto da parte dell'albergatore della proposta di Elle Darby è diventato il simbolo di un'inversione di rotta nel meccanismo del consenso.

23 Gennaio 2018

Il rischio con gli influencer è un po’ lo stesso che si corre con i poeti: alcuni si autoproclamano tali. Molti ci provano, provano a vendere la loro imponderabile influenza, ovvero pacchetti di seguaci, e fin qui non c’è niente di male. Ma chi si fa avanti spontaneamente non può pretendere che la controparte accetti la prestazione a scatola chiusa, come un atto di fede. La lettera che Paul Stenson, albergatore di Dublino, ha scritto in risposta alla proposta della blogger Elle Darby, non è insultante. È un no. Tra l’altro un no espresso con notevole senso dell’umorismo: in sede di post scriptum. La Darby gli proponeva un baratto: ospitalità in cambio di visibilità. Stenson si è rifiutato pubblicamente, sottolineando il nodo della questione: al momento non solo non è calcolabile la convenienza dell’affare, ma non c’è nemmeno parità tra il costo del servizio offerto e le spese che comporta. Chi paga il personale che, tanto per dire, rifà il letto dell’influencer: i seguaci? Si catapulteranno in massa a prenotare? Può anche darsi, ma non è scontato. Mentre è scontato che il proprietario di una struttura accetti l’accordo, perché si fa così, è dogma. Eppure questo scambio anche solo a livello di lessico appare vagamente minaccioso: Ospitami, sono un tipo influente. Altrimenti? – viene da chiedersi. Altrimenti vedi che ti combino… .

Mettendosi un momento nei panni di chi lavora nel settore ricettivo, non si può condannare una certa insofferenza al ricatto imposto dal sistema del giudizio via social. Devono pure stendere tappeti rossi agli influencer di fascia medio bassa? Non dico che abbiano ragione, potrebbero puntare su certi talenti acerbi invece di giocare sempre sul sicuro e pagare il pizzo ai boss della comunicazione, ma è comprensibile che gli girino le palle. E i clienti? Non tutti si sentono seguaci a colazione. Sei sei un ospite pagante e il tuo vicino è un fascinatore occulto, anche la più educata delle file al buffet può facilmente degenerare in una rissa in cui volano parole pesanti e populiste del tipo: Passami la spremuta, o ti lincio a colpi di kiwi, brutto scroccone! Poi chi li controlla i clienti infuriati su TripAdvisor? Perché il proprietario di un albergo deve arrischiarsi a tanto? E magari chiamare la polizia, quando un tempo arrivava in segreto a redarguire le rockstar che gli distruggevano le stanze.

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Una delle caratteristiche della pubblicità fondata sul carisma social (specie quando il soggetto è sul genere poeta autolaureato) è la difficoltà di calcolare il ritorno effettivo dell’investimento. C’è chi non paga e promuove (soprattutto se stesso) e chi ha di fronte sempre le stesse spese. Si chiama possibile collaborazione: vitto e alloggio in cambio di visibilità. Ma chi te l’ha chiesta? Si può anche mettere in conto di ricevere questa risposta, o no? O è molesta? Poi bisognerebbe anche ristabilire un codice deontologico: un conto è il fashion blogger influente che si rivolge ai fabbricanti di scarpe, altro un catalizzatore generico che pretende di rivolgersi a chiunque e spazia in tutti gli ambiti. Non ci si può autoproclamare Kardashians, questo è un titolo che si conquista. Insomma, il sistema ha bisogno di regole.

Anche la pubblicità convenzionale non ha un esito calcolabile al centesimo, si regge su una scommessa, ma ci sono alcune differenze: tanto per cominciare il committente richiede il servizio e paga l’agenzia – di solito non in natura – in seguito vengono pagati anche gli spazi promozionali su riviste e giornali. D’accordo, è preistoria: quali riviste e quali giornali? Ora la pubblicità la si fa direttamente sui social, dove c’è il maggior numero di lettori, o meglio, di cliccatori di link. Ma la timida domanda – che nessuno, e dall’inizio, osa porre perché pare brutto e molto datato – resta: in questo sistema carismatico, alla fine, dove cavolo sono i soldi? I seguaci sono soldi, sono pacchetti finanziari, risponderanno gli investitori veri e sicuramente è così. Ma chi ancora paga la gente in modo datato e non gli propone – come scrive Paul Stenson – di rifare letti in cambio di una comparsata nel video dell’influencer di turno, ha tutto il diritto di rispondere: no. Senza grazie.

Da qualche parte ho letto che la reazione di Stenson è epocale, liberatoria, una svolta: l’albergatore ha interpretato il desiderio di molti e infatti ha conquistato un numero di ammiratori e sostenitori che la povera Darby se li sogna. Al di là dell’influenza che Stenson da questo momento in poi potrebbe esercitare, è importante registrare un’inversione di rotta nel meccanismo del consenso: il no paga più del sì automatico. In ogni caso non si tratta di rivendicare a oltranza il valore della cosiddetta economia reale contro il fumo degli investimenti a rischio, l’obiettivo non è dare ulteriore benzina al populismo, ma valutare l’efficacia di un sistema misto, ibrido, in cui non si può restare dilettanti a vita, in balìa delle tendenze, con la scusa che farsi domande pare brutto, datato e non sta bene.

Immagini dal canale Youtube di Elle Darby
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