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TikTok ha chiuso l’account di Bisan Owda, una delle più note e apprezzate giornaliste palestinesi, senza una spiegazione Secondo la giornalista, 1.4 milioni di follower, vincitrice di un Emmy per i suoi reportage, la versione Usa dell'app sta censurando le voci palestinesi.
È uscita la prima immagine di Paul Mescal, Barry Keoghan, Harris Dickinson e Joseph Quinn nei panni dei Beatles e in tanti li trovano piuttosto buffi Hanno colpito molto soprattutto la scodella e i baffoni sfoggiati da Barry Keoghan, che nella saga diretta da Sam Mendes sarà Ringo Starr.
L’IDF ha confermato che i morti a Gaza sono almeno 70 mila, la stessa cifra riportata dal ministero della Salute della Striscia Finora, il numero di 71,667 non era stato considerato credibile da alcuni perché fornito da Hamas. Adesso anche l'esercito israeliano lo conferma.
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Nel sottosuolo di Niscemi c’è un sistema di rilevamento delle frane di cui tutti si sarebbero “dimenticati” per 20 anni Lo si è scoperto grazie a un'inchiesta della Stampa, secondo la quale gli strumenti di rilevamento sarebbero stati installati e poi abbandonati.
Un uomo ha tentato di far evadere dal carcere Luigi Mangione usando un forchettone da barbecue e una rotella tagliapizza L'improbabile colpo tentato da un ex pizzaiolo noto alle autorità si è concluso con la sua incarcerazione nella stessa prigione di Mangione.
Dopo due mesi di silenzio, Paul Dano ha risposto ai commenti offensivi che Quentin Tarantino ha fatto su di lui Al Sundance Film Festival, Dano ha raccontato di essere estremamente grato alle persone che lo hanno difeso

In difesa di Harry e Meghan

La docuserie di Netflix li dipinge, loro malgrado, come insopportabili e narcisisti, ma è forse il nostro rapporto con la monarchia a essere cambiato.

20 Dicembre 2022

Ora che anche gli ultimi tre episodi della docuserie Harry e Meghan sono usciti su Netflix, possiamo farci un’idea più chiara dell’operazione intentata dagli ex duchi del Sussex per mantenere il loro posto nella cultura popolare dopo che, almeno formalmente, hanno deciso di non avere più un ruolo attivo all’interno della famiglia reale britannica. Viste le prime tre, insopportabili, puntate, Laura Fontana aveva scritto qui su Rivista Studio che la loro «grande storia d’amore (…) si rivela per quella che è: materiale per una seduta psicoanalitica freudiana, barattata con Netflix in cambio di 100 milioni, che riesce nell’impresa epica di farci provare pena per un principe milionario». E in effetti H&M (come si chiamano fra loro, ogni riferimento al gigante del fast fashion è casuale) non ne escono benissimo: ogni tipo di mistero attorno alle loro vicende personali, dissipatosi nel momento stesso in cui è stata annunciata la serie, si scioglie nel loro scarso tentativo di sembrare “relatable”, ovvero come tutti noi. Non lo sono affatto, ovviamente, e falliscono miseramente nel recitare quel ruolo.

È impossibile non notare, però, che a queste condizioni avrebbe fallito molto probabilmente anche colei che il ruolo della principessa vittima del sistema se l’è inventato, e che su Harry e Meghan aleggia nella forma di vecchie clip e ritratti in bianco e nero ovvero D, Lady D, la principessa della gente comune, insomma Diana. Quello che Harry e Meghan ci fanno capire, ben oltre e in maniera decisamente meno poetica di quanto non abbia fatto The Crown in cinque stagioni, è quanto essere un reale oggi, nel mondo del post-tutto, verità monarchia colonialismo, è invero un lavoro difficile. Proprio nella prima stagione di The Crown, i giovani Elisabetta e Filippo al loro primo tour del Commonwealth realizzano abbastanza in fretta quello che erano diventati, loro due che i legami con l’ultimo secolo di reale (in tutti i sensi) influenza lo avevano conosciuto per davvero: leader tribali destinati a sventolare la mano di fronte alle telecamere, sorridendo nel frattempo. Nepo baby per diritto divino, legati senza possibilità di fuga ai loro carnefici, ovvero gli orridi tabloid inglesi, con i quali hanno messo a sistema un rapporto tanto tossico quanto machiavellico di odio reciproco e co-dipendenza. Probabilmente la spiegazione del ruolo della Royal Rota, il sistema di accreditamento esclusivo che lega alcuni giornali alla famiglia reale, è uno degli elementi più interessanti di questa epopea televisiva di cui davvero non sentivamo il bisogno: con il tono di due complottisti, Harry e Meghan hanno infatti spiegato al mondo l’equivoco di fondo, e cioè che i reali inglesi altro non sono che delle Kardashian con gioielli molto antichi (perlopiù rubati) mentre la Royal Rota non è che il predecessore di TMZ.

A differenza dei primi tre episodi, in cui la coppia è riuscita nel difficile compito di unire il fronte conservatore con quello progressista in un comune alzare gli occhi al cielo in segno di esasperazione, negli ultimi tre emergono punti validi alla discussione intorno al loro ruolo pubblico. Gli attacchi subiti da Meghan Markle prima, durante e dopo il matrimonio raccontano bene le punte che si possono raggiungere oggi tramite le campagne di odio, specialmente online: uno studio, ad esempio, ha scoperto che i commenti negativi a lei rivolti su Twitter, minacce di morte comprese, provenivano da una ridotta serie di account “specializzati” nel targetizzare la Duchessa. Lei sarà anche un’attrice non troppo talentuosa che ha un’idea dell’attivismo completamente performativa, ma la valanga di insulti razzisti e misogini che le sono stati rivolti – non ultima la vergognosa column di Jeremy Clarkson sul Sun che sta facendo discutere in questi giorni – ha scoperchiato tutte le contraddizioni di una monarchia che vuole riformarsi per non scomparire ma che è, nella sua essenza, irriformabile.

Fa impressione vedere Harry che attacca direttamente il fratello William, che gli avrebbe gridato contro nel momento in cui lui ha espresso la volontà di lasciare Londra con la famiglia per sfuggire alla pressione dei media, e fa impressione che concluda con un laconico «Capisco perché lui sia così attaccato all’istituzione, è tutto quello che ha e a cui ha dedicato la sua vita». Implicitamente, Harry ci sta dicendo che lui e Meghan, dall’alto del loro narcisismo e soprattutto del loro posto nella linea di successione al trono, possono permettersi di pensare a una monarchia diversa, mentre quelli delle prime file sono lì, immobili, inchiodati a sventolare la mano di fronte alle telecamere, sorridendo nel frattempo. I Duchi del Sussex avrebbero potuto essere per davvero il nuovo volto del Commonwealth post colonialista e fermare l’ondata di indipendenza dalla corona inglese che oggi coinvolge sempre più Paesi? Davvero Carlo e William hanno orchestrato le soffiate alla stampa sui piani di fuga di H&M per danneggiare la loro immagine con il tacito assenso della Regina?

Chi può dirlo, intanto una cosa è certa: questo brutto documentario sembra la continuazione ideale dell’ultima, criticatissima, stagione di The Crown, a cui è stata rimproverato il modo troppo bonario in cui dipinge Carlo. Carlo che orchestra in maniera pedestre l’abdicazione della madre, Carlo che vorrebbe che il pubblico apprezzasse Camilla quanto apprezza Diana, Carlo che cerca la sponda del premier John Major per costruire un fronte riformatore contro i monarchici radicali, Carlo che vorrebbe rinunciare pubblicamente alla sua religione per rendere la Corona più inclusiva: nessuno di questi tentativi, veri o presunti, è mai andato a buon fine, ma la dicono lunga su quanto per lui, diventato re a settantaquattro anni, e per tutta la sua famiglia, questa sia la battaglia di una vita, una battaglia a cui nessuno, neanche il pubblico per cui sono distrazione momentanea, è legato quanto i diretti interessati.

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