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06:33 domenica 21 giugno 2026
Meloni e Trump s’erano tanto amati ma adesso si stanno tanto insultando Lui ha detto di essersi fatto una foto con lei «perché mi ha fatto pena». Lei ha detto che lui «si è inventato tutto». Fino a ieri andavano d'amore e d'accordo.
All’improvviso Rick Rubin ha annunciato che questo fine settimana torna in Toscana per la seconda edizione del suo Festival of the Sun Anche questa volta l'annuncio è arrivato all'ultimo momento: festival gratuito, basta prenotarsi e presentarsi domenica 21 a Colle Val d’Elsa, vicino Siena.
Persino J.D. Vance si è stufato delle deliranti uscite di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich sull’accordo di pace con l’Iran «Trump è l'unico capo di Stato al mondo solidale con Israele. Non attaccherei l'unico alleato che mi è rimasto», ha detto in conferenza stampa il Vicepresidente USA.
In Giappone sono tutti indignati per lo scandalo del “cartello del gelato”, cioè di un gruppo di aziende che si sono messe d’accordo per aumentare continuamente il prezzo del gelato Aumenti di 6 centesimi alla volta ma frequentissimi e che non avevano nulla a che fare con l'aumento del prezzo delle materie prime. Finché non se ne è accorta l'Antitrust.
Se volete trasformare casa vostra in uno spazio liminale, A24 ha fatto la carta da parati di Backrooms E costa anche relativamente poco: 60 dollari a rotolo. Una cifra accettabile per trasformare un ambiente di casa in un incubo.
La Nazionale francese ha deciso che dopo ogni gol che segna al Mondiale nello stadio deve partire One More Time dei Daft Punk a tutto volume In questa edizione del Mondiale tutte le Nazionali hanno dovuto scegliere un "inno da gol". C'è anche una playlist ufficiale che li raccoglie tutti.
Tra le opere meno conosciute di David Hockney ci sono delle bellissime illustrazioni che fece per le sue fiabe preferite dei fratelli Grimm Le realizzò nel 1969 e le tavolo vennero raccolte tutte in un volume, pubblicato un anno dopo, intitolato Six Fairy Tales from the Brothers Grimm.
A causa della crisi climatica è morto l’albero più famoso del mondo, la vecchia quercia della foresta di Sherwood La quercia, che cresceva da almeno mille anni, quest’anno non ha prodotto nessuna foglia a causa delle sempre più frequenti ondate di calore e degli eccessivi interventi umani.

Del Problema dei 3 corpi ci ricorderemo solo la campagna promozionale

Se non fosse stato per le scritte "Siete insetti" che hanno scatenato panico e indignazione nelle stazioni ferroviarie italiane, la serie sarebbe stata soltanto l'ennesimo, costosissimo, tentativo fallito di Netflix di costruire un franchise.

28 Marzo 2024

Il problema dei 3 corpi è quello che succede quando un mercato si fa troppo competitivo. Nell’indifferenza collettiva (quando è stata l’ultima volta che avete sottoscritto l’abbonamento a una nuova piattaforma?) le streaming wars continuano e prosegue l’assedio a Netflix, che si difende con le forze e le armi che le restano dagli attacchi di una concorrenza sempre più numerosa e agguerrita. La strategia di Netflix è sempre la stessa: essendo arrivata per prima in cima alla montagna dello streaming e avendo conquistato così una posizione di vantaggio, vuole consolidare questo vantaggio costruendosi attorno una fortezza inespugnabile che in futuro le permetta di assistere dall’alto, in sicurezza, con indifferenza alle prossime battaglie delle streaming wars. C’è un solo modo per realizzare questo piano e vincere così la guerra: trovare una proprietà intellettuale da trasformare in franchise multimediale (la fortezza inespugnabile), fare quello che Disney ha fatto con il Marvel Cinematic Universe e con Star Wars, quello che Amazon ha intenzione di fare con Il signore degli anelli, con 007, con Star Trek. Ci ha provato già, Netflix, e ha fallito: con The Witcher e Altered Carbon, per esempio. Ci ha provato e ci è quasi riuscita con Stranger Things, ma ormai chi si ricorda più di Stranger Things. Ci riprova, ora, con Il problema dei 3 corpi.

Duecento milioni di dollari è un prezzo accettabile per la vittoria di una guerra. Tanto Netflix ha speso per convincere David Benioff e D.B. Weiss a lasciare Hbo e passare alla concorrenza. Benioff e Weiss sono i creatori dell’ultimo evento televisivo propriamente detto, dell’ultima serie tv che è stata anche rito collettivo: Il trono di spade, l’adattamento televisivo della saga letteraria – mai completata: siamo ancora qui ad aspettare The Winds of Winter – low/dark fantasy di George R.R. Martin. Dopo il finale del Trono di spade, sul mercato televisivocinematografico americano non c’era una merce più costosa, preziosa e desiderata del duo Benioff-Weiss. Siccome la guerra è guerra, anche Disney aveva provato ad accaparrarseli, offrendo ai due la possibilità di lavorare a una trilogia di Star Wars tutta nuova e tutta loro. Con Disney prima sembrava fosse fatta e invece poi non se n’è fatto nulla, non si è mai saputo davvero perché ma la spiegazione universalmente accettata è che Benioff-Weiss alla fine avessero preferito lavorare alla cosa completamente diversa che Netflix aveva proposto. Fate per noi quello che avete fatto per Hbo, questa in sostanza l’offerta di Netflix. Prendete una saga letteraria fin qui considerata impossibile da adattare per qualsiasi schermo, grande o piccolo, e fatene un franchise dal quale noi potremo continuare a cavare prequel, sequel, spin off, remake, adattamenti fino alla notte dei tempi. In cambio, ecco 200 milioni di dollari.

La cosa completamente diversa che Netflix aveva offerto a Benioff e Weiss era l’adattamento di una trilogia di romanzi di fantascienza scritta dall’autore cinese Liu Cixin, Memoria del passato della terra. Hard sci-fi, il sottogenere di appartenenza: quella fantascienza in cui allo spiccato elemento fantastico – in questo caso il primo contatto e la successiva invasione della Terra da parte della razza aliena dei San-Ti, e i tentativi dell’umanità di evitare l’annichilimento – si unisce un’attenzione per la verosimiglianza scientifica tra l’ammirevole, nel migliore dei casi, e il pedante nel peggiore. Il primo romanzo della saga di Cixin è stato tradotto in inglese nel 2014 da Tor Books, editore americano specializzato in tutti i tipi di speculative fiction provenienti da ogni parte del mondo (in Italia il romanzo è uscito nel 2017 per Mondadori). Tra la prima edizione in Cina – Liu ha pubblicato una versione iniziale della storia sulla rivista Science Fiction World nel 2006 – e la prima negli Stati Uniti, Il problema dei 3 corpi ha ottenuto tutto il successo che un romanzo di fantascienza può ottenere oggi: premi e adattamenti (un film, una serie tv) in Cina, negli Stati Uniti è diventato la prima traduzione dal cinese a vincere il premio Hugo. Si capisce dunque perché Netflix abbia deciso che la trasposizione televisiva del Problema dei 3 corpi dovesse essere il primo dei tantissimi successi usciti dal “multiyear overall film and tv deal” da 200 milioni di dollari sottoscritto con Benioff e Weiss. Si capisce anche perché la piattaforma abbia rischiato denunce – solo in Italia, va detto – per interruzione di pubblico servizio o per procurato allarme pur di promuovere la serie: perché Il problema dei 3 corpi non è una serie come le decine di altre serie che escono ogni settimana su Netflix. Il problema dei 3 corpi deve essere un successo. Deve essere la fine delle streaming wars come se la immagina Netflix.

Guardando gli otto episodi che compongono la prima stagione della versione Netflix del Problema dei 3 corpi, però, si capisce anche perché certi romanzi vengono definiti impossibili da adattare per il grande o per il piccolo schermo. Si capisce che certe volte sarebbe meglio fidarsi di chi appone queste fascette su questi libri e lasciar perdere, passare avanti, trovare una maniera più facile e meno rischiosa di spendere 200 milioni di dollari. Cifra che viene il dubbio sia stata investita davvero, anche solo in piccolissima parte, guardando Il problema dei 3 corpi. Di sicuro non è stata investita per pagare un direttore del casting capace. I protagonisti della serie – cinque scienziati ribattezzati gli Oxford Five, in cui sono stati spezzettati i tre Pov character attraverso i quali Cixin raccontava la storia originale – sono interpretati da attori che farebbero fatica a stare in uno degli innumerevoli e irrilevanti film di Natale che l’algoritmo Netflix ci propina durante le feste, figuriamoci in una serie che ha l’ambizione di trasporre una storia-mondo che tratta tutte le urgenze contemporanee: i fanatismi religiosi, le isterie antiscientifiche, i revisionismi storici, le opacità e oscurità dei governi, le apocalissi vicine o lontane ma comunque inevitabili, gli effetti sulla psiche umana delle realtà multiple costruite dalla tecnologia.

Si potrebbe dire che in una serie tv hard sci-fi non sono le interpretazioni degli attori che fanno la differenza ma il world building, la capacità di mostrare su uno schermo quello che in origine stava scritto sulle pagine: i movimenti misteriosi dell’universo, immensi come orbite dei pianeti o minuscoli come le pieghe che compongono la massa infinitesimale di un atomo, tutti oggetto della missione esplorativa della scienza. Anche in questo Il problema dei 3 corpi fallisce: la fotografia fa quello che può considerando la pochezza degli scenari (è quasi tutto girato al chiuso, con luce artificiale, le pochissime scene all’aperto vengono coperte e banalizzate dalla Cgi), la regia si barcamena tra urgenze narrative e goffi omaggi al minimalismo di Villeneuve, alle geometrie di Nolan, al tableu sanguinolenti del Fincher di Se7en. Gli orrendi effetti speciali con i quali la serie cerca di trasporre le meraviglie quasi scientifiche scritte da Cixin hanno l’unico merito di permettere a chi guarda di distrarsi, anche solo per un attimo, dalle tremende interpretazioni degli attori. I dettagli scientifici sui quali Cixin tanto si concentra nelle sue semi-accademiche digressioni vengono ridotti a scarabocchi su lavagne: c’è sempre una lavagna sullo sfondo, nel Problema dei 3 corpi, a confermare l’autorevolezza della persona che si sta dilungando nella spiegazione di quello che sta scritto sulla lavagna. Che è quasi tutto quello che succede in questa prima stagione.

Cosa resta del Problema dei 3 corpi? Cosa c’è da salvare? A essere onesti, nulla. A essere ottimisti, si potrebbe dire che almeno la serie ha riportato al centro del dibattito pop culturale un racconto fantascientifico, cosa che non succedeva dal finale di Battlestar Galactica e nonostante in questi anni serie sci-fi di ottima fattura ci siano state – Foundation, For All Makind, Andor, The Orville, The Expanse – anche se nessuna “hard” come avrebbe dovuto e potuto essere Il problema dei 3 corpi. Il rinnovo della serie per una seconda stagione sembra quasi certo (non si può mai essere certi davvero, vista la tendenza di Netflix a cancellare qualsiasi titolo non abbia un immediato riscontro di critica e/o di pubblico), quindi almeno possiamo sperare in una seconda stagione migliore della prima. Era lecito aspettarsi di più, da una serie nella quale Netflix ha investito milioni di dollari e per la quale ha rischiato denunce per interruzione di pubblico servizio e procurato allarme. Ma almeno come campagna di guerrilla marketing ha funzionato: forse è questa l’unica cosa che resta davvero del Problema dei 3 corpi.

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