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Ernest Hemingway e l’inedito italiano

La storia del racconto di Hemingway recentemente pubblicato dal New Yorker ne evoca un'altra, ambientata nel 1918, durante la Grande Guerra.

19 Giugno 2020

Il primo giugno il New Yorker ha pubblicato il racconto inedito “Pursuit as happiness” di Ernest Hemingway. La storia si svolge tra finzione e autobiografia. Nei dialoghi i protagonisti si rivolgono a «Ernest» oppure a «Hemingway», anche se il più delle volte lo chiamano con il soprannome di «Cap» che è intercambiabile tra lui e Mr. Josie. Hemingway però non è il capitano del Pilar ma dell’Anita, la barca di proprietà di Mr. Josie, come Hemingway chiamava l’amico Joe Russell, suo compagno di pesca per dodici anni. Cap e Mr. Josie sono per mare da un mese e riescono a pescare tonnellate di marlin ma nessuno di quelli grossi. Affettano tonnellate di pesce per venderlo al molo e una parte finisce ai poveri e l’altra ai poliziotti sul «libro paga». Allora Carlos, nella vita Carlos Gutierrez, il primo compagno di pesca a Cuba di Hemingway, gli dice di aspettare perché «quelli grossi stanno per arrivare» e i tre si imbarcano per un altro mese di pesca d’altura nella Corrente del Golfo. Nel racconto Hemingway alloggia all’hotel Ambos Mundos, come alloggiava nella realtà, accanto al suo bar preferito El Floridita, a bere «daiquiri ghiacciati senza zucchero», dove prendeva una stanza ogni volta che si fermava a dormire a terra all’Avana.

Il racconto “Pursuit as happiness” verrà incluso nella nuova edizione di Il vecchio e il mare, che sarà pubblicata nel corso dell’anno dall’editore Scribner. «La storia è parte della Ernest Hemingway Collection del John F. Kennedy Library and Museum di Boston, che custodisce il più grande archivio dei manoscritti di mio nonno», racconta il nipote di Hemingway, Séan Hemingway, nell’intervista rilasciata al New Yorker sulla pubblicazione dell’inedito. «L’ho scoperta mentre stavo preparando la nuova edizione, ripassando con attenzione il ricco archivio di manoscritti, lettere, fotografie; diari di bordo della barca da pesca di mio nonno, il Pilar. La storia esiste in un singolo manoscritto, battuto a macchina, con delle correzioni a mano, è una delle poche storie mai pubblicate. Del materiale inedito di mio nonno è una piccola gemma».

La storia è ambientata durante le rivolte del 1933 e l’autoritarismo del presidente Gerardo Machado a Cuba. «Il conflitto politico non costituisce il fulcro della narrazione, è il contrasto con la vita a terra e la felicità della pesca in mare che rende tutto più struggente». Il titolo del racconto è stato tratto da Patrick Hemingway, lo zio di Séan, dalla quarta sezione di Verdi colline d’Africa. «Penso sia un bel titolo per un racconto che parla della gioia della pesca e della felicità a cui conduce». La storia dell’ultimo inedito di Hemingway ne evoca un’altra collegata ancora a Mr. Josie. Riguarda però le esperienze vissute dallo scrittore durante la Grande Guerra, nel 1918, quando era in servizio come autista d’ambulanze alla Sezione 4 della Croce Rossa americana in Italia. È la storia del raconto «inedito» pubblicato unicamente in italiano “La scomparsa di Pickles McCarty”. Una storia che parla di guerra e di boxe.

Foto scattata da Hemingway in località Strada del Cavallaro, che da frazione Laghi in Val Pòsina portava al saliente austriaco di M. Majo, c. William D. Horne, Barrington, Illinois (per gentile concessione del Museo Hemingway e della Grande Guerra – Fondazione Luca)

Foto scattata da Hemingway alla Gola della Strenta, a nord di Arsiero, di ritorno dalla Val Pòsina, c. William D. Horne, Barrington, Illinois (per gentile concessione del Museo Hemingway e della Grande Guerra – Fondazione Luca)

Joe Russell, era proprietario dello Sloppy’s Joe bar, a Key West in Florida, dove Hemingway visse per dodici anni. Prima di partire per Cuba, nel 1940, Hemingway lasciò delle carte e manoscritti all’amico Josie. Tra questo materiale c’era anche il manoscritto “The Passing of Pickles McCarty” (con un secondo titolo “The Woppian Way”). «Il racconto fu rimosso dal retro del bar agli inizi degli anni Sessanta», scrive Richard Willing in articolo del Washington Post. Finì nelle mani del biografo di Hemingway, Carlos Baker, autore della biografia dello scrittore Hemingway: Storia di una vita. Baker come ringraziamento lo inviò, anni dopo, al professore di italiano che era stato ricercatore in letteratura americana a Princeton, Giovanni Cecchin, all’epoca autore del suo primo libro Invito alla lettura di Hemingway. Cecchin ottenne l’autorizzazione a tradurre e pubblicare il racconto in italiano che apparve per la prima volta sulla rivista Il Racconto, l’8 gennaio 1976, con il titolo “La scomparsa di Pickles McCarty”.

«Il racconto narra la storia di Pickles McCarty, nato di nome Neroni, un italo-americano aspirante pugile, “uno di quei miserabili e volenterosi lottatori che puoi vedere se vai ad un incontro di pugilato troppo presto per l’incontro di prestigio”. In pochi mesi Pickles fa una carriera strepitosa. Ma la guerra sul fronte italiano lo risucchia nel suo ingranaggio. Finirà arruolato con i reparti d’assalto degli Arditi. Interlocutore di Pickles è Scribe (“scribacchino”), un amico giornalista, di stanza nel Servizio Ambulanze di Bassano», scrive Cecchin nella postfazione al racconto.

«La data di composizione risale al 1919, quando Hemingway soffriva d’insonnia e di incubi, esagerava nel bere (un’abitudine presa in Italia). Si rifugiava, più spesso che poteva, con amici nel nord del Michigan, a pescare, a lavorare, a vagare per i boschi. Aveva ripreso però cocciutamente a scrivere. “La scomparsa di Pickles McCarty” nasce in queste circostanze». È una delle prime storie di boxe e di guerra ma un suo segreto consiste nell’ambientazione in quella «vecchia villa sul fiume» che viene descritta prima nel racconto e servirà poi per la composizione dell’incipit del grande romanzo Addio alle armi. La villa è la tenuta di Ca’ Erizzo a Bassano del Grappa dove era di stanza la Sezione Uno della Croce Rossa americana.

Ambulanze della Sezione Uno parcheggiate nel cortile di Ca’ Erizzo (per gentile concessione del Museo Hemingway e della Grande Guerra – Fondazione Luca)

Foto di gruppo nella terrazza dell’ospedale della Croce Rossa Americana di Milano. Da sinistra: Loretta Cavanaugh, Elsie MacDonald, il magg. Hereford, l’ausiliaria italiana Mercedes Turini, la caposala Katherine C. DeLong, forse il ten. pittore Brondi, E. Hemingway, Ed Allen, Agnes von Kurowsky, Miss Fletcher

Ernest Hemingway ricoverato all’Ospedale della Croce Rossa Americana, Milano, luglio 1918

«A Bassano eravamo acquartierati in una vecchia villa sulla sponda orientale del Brenta, un po’ più in su del ponte coperto. Era una grande dimora di marmo, con cipressi lungo il viale, statue ai lati, e le solite altre cose. Noi eravamo il solito gruppo di avventurieri, dai piedi piatti e con gli occhi strabici, che non potevamo arruolarci nell’esercito e avevamo ripiegato sul Servizio Ambulanze» scrive Hemingway nel racconto. «Sul finire dell’estate, quell’anno, eravamo in una casa in un villaggio che al di là del fiume e della pianura guardava le montagne. Nel letto del fiume c’erano sassi e ciottoli, asciutti e bianchi sotto il sole, e l’acqua era limpida e guizzante e azzurra nei canali. Davanti alla casa passavano truppe e scendevano lungo la strada e la polvere che sollevavano copriva le foglie degli alberi», scrive nell’incipit di Addio alle armi. «Il panorama descritto all’inizio del romanzo Addio alle armi, anche se ambientato nella valle dell’Isonzo è in realtà quello che noi autisti della Croce Rossa americana, vedevamo dal ponte di Bassano e dai tetti di Ca’ Erizzo» scrive Henry S. Villard, che soggiornò nella tenuta come autista d’ambulanze, in una lettera inviata a Giovanni Cecchin.

«Hemingway, ancora zoppicante sul bastone, per le ferite di Fossalta del 9 luglio, aveva avuto sentore all’ospedale di Milano dove era ricoverato – e dove incontrò l’infermiera Agnes Hannah von Kurowsky di cui si innamorò (Catherine di Addio alle armi) – che al fronte si stava preparando qualcosa di grosso, la Battaglia di Vittorio Veneto. Giornalista smanioso di essere “sul posto”, si recò a Bassano del Grappa per raggiungere gli amici americani della Sezione Uno», scrive Cecchin. Alla vigilia della battaglia, la sera del 23 ottobre 1918, a Ca’ Erizzo «Ernest trovò l’amico Bill Horne, e insieme si ubriacarono di proposito e passarono diverse ore con un Ardito. Bevvero rum e provarono l’etere, e si sentirono male», scrive Peter Griffin in Along with Youth: Hemingway, the Early Years. Hemingway si ispirerà a questa esperienza per raccontare la storia del pugile sotto–soldato Pickles McCarty.

«Ma hai mai visto il sole sorgere, almeno una volta, dal Monte Grappa, o sentito nel sangue dentro di te il crepuscolo di giugno nelle Dolomiti? O gustato il liquore Strega a Cittadella? O camminato per le vie di Vicenza di notte, mentre la luna ti bombarda?», scrive Hemingway nel racconto. «Faceva freddo e mentre salivamo su per la montagna il vento soffiava tagliente dai passi, come scendesse da altri mondi». Hemingway non partecipò alla battaglia. «Alle quattro del mattino quando Bill svegliò Ernest lo trovò che non riusciva a muoversi. Era stato colpito da un attacco di itterizia. Passò tre giorni a letto, mentre infuriavano le battaglie sul Monte Grappa e sul Piave. Il 27 ottobre, in una domenica di pioggia, ritornerà a Milano in treno» racconta Griffin.

A Ca’ Erizzo era dislocato anche un altro grande scrittore americano, John Dos Passos. Ma Hemingway e Don Passos non si incontrarono mai lì. Il primo incontro avvenne diversi mesi prima a Dolo, in Riviera del Brenta, nella provincia di Venezia. «Un giorno, a Dolo, Ernest incontra un tipo bassetto, dagli occhi scuri, che gli stringe la mano e si presenta come John Dos Passos, un compagno americano di Chicago», scrive il biografo Carlos Baker. Iniziò così l’amicizia di una vita tra i due grandi scrittori della Generazione Perduta.

Il futuro romanziere John Roderigo Dos Passos, volontario della Sezione Uno di Bassano, acquartierato a Ca’ Erizzo tra il gennaio e il giugno del 1918 (per gentile concessione del Museo Hemingway e della Grande Guerra – Fondazione Luca)

Il ponte di Bassano, sullo sfondo il Massiccio del Grappa. Disegno di John Dos Passos datato 2 maggio 1918, c. Lucy Dos Passos Coggin

Ca’ Erizzo fu popolata da letterati americani assegnati alla guida delle ambulanze della Croce rossa americana, tra questi c’erano John Dos Passos, John Howard Lawson, Henry Serrano Villard, Sydney Fairbanks, Dudley Poore, e altri universitari di Harvard. «La nostra gang fruiva di una bella stanza che battezzammo “l’angolo dei poeti”, con un balcone e la vista di un bel ponte coperto», scrive Dos Passos nel romanzo La Bella Vita. Un’ala esterna di Ca’ Erizzo ospita il Museo Hemingway e della Grande Guerra. «L’idea di aprire il museo nacque quando furono ritrovate in una stanza di Ca’ Erizzo cinquantaquattro fotografie che furono donate da Harry Knapp, un volontario della Croce Rossa americana di base a Ca’ Erizzo, al precedente proprietario della tenuta», ha detto a Studio la curatrice Martina Mastandrea. «Questa scoperta incuriosì Cecchin, che si lanciò in uno studio approfondito del passato di Ca’ Erizzo». Il museo che custodisce le foto delle prime tre pagine del manoscritto, contiene nella collezione anche delle fotografie scattate dallo stesso Hemingway e dei disegni di Dos Passos; è stato inaugurato nel 2014, alla presenza di John Hemingway, un altro nipote del grande scrittore: «Tutto è qui», disse.

Scrive il “Grande Saggio”, come lo chiamava la traduttrice Fernanda Pivano, “Papa” come lo chiamavano a Cuba; scrive il “Maestro” come lo chiamava Gabriel García Márquez, assieme a molti altri; scrive “Hem” che inizia sempre con «una frase vera»: «L’esperienza della guerra costituisce certo un grande vantaggio per uno scrittore. È uno dei maggiori soggetti di cui puoi disporre e, certamente, uno dei più difficili da rendere con verità». «Siccome di guerre ne ho fatte troppe, sono certo di avere dei pregiudizi, e spero di avere molti pregiudizi. Ma è persuasione ponderata del sottoscritto che le guerre sono combattute dalla più bella gente che c’è, o diciamo pure soltanto dalla gente, per quanto, quanto più ci si avvicina a dove si combatte e tanto più bella è la gente che si incontra; ma sono fatte, provocate e iniziate da precise rivalità economiche e da maiali che sorgono a profittarne».

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