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Ars Technica ha cancellato un articolo che condannava l’uso dell’AI dopo che si è scoperto che conteneva citazioni inventate dall’AI L'autore del pezzo si è scusato e ha detto che da ora in poi non si fiderà più delle citazioni suggerite da ChatGPT.
A distanza di due giorni l’una dall’altra sono spuntate due nuove opere attribuite a Michelangelo Una è un dipinto intitolato "Pietà Spirituali", l'altra un busto marmoreo del Cristo Salvatore. La storia della loro attribuzione al Buonarroti è piuttosto avventurosa.
L’agenzia meteorologica giapponese fa delle previsioni esclusivamente dedicate alla fioritura dei ciliegi Quelle di quest'anno dicono che i fiori sbocceranno con un certo anticipo rispetto al solito: i primi arriveranno tra meno di due settimane.
C’è una proposta di legge per inserire la gentilezza tra i parametri con cui l’Istat misura la qualità della vita Proposta che è arrivata in Parlamento e che sostiene che una società più gentile sia non solo moralmente migliore ma anche più ricca economicamente.
L’invito per la sfilata di Dior alla settimana della moda di Parigi è una sedia In miniatura ma pur sempre una sedia che rimanda alle Sénat, quelle utilizzate all'interno del Jardin de Tuilleries, location della sfilata.
In Artificial, il prossimo film di Luca Guadagnino, ci sarà la prima colonna sonora composta da Damon Albarn E ha spiegato che lavorare a questo film gli ha fatto capire che le intelligenze artificiali non saranno mai capaci di fare musica vera.
Il favorito per diventare il prossimo Presidente del Consiglio del Nepal è un ex rapper che non si toglie mai gli occhiali da sole Si chiama Balen Shah e la sua immagine è così legata a quel modello di occhiali da sole che nei negozi hanno preso a chiamarli "occhiali Balen Shah".
Il bene più a rischio a causa della guerra in Medio Oriente non è né il petrolio né il gas ma il fertilizzante Nella regione se ne produce moltissimo, la guerra ha già causato problemi logistici e aumenti dei prezzi che rischiano di stravolgere l'agricoltura mondiale.

I libri del mese

Cosa abbiamo letto a febbraio in redazione.

28 Febbraio 2022

Garth Greenwell, Purezza (Einaudi)
Trad. di Matteo Colombo

Ci sono due motivi di interesse per dedicare un po’ del proprio tempo alla raccolta di racconti Purezza di Garth Greenwell (Einaudi), al secondo libro dopo il romanzo Tutto ciò che ti appartiene (Mondadori). Il primo è che la voce di questi racconti è quella di un americano a Sofia, Bulgaria, che proprio in questi giorni di orrore e follia in Europa orientale, ci dà una qualche eco di un mondo che, seppure considerato vicino, ci sembra sfuggente e troppo duro da sopportare per un occidentale. Quelli di Greenwell sono frammenti di spaesamento amoroso e geografico (e quindi morale), tra sigarette consumate fino al filtro, taxi bloccati nel traffico, ristoranti che sembrano scantinati, il tutto visto con gli occhi un professore di letteratura gay americano e riflesso dallo specchio deformante del suo desiderio. Il secondo motivo è, invece, un racconto in particolare intitolato “Gospodar”, che in bulgaro significa “Padrone” o “Maestro” e che andrebbe letto anche da solo. È strano scoprire in un’epoca in cui ci sembra di aver visto e provato tutto, che possa esistere ancora qualcosa in grado di tenerci attaccati a una pagina e di sconvolgerci. Questa storia che racconta di un incontro Bdsm a casa di uno sconosciuto, della paura dell’ignoto che lo precede, dell’eccitazione che lo percorre, e dell’oscurità a cui può portare il desiderio e a cui non sappiamo rinunciare, è invece l’incarnazione del potere magnetico e scandaloso che un testo può avere su un lettore. Strano ma vero. (Cristiano de Majo)

Daniel Kehlmann, Te ne dovevi andare (Feltrinelli)
Trad. di Monica Pesetti

Da più di una settimana, affetto da quella che sono sicuro qualcuno avrà già battezzato “war anxiety”, aggiorno con una compulsività che non aveva precedenti le applicazioni di quotidiani italiani e internazionali sullo smartphone, e la notifica sul tempo di utilizzo del telefono stamattina me l’ha ricordato con un bel 12% in più. Questo fine settimana mi sono preso due ore per staccare del tutto dagli scenari atomici che coinvolgono Europa, ex Impero Russo, Stati Uniti, Cina, insomma tutto il mondo, per chiudermi in questa piccola casa alla Shining sul cucuzzolo di una montagna, per le cento pagine scarse di questa novella di horror psicologico. Daniel Kehlmann nel 2005 aveva volato tra Americhe, Europa e Russia raccontando le vite di Gauss e Humboldt in La misura del mondo, poi nel 2009 aveva aveva ambientato Tyll durante tutta la Guerra dei trent’anni. Tra i due romanzi ha scritto Te ne dovevi andare, una gemmetta che scorre in fretta e ti cattura a fondo, con soltanto quattro personaggi e la capacità di tenere l’attenzione alta senza distrazioni. È difficile svelare un po’ di trama per un horror perché il rischio spoiler è molto alto, basti dire che gira tutto attorno alla casa, dentro la casa, come un’allucinazione domestica. Un libretto che è un esercizio, ma che dimostra come la brevità non sia antitetica al divertimento. (Davide Coppo)

Diane Johsnon, Lorna Mott torna a casa (Atlantide)
Trad. di Chiara Manfrinato

È davvero strano, ma la scrittrice americana classe 1934, finalista per due volte al National Book Award e al Pulitzer, co-autrice della sceneggiatura di Shining e guest editor di Mademoiselle per un mese a New York insieme ad altre giovani vincitrici del premio tra cui Sylvia Plath (che poi l’avrebbe raccontato in The Bell Jar) non è mai stata pubblicata in Italia. I suoi romanzi più famosi, in realtà, sono altri: Persian Nights del 1987, il besteller Le Divorce del 1997 (diventato un film di James Ivory con Kate Hudson e Naomi Watts), che insieme a Le Mariage del 2000 e L’Affaire del 2003 compone la trilogia di Parigi: donne americane in Francia alle prese con complicate relazioni amorose. Ora Diane Johnson torna a casa: Lorna Mott Comes Home, il libro con cui approda per la prima volta in Italia nella traduzione di Chiara Manfrinato, è la storia di una quasi settantenne storica dell’arte che dopo una vita in Provenza torna a San Francisco intenzionata a rilanciare la sua carriera. Così come ho empatizzato con la disperazione della protagonista di Euphoria, una tossicodipendente di diciassette anni, non ho avuto nessuna difficoltà a riconoscere la sensazione di aver definitivamente perso la capacità di sentirsi al passo col presente descritta dalla Lorna di Diane Johsnon e compatire l’ingenua determinazione con cui prova a dimostrare a se stessa che «ci si può rifare una vita a qualsiasi età». Chissà se anche Diane Johnson, negli ultimi anni, si sentiva a un punto morto della sua carriera: è probabile, anche perché ormai va per gli 86. A quanto pare, però, alla fine, se n’è sbattuta altamente, e ha continuato a scrivere. (Clara Mazzoleni)

Frank Westerman, Noi, umani (Iperborea)
Trad. di Elisabetta Svaluto Moreolo

Frank Westerman è stato spesso paragonato a Ryszard Kapuściński, talmente spesso che ormai all’accostamento si è abituato pure lui: quando gli chiedono di trovare una definizione per il suo ultimo libro, Noi, umani (edito in Italia da Iperborea), Westerman prende in prestito la «letteratura fattuale», un’idea, appunto, di Kapuściński. Una forma di letteratura «tenuta stretta dai fatti», aggiunge Westerman. E in effetti Noi, umani è un’indagine, cioè il tentativo di rimettere i fatti in ordine cronologico, di accertare i legami di causa-effetto che li tengono attaccati. In uno dei passaggi più accattivanti di tutto il libro, Westerman è seduto a un tavolo sopra il quale sono disposte riproduzioni e ricostruzioni di una decina di teschi di ominidi: milioni di anni di evoluzione umana esposti in un albero di ossa, da quelle dell’australopiteco Lucy ai sapiens dai quali discendiamo tutti. Escluso dal tempo e dalla causalità, il teschio di Flo, il nomignolo dell’Homo floresiensis (conosciuto anche come lo hobbit), l’antico abitante dell’Isola di Flores, in Indonesia, oggetto della letteratura fattuale di Westerman. Nel tentativo di trovare il posto di Flo in quella fila di teschi (era un sapiens affetto da nanismo? Era un’altra linea, possibile e interrotta, dell’evoluzione della specie?), Westerman racconta una storia che, proprio come Flo, è difficile piazzare in un punto della mappa letteraria: diario di viaggio e gonzo journalism, per certi aspetti un giallo (si comincia da una cadavere per poi risalire all’identità del morto) e per altri un saggio socioculturale sull’importanza del punto di vista e la conseguente definizione di devianza, per altri ancora un manuale di scrittura (la cornice della storia è il corso tenuto dall’autore all’Università di Leida in qualità di guest writer, il primo della storia dell’ateneo a ricevere l’invito pur non avendo mai scritto un romanzo). Una storia che –  come Westerman ripete più volte – dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio la superiorità della realtà rispetto alla finzione. Isole che sembrano uscite da un romanzo pulp degli anni ’50, missionari cattolici che vivono la vita come Indiana Jones, scienziati disposti a mettere a repentaglio la vita altrui pur di scavare un metro più in profondità, orrori e rancori post-coloniali che determinano la direzione del dibattito scientifico: «Storie realmente accadute così inverosimili che, se immerse nella finzione letteraria, perderebbero subito ogni brandello di credibilità». (Francesco Gerardi)

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