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Il cielo è dei potenti

L'agone perenne della politica dei pesci piccoli - i voti cercati, le correnti, i soldi spesi, la fedeltà. Da un libro-confessione che radiografa il potere Dc.

04 Febbraio 2013

Eccolo il romanzo TQ, ma come l’alba di Ecce Bombo è spuntato dall’altro lato rispetto a dove era atteso: cioè non tra quel centinaio di scrittori, critici, editori, giornalisti che si riunirono nell’aprile 2011 nella sede romana della Laterza sotto il nome di Trenta-Quaranta, invocando nel manifesto una precisa assunzione di responsabilità collettiva, “con la certezza che la nostra generazione porta su di sé, per la prima volta, il fardello di mutamenti storici che riguardano tutti, e in particolare i più giovani”. A scriverlo è stata invece Alessandra Fiori, scrittrice e giornalista romana, figlia trentacinquenne di un uomo di potere ma democristiano (e non sessantottino): Publio Fiori, uno dei politici dei più votati di sempre nella capitale, di lungo corso parlamentare, gambizzato dalle Br nel 1977, ex ministro nel primo governo Berlusconi e cofondatore di Alleanza Nazionale.

Il libro lo ha pubblicato la casa editrice E/O che ha sede nel centenario quartiere romano di Prati. In copertina sembra un Harmony, in campo celeste una coppietta disegnata in acquarello si ripara da una pioggia sotto un ombrello. L’effetto è quello di nascondere la storia se non fosse per il titolo ambizioso Il cielo è dei potenti. Non è il tentativo di un’autobiografia della Repubblica (anche perchè le carriere di Fiori e del protagonista Claudio Bucci sono in gran parte diverse), non ha tentazioni di saggio o di racconto morale. È una confessione frenetica, “sboccata e spudorata” come ha scritto Filippo Ceccarelli su Repubblica, della storia di potere e ambizione di un giovane avvocato dentro la balena bianca democristiana.

Di che parole si nutre questa ambizione? Le solite per un racconto politico: impegno, fatiche, travagli, analisi, autocritiche, posizioni. C’è davvero tutto, soltanto che la Fiori ne restituisce un senso diverso. Non si parla mai di Generazioni, di Sconfitte epocali, di Storia. Non esiste qui quell’attuale inautentico dell’ultimo libro di Veltroni dove i protagonisti giovanissimi hanno una formazione letteraria perfetta con letture di Kerouac, Marcuse, Pavese, Pasolini, Gadda e Salinger, e ovviamente riempiono i tempi morti parlando di Tenco e Don Milani, o della morte di Martin Luther King e del Che Guevara. Non ci sono neanche compagni che sbagliano ovviamente, l’anticomunismo è di famiglia, così come il terrorismo è un crimine da vigliacchi (e basta). La materia di cui sono fatti i sogni scudocrociati della Fiori è fisica, non impalpabile, sul fondo del racconto degli anni Sessanta di Bucci non c’è nessuna mitologia di sinistra, nemmeno Il Sorpasso.

L’impegno è una fatica vera: trovare tesserati, elettori, soldi, correnti, finanziamenti, collette, padrini e magnate (con domanda ferale: “Chi paga?”). Fatica che si rinnova dopo ogni tornata elettorale, fin dal debutto in sezione, perché Bucci, pur lasciando lo studio di avvocato del padre in provincia perché non vuole guadagnare solo caciotte in cambio di cause vinte, continuerà con i comizi a spingere il suo nome sempre più in là. Impegno è anche ritrovarsi in mano 70mila lettere elettorali da inviare in pochi giorni, o rimediare un buffet di scarti per salvare le apparenze. Se la corruzione è una cosa fisica, l’infarto è sempre dietro l’angolo. L’analisi arriva giusto per il tempo di capire che legarsi agli invalidi di guerra e ai pensionati serve per avere un seguito. L’autocriticadura l’attimo di rendersi conto che si è trombabili a qualsiasi latitudine del voto e che la corrente è indispensabile, anche se Bucci si muove sempre “al confine del dissenso”. Anche la sconfitta è da mettere in conto, a cominciare dalla tasche proprie perché stare nel potere costa, poi ci sono i tradimenti, le beffe, addirittura le telefonate false nei colloqui disperati. La sconfitta anche fisica, come la compassione degli affetti verso la sua ossessione. La fedeltà non è agli ideali: le alleanze sono frutto del momento, più simili a incontri che a un matrimonio. A quello ci pensa una bellissima moglie che con Bucci condivide fatiche, sesso e prove da ghostwriter (per comizi democristiani!). La vittoria è simboleggiata dai pacchi regalo che invadono casa a Natale, è quella la misura del potere formato famiglia.

La location de Il cielo è dei potenti è ovviamente Roma. Il fantomatico Palazzo del potere sembra qui quello della Civiltà del lavoro dell’Eur, detto la formaggera per via dei tanti archi simili da lontano a dei buchi. Il Palazzo di Bucci è infatti ovunque, basta che sia utile a segnare il territorio, persino negli ascensori dove entrano liste per uscirne cambiate, o nei cessi del Palasport dove durante un congresso nazionale l’onorevole si nasconde perché ha cambiato corrente. Non esistono solo i corridoi delle decisioni, e le urne con le schede.

Prima della riforma dei collegi uninominali e del referendum sulle preferenze (che per quelli come Bucci vale più del crollo del Muro di Berlino) chi voleva arrivare in alto doveva sbattersi in continui andirivieni tra città e provincia: ecco allora le corse notturne sulla Pontina e l’Ardeatina, i comizi a Cassino, le magnate a Monterotondo, i battesimi a Genzano e i matrimoni a Frattocchie, le sagre da presenziare per incontrare i compari che garantiscono voti e preferenze, i traffichini, i questuanti, i fedelissimi fino ai più potenti, e pure “i pazzi e i rompicoglioni”, le mamme dei traffichini che stirano le banconote e i costruttori legati al Vaticano (i detentori del “Mattone di Dio”). E ancora l’Agro battuto come in cerca dell’oro, le feste nelle ville sulla Camilluccia, inaccessibili e protette da muraglioni classisti, gli appuntamenti nell’hinterland con quell’aria da paesotto stanco, e poi il litorale selvaggio, le zone industriali, quelle abusive, i ristoranti sulle consiliari abbandonati in fuga senza pagare perché nessuno ha i soldi per pagare le cene elettorali, e ancora il centro con le foresterie e i seminterrari, il teatro dei Satiri, gli scantinati sul Lungotevere, il vecchio cinema Rex.

In questo continuo elastico romano di Bucci si incontra con nomi fittizi il pantheon delle divinità democristiane: il Divo Giulio Andreotti (il libro è il corollario del film di Sorrentino), “lo squalo” Sbardella, ex pugile e possente mascella da centurione con l’accento da vetturino (personaggio che fa da contraltare a Publio Fiori, definito “il politico con il ciuffo più corvino e cotonatod’Italia”), Franco Evangelisti e il suo “occhio sguincio”, l’ex storico e potente sindaco Amerigo Petrucci. Per passare indenne come il vaso di coccio in mezzo a quelli di ferro l’importante – dice Bucci- “è non vedere l’impresa nell’insieme”.

Raggiunto il grado di onorevole la sudata carriera di un uomo “senza eccessiva passione” diventa “una piccola azienda, al di là delle ambizioni personali”, per cui “o si espande, o si fonde, oppure muore”. L’epilogo sarà la carica di Ministro con i fascisti di An e Berlusconi di fronte al quale però Bucci realizza di essere a un passo dal nulla: “Noi che eravamo stati così brutti, unti, grassi, con le nostre giacche a quadri e la camicia stropicciata, noi eravamo già incredibilmente lontani”. Un avviso di garanzia lo farà dimettere dalla politica (Fiori invece non è più in Parlamento dal 2006). Alla fine Il cielo dei potenti è una confessione familiare impietosa, su quanto possa valere una fatica lunga 50 anni. Ma soprattutto è un racconto scritto senza imbarazzo. Eppure, dice il democristiano Bucci, in uno dei sui lampi di coscienza, “l’imbarazzo è un sentimento importante, bisognerebbe tenerne conto”.

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